Rossini nel cuore – Intervista a Ernesto Palacio

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Gioachino Rossini nel cuore. Ernesto Palacio, già acclamato interprete rossiniano, oggi direttore artistico del Rossini Opera Festival e, dopo la scomparsa di Alberto Zedda, anche dell’Accademia rossiniana, non ha dubbi: il Cigno di Pesaro è il capostipite di tutto il bello che, in musica, è venuto dopo di lui. Incontriamo il maestro alla vigilia dell’inaugurazione ufficiale della 38ª edizione del Festival, il 10 agosto con la prima edizione critica moderna de Le siège de Corinthe.

Partiamo proprio da Le siège de Corinthe, titolo di punta dei questa edizione del Festival. Come sarà quest’opera?
L’opera è proposta in prima assoluta nell’edizione critica realizzata da Damien Colas per conto della Fondazione Rossini, con la quale, come Rof, abbiamo una stretta collaborazione. Rispetto alla partitura stampata da Troupenas nel 1826, e sulla quale si sono basate tutte le rappresentazioni del Siège, la nuova versione critica ricalca quella originale come venne eseguita alla prima, integrata da passaggi ritirati dall’opera durante le prove. Si tratta di un’operazione che ha anzitutto un valore filologico e musicale, ma credo anche che sarà uno spettacolo che prenderà il pubblico per la bellezza della musica e del canto, così impegnativo, perché pretende il massimo da tutti gli interpreti.

La regia è affidata, per la prima volta al Rof, a Carlus Padrissa, del collettivo catalano La Fura dels Baus, assieme alla pittrice e videoartista Lita Cabellut. Per La Fura si tratta del debutto al Festival pesarese e anche nel repertorio rossiniano. Una scelta in continuità con il passato, nel segno dell’innovazione più che della tradizione.
Le tre regie delle opere in cartellone quest’anno (le altre due sono La pietra del paragone, con la regia di Pier Luigi Pizzi, e Torvaldo e Dorliska, affidata a Mario Martone, ndr) sono totalmente diverse tra loro: una scelta dettata dalla volontà di essere attenti alla creatività contemporanea, di indagare come un’opera possa essere restituita oggi dal punto di vista visivo. Ciò detto, si tratta di tre ottimi spettacoli che, ne sono convinto, piaceranno al pubblico. 

Parliamo ora dei cast: come sarà questa edizione?
Dal punto di vista delle voci sara un’edizione buonissima e spero che i fatti non mi smentiscano. Ben 14 tra i cantanti provengono dall’Accademia rossiniana, da quest’anno intitolata ad Alberto Zedda, e poi ci sono nomi nuovi di artisti in carriera, come ad esempio i due tenori del Siège, John Irvin e Sergey Romanovsky, con parti molto difficili. Così anche Luca Pisaroni, che canta da noi per la prima volta, è tra i nomi importanti che non erano mai stati qui. Segnalo infine i graditissimi ritorni di interpreti come Nino Machaidze, Dmitry Korchak e Salome Jicia.

Lei ha citato il maestro Alberto Zedda, recentemente scomparso. Come può sintetizzare la sua eredità per il Rof?
Ricordo Alberto Zedda per il suo attaccamento alla musica, a Rossini e ai giovani. È questo il primo anno che faccio le due cose fatte da lui in passato, ossia la direzione artistica del Festival e dell’Accademia: un lavoro duro che lui affrontava con una freschezza e un entusiasmo del tutto particolari. 

Il prossimo anno ricorrerà il 150° anniversario dalla scomparsa di Rossini e il Rof ha già annunciato i titoli in cartellone. Prevedete altre iniziative per questa importante ricorrenza?
Assolutamente si. Metteremo in campo un grande sforzo e stiamo ritoccando proprio in questi giorni un programma importante che sarà presto annunciato alla stampa.

Un’ultima battuta proprio su Rossini: qual è, a suo avviso, il suo ruolo nella storia della musica italiana?
Rossini è il capostipite di tutto il bello che è venuto dopo. Certo, io sono un po’ di parte, ma una cosa la voglio dire. Quando la gente non conosce un’opera, come ad esempio Siège, e viene a sentire Rossini e dice ‘Qui sembra Verdi, qui Donizetti’, come per fare un elogio, a me dà fastidio perché è Rossini: sono gli altri che hanno imparato da lui! 

Photo credit: Studio Amati Bacciardi

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