Sognando Otello – Intervista a Roberto Aronica

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Incontriamo Roberto Aronica in un piccolo locale di fronte alla Dutch National Opera, dove è impegnato in una produzione della Forza del Destino diretta da Michele Mariotti e per la regia di Christof Loy. È gioviale, ironico, divertito e risponde alle domande che gli vengono rivolte sempre con spontanea partecipazione, non lesinando ricordi e qualche frase delle opere che ha cantato. La voce dal timbro argenteo e dallo squillo eroico attira l’attenzione degli avventori che a loro volta ci sorridono: qualcuno lo riconosce e lo saluta, forse un ballerino o un tecnico del teatro.

Cominciamo da Verdi, di cui lei ha interpretato molti personaggi. C’è qualche ruolo che non ha ancora affrontato?
Le opere verdiane che ancora non ho affrontato sono diverse: I due Foscari, I Lombardi alla prima crociata, La battaglia di Legnano, Il corsaro, I vespri siciliani e Otello.

Il debutto ad Amsterdam in questa produzione di Forza del destino è stato preparato con prove lunghe e impegnative, ma ha dato anche grandi soddisfazioni: secondo lei quale è stata la chiave di questo risultato?
Credo che la chiave sia il profondo spirito di collaborazione che ci ha visti tutti coinvolti. E poi la professionalità: Christof Loy con la sua eccezionale creatività ci ha messo a nostro agio nel personaggio, permettendoci di provare fin dall’inizio con i costumi di scena; Michele Mariotti ha messo a nostra disposizione tutto il suo talento per dare corpo alla musica di Verdi sviluppando le potenzialità di ognuno di noi, e poi tutti qui in teatro, dal coro ai tecnici, hanno dimostrato voglia di collaborare, di creare, di realizzare le idee condivise. La ritengo una esperienza estremamente positiva.

Il percorso di comprensione e costruzione di un personaggio è spesso lento e laborioso. Di solito quale aspetto è più complesso, quello vocale/musicale o quelle drammatico?
Per poter cantare un ruolo è importante prima di tutto capire il personaggio e studiarlo teatralmente in modo da poter poi esprimere nel canto il suo carattere e le varie sfaccettature. La parte vocale è naturalmente quella più ardua all’inizio poiché, come si dice in gergo, “bisogna metterla in gola” e questo può richiedere anche mesi per un ruolo di estrema difficoltà. La parte drammatica è poi la ciliegina sulla torta, soprattutto se si ha la fortuna di incontrare un regista lungimirante che ti possa aiutare a tradurre tutto lo studio che si è fatto prima. In buona sostanza, ogni elemento ha la sua importanza e nessuno può non prescindere dall’altro.

Quando si è avvicinato al mondo dell’opera e in che modo?
Da piccolo trovai in casa una musicassetta di Mario Del Monaco e cominciai a sentirla. Fu subito amore e iniziò la voglia di emulare quella voce straordinaria, ma inimitabile, che mi conquistò con la potenza e la forza dei suoi accenti.

Come è stato il suo debutto?
Parliamo ormai di qualche anno fa. È avvenuto nel luglio del 1992 a Santiago del Cile. Ho avuto la fortuna di cantare la parte del Duca di Mantova nel Rigoletto al fianco del baritono Matteo Manuguerra. Come direttore c’era Michelangelo Veltri e il regista era Antonello Madau Diaz. È stato proprio come lanciarsi con il paracadute. Prima di allora avevo solo studiato e fatto alcuni concerti con il pianoforte. Ho debuttato senza mai aver provato con un’orchestra e senza aver fatto neanche una prova scenica. Ricordo che dopo la prima prova di assieme avevo la febbre e volevo scappare, per fortuna questi tre grandi artisti che ho citato mi hanno sostenuto e insegnato a camminare.

Quanto è cambiato il mondo dell’opera da allora?
Io ho vissuto proprio lo spartiacque di questo mondo. Adesso è tutto molto più veloce e frenetico. Prima c’era forse più cura e rispetto delle varie professionalità, ora c’è più arroganza, che non sempre è accompagnata dal talento.

Che rapporto ha con la regia, che in questi ultimi anni ha un peso molto più grande nelle produzioni operistiche?
Il mio rapporto con la regia è sempre di estrema curiosità e fascinazione. Mi piace molto assistere all’evolversi delle idee trasformate in arte scenica. Ho avuto la fortuna di lavorare con grandi registi che mi hanno aiutato nella costruzione dei ruoli che andavo ad affrontare. Credo che oggi la regia abbia più peso perché i giovani sono a conoscenza delle diverse forme di teatro e soprattutto del cinema e del suo dinamismo. Non si può più pensare di fare regie d’opera statiche come nel passato. La difficoltà vocale certamente è maggiore per un interprete e mi dispiace che questo a volte non sia sottolineato a dovere.

Verdi è certamente il suo nume tutelare, ma anche Puccini è una grande presenza in repertorio. A breve sarà Pinkerton al Met e Dick Johnson al San Carlo, dove ha già cantato Des Grieux, ma quale fu il suo primo ruolo pucciniano?
Il mio primo ruolo pucciniano fu Rodolfo nella Bohème al Teatro Regio di Torino nel 1992. Ricordo con affetto quella produzione perché eravamo un cast tutto di giovani che iniziava la carriera.

Il suo rapporto con il belcanto.
Per diversi anni della mia carriera ho affrontato molto Donizetti e il Verdi del belcanto, diciamo che questo stile è quello che contraddistingue il canto all’italiana nel mondo. È molto difficile e ci vuole una preparazione vocale e musicale estrema, però la soddisfazione che si prova nel cantare frasi musicali che sono parte del firmamento della musica e farlo nella maniera più adeguata è una gioia profonda.

C’è un ruolo che vorrebbe interpretare, ma che ancora non è in programma per il futuro?
Come per molti altri tenori, Otello. Credo sia la prova più dura e affascinante che un tenore nella sua carriera possa affrontare.

Ha cantato già alla Scala, ma nella prossima stagione debutterà Francesca da Rimini. Le emozioni restano immutate? Oppure la routine e il mestiere le mettono lentamente a tacere?
Cantare alla Scala è sempre una enorme responsabilità, se solo si pensa a chi ha calcato quelle tavole tremano le gambe. Le emozioni restano immutate sempre, perché se nell’artista entra la routine è la morte dell’arte. Però si deve cercare di trasformarle in stimolo e forza positiva per donare al pubblico il massimo ogni volta.

Ha un suo rito scaramantico prima di entrare in scena?
No, nessun rito.

Roberto Aronica resterà ad Amsterdam fino al 1 ottobre, poi lo attenderanno gli impegni del Met e quelli scaligeri, senza dimenticare il San Carlo di Napoli che, dopo la fortunata Manon Lescaut, lo rivedrà protagonista a dicembre della Fanciulla del West.

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