Chiudi

Popolarità e pregiudizio – Intervista a Ezio Bosso

Condivisioni

Il concerto inaugurale della Stagione sinfonica del Teatro Verdi di Trieste, tenutosi lo scorso 10 settembre, ha visto trionfare Ezio Bosso in veste di direttore e pianista con un programma dedicato a Beethoven e a musiche dello stesso Bosso. Pochi giorni dopo, la notizia della nomina del Maestro al ruolo di direttore stabile e residente, pure accolta con entusiasmo tanto dal pubblico che dal teatro, ha riacceso le sediziosi voci che gli si levano intorno da qualche tempo. Forse perché arrivava dopo l’affaire di Bologna o forse perché si parla di un musicista il cui nome è oggi popolarissimo, ma di cui, verrebbe da dire, si conosce ancora poco al di fuori dei circuiti strettamente musicali. Infatti, quanto più l’onda emozionale generata dalla partecipazione di Bosso al Festival di Sanremo faceva circolare il suo nome, tanto maggiormente il musicista sembrava venire sommerso da pregiudizi e incomprensioni. Questa dicotomia tra la sua storia – il suo curriculum – e il personaggio – come viene percepito – è stato il punto da cui ho voluto partire nell’intervistarlo, pur sapendo che le domande rischiavano di essere sgradite, e io con esse. Tre parole fanno da leitmotiv dell’incontro: Memoria, Pregiudizio, Curiosità. Sintetizzano l’etica musicale di Ezio Bosso e la dimensione sociale dell’artista e dell’uomo.

Maestro, come convivono in lei il personaggio mediatico esploso dopo la sua partecipazione al Festival di Sanremo e il musicista che c’è dietro quel personaggio?
Sanremo è stata l’occasione per presentare quello che avevo fatto in 42 anni, un appuntamento fra un concerto e l’altro. Riempivo i teatri anche prima di stare male. Ho vissuto in Inghilterra tanti anni e questa apparizione al Festival l’ho fatta per spirito di servizio nei confronti della musica, a cui dedico tutto me stesso.

Ma quell’appuntamento ha scatenato reazioni accese.
La fama è una forma di solitudine diceva Marquez. La popolarità nel nostro Paese è una colpa. È principalmente un problema sociologico, tutto italiano. Il concetto che abbiamo di popolarità è oggi legato al vacuo. Da noi, più che altrove, non c’è memoria. Finché i detrattori sono persone semplici, mi passi il termine, la cosa può essere comprensibile, ma quando a esserlo è chi ha gli strumenti e la cultura per giudicare, non è ammissibile. I detrattori sono coloro che hanno dimenticato.

Lei sente di parlare a due pubblici diversi: quello che frequenta il teatro e quello che la conosce attraverso i media?
Io cerco di avere un linguaggio aperto a tutte le persone. Non credo ci siano due pubblici. Quando una persona decide di maltrattare un’altra per quello che pensa, non può dire di essere più colta di una che si accosta a Beethoven per la prima volta.

Ma quanto è importante la cultura musicale nella fruizione della musica, in particolare di quella classica o cosiddetta “colta”?
Ci sono gli idioti della classica e gli idioti della musica leggera. Idiota in senso etimologico, dal greco ἰδιώτης. Quindi persone chiuse in sé. Quando un esperto parla di un programma che prevede l’esecuzione di Beethoven, ma di quel programma vede solo che sia stato eseguito anche Bosso, è una persona che dimostra di non capire, di avere dimenticato. Bisogna essere curiosi.

Qual è il livello della cultura musicale in Italia?
Il pubblico italiano è un pubblico misto, come tutti i pubblici, ma abbiamo meno accesso alla musica rispetto ad altri, se guardiamo ai media. A giugno, ero sul primo canale della televisione lituana in prima serata, con un celebre soprano e si parlava di musica. Questo è un modo per educare o, meglio, rieducare il pubblico. Non c’è una cultura musicale diffusa. Oggi la televisione non lascia entrare nei palinsesti il repertorio cosiddetto classico. La poca attitudine scolastica è un’altra parte importante di questa colpa.

Lei ha lavorato con grandi orchestre e solisti, affrontando autori che spaziano da Bach a Arvo Pärt, da Schubert a Puccini. Mi pare tuttavia di avere colto una certa confusione – parlo sempre dei commenti del pubblico che frequenta i social – nel collocare la sua musica e lei come musicista, fra classica e pop. È una mia impressione o crede sia effettivamente così?
Oggi abbiamo mancanza di curiosità, è un fatto endemico e diffuso. Anche relegare la musica ai supereroi e non alle persone è una parte di questo aspetto. Bisogna conoscere di più. Anche per chi fa musica l’applauso finale non deve bastare. Deve essere anzi lo sprone per aprirsi a un nuovo mondo, a migliorarsi. Chi fa musica è un operatore culturale. La musica è memoria per natura. Il suono è la nostra prima memoria a partire dal grembo materno. La musica cosiddetta classica, che è la più suggestiva, è quella più potente di tutte. Se ascoltassimo di più, certe incomprensioni non ci sarebbero.

Viene frequentemente citata la sua esperienza con gli Statuto.
La mia partecipazione agli Statuto è un episodio da chiarire. Ci sono stato un anno e mi hanno cacciato per eccesso di note. Sono stato anche io un teenager, mi piaceva e mi piacciono il rock, la cultura giovanile. Ma la musica esiste solo in due modi: credendoci o non credendoci. Anche gli Who facevano musica seriamente provando e studiando otto ore al giorno. I generi sono relativi: sono diversi sistemi. Tutti i popoli al mondo hanno musica e un sistema proprio, solo un popolo al mondo non ha una sua forma musicale: in Micronesia.

L’eclettismo è una componente della contemporaneità?
Ciò che oggi è contemporaneo, domani sarà storia. Oggi noi abbiamo snaturato la musica. È un pensiero post nazista, un pensiero adorniano male interpretato. L’eclettismo non esiste, è un’invenzione di chi ha dimenticato la storia e la prassi musicale nei secoli. Quando Mendelssohn presenta per la prima volta l’Italiana a Londra, esegue anche Rossini, Mozart e infine Mendelssohn. Siamo nel 1833 e cosa fa dunque? Dirige e scrive, addirittura canta in un coro. Esegue la musica già esistente e quella nuova, la sua. Anomalo, per me, è voler imporre una cosa soltanto in musica, l’aut aut come sistema, non il fatto di volere provare. Anomalo è chiudersi in un preconcetto e non sperimentare.

Come vive dunque lei il personaggio Bosso e il mondo dei media?
La parola personaggio la detesto. I personaggi sono nei fumetti. Io sono una persona e un musicista. Il fenomeno di Facebook è di una violenza inaudita e mi ha fatto anche male. Il pregiudizio inoltre è sempre controproducente, sia quando è positivo perché crea aspettative che magari non vengono poi attese, sia quando è negativo. La funzione della musica è di eliminare il pregiudizio. Jung diceva che la rabbia deve trasformarsi in creatività. Beethoven è stato sepolto dai pregiudizi ma li ha convogliati in creatività e ha liberato tutti i musicisti, letteralmente. Prima vivevano come schiavi.

Parliamo del musicista dunque. Il suo catalogo di compositore è molto vasto e vario. Lei ha scritto per il teatro e il cinema. C’è differenza nel linguaggio?
Agli albori del cinema tutti, a parte forse Puccini, volevano fare il cinema. Il cinema veniva considerato una nuova forma di opera. Scrivere per il cinema è come scrivere per la danza – i ritmi, le forme gli schemi sono quelli. Ma comporre è comporre. Bisogna inventare nuove sonorità usando quello che già esiste. Sostenere che esistono compositori che fanno solo una cosa è antimusicale. Fare cose e generi diversi è una necessità, un mettersi alla prova. Pensiamo del resto a Stravinskij che ha scritto tantissimo per il balletto, ma la sua musica è diventata poi più famosa dei balletti di Fokine e Nijinskij. Il compositore cerca se stesso e si mette alla prova sperimentando. Non bisogna creare pregiudizi su se stessi. Per questo io parlo di musica libera piuttosto che di musica classica. Ti costringe a essere ponte fra passato e futuro, a liberarti da te stesso. La nostra è una società che ha bisogno di definire e non ti permette di essere te stesso.

Come vede oggi il rapporto fra pubblico e teatro, quello d’opera in particolare?
Mi piace la definizione inglese che trovo poeticissima: Opera House. Il mondo è cambiato molto e i teatri oggi devono essere Case della Musica, per educare. I teatri più piccoli oggi possono essere più importanti di quelli grandi assumendo un ruolo diverso, andando oltre l’opera stessa. Nell’opera tutto è musica, anche chi sposta la sedia fa musica e tutto e tutti aprono le porte a un sogno. È una macchina complessa fatta di tante persone. La vera magia sta in quello che c’è dietro alla facciata. La battaglia oggi è fare vedere che nulla è superfluo.

Cos’è l’opera oggi?
Fra poco al Teatro Verdi apriamo con Evgenij Onegin. È la prima opera dandy della storia. Parla di un personaggio attualissimo oggi, ma nasce da un testo di Puškin. Quindi l’opera concentra tante cose e aspetti e va ben oltre la bellezza della musica. In quelle tre, quattro ore c’è una società che vive in armonia. Da questa armonia e da questi valori dobbiamo ripartire oggi. Ci sarebbero allora meno incomprensioni e problemi.

Quale formula, secondo lei, dovrebbe adottare un teatro per coniugare esigenze di bilancio e il suo ruolo formativo nei confronti del pubblico? E qual è il ruolo di un musicista nella società contemporanea?
Non deve esserci vergogna a fare titoli tradizionali e in modo tradizionale. Qui a Trieste cerchiamo di essere una casa per la musica. È una cosa fondamentale per tutti. Noi siamo schiacciati dal non rispetto dell’articolo 9 della Costituzione (La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.) E noti che cultura, scienza, tecnica, paesaggio e storia sono uniti. Un Teatro d’Opera rende oggi quello che c’era ieri senza essere un museo e quindi lo tutela. Non basta più “suonare bene”, perché oggi è cosa diffusa, bisogna suonare con una identità che diventi identità stessa della comunità. Una identità che attrae le persone da fuori perché lì si suona così, in quel particolare modo. È questa l’ambizione più alta di un musicista.

Mi permetta una domanda cattiva che, più o meno velatamente, è circolata: quanto il nome Ezio Bosso, anche in considerazione di quanto ha detto, rischia di essere parte di un’operazione di marketing piuttosto che di una scelta artistica?
Quando un teatro chiama Kaufmann, quando chiamavano Abbado o Maazel, è marketing o scelta artistica? Definirle solo operazioni di marketing è un problema di chi effettivamente è ignorante. Anche la mia nomina a Bologna era nata già prima di Sanremo per il mio valore come musicista. Che Sanremo lo abbia azzerato tutto è un problema di analfabetismo di ritorno. Certo che la nomina è stata fatta anche per la fama. Ma mi permetta di essere più cattivo: ci sono in questo Paese anche nomine fatte per raccomandazione e bisognerebbe occuparsi di quelle e non delle altre per popolarità. Quando si nomina un musicista lo si nomina per come lavora. La proposta di Trieste mi è arrivata dopo che mi hanno visto lavorare qui con l’orchestra, che mi hanno sentito parlare con i colleghi. Asserire che è stata operazione di marketing è dare degli incompetenti a tutta la direzione e a tutti gli altri direttori artistici che mi invitano in Italia e nel mondo, inclusi i territori dove Sanremo non esiste.

Lei proviene da una tradizione prevalentemente sinfonica, ma in futuro dovrà dirigere anche opere qui a Trieste. Cosa vorrebbe dirigere?
Tanti anni fa chi faceva il direttore sinfonico era quello che, nell’immaginario, aveva più da dire. Ma anche Abbado, quando ricevette l’incarico di direttore stabile alla Scala, aveva diretto poche opere. In questo momento ci sono cose che so di non poter affrontare fisicamente: le opere di Verdi, ad esempio, che pure amo tantissimo e mi piacerebbe dirigere. Ma fisicamente, adesso, sarebbe troppo. Forse in futuro lo farò. Quindi non saprei dirle cosa vorrei dirigere. Ci sono attitudini, certo, ma quella che va rivista è la storia della musica e dei direttori. Voglio provare. Credo che si debba tornare a fare i musicisti, cosa che non è facile in una situazione economica che ci vede in trincea. Partendo da queste riflessioni, è nata la mia scelta di essere qui in teatro quotidianamente, a lavorare con l’orchestra e il coro.

Quale progetto vorrebbe realizzare a Trieste?
Mi piacerebbe istituire una lettura aperta alle persone, non solo ai giovani, a tutti. Farne un appuntamento musicale. Se si potrà vorrei aprire tutte le prove come ho fatto da sempre all’estero e anche in Italia. Ma in Italia ci sono più difficoltà burocratiche. Aprire le prove per fare musica insieme, per fare capire come si fa musica. È educativo, per chi assiste alle prove, sentire l’errore e capire come lo si corregge. È una cosa che aiuta. Socialmente.

Quali saranno i suoi prossimi impegni qui a Trieste?
Il prossimo impegno a Trieste sarà il Concerto del 23 dicembre. Sarà un racconto sul Natale e di Natale attraverso la storia della musica di diversi autori. Mi piace il Natale perché tutti si dicono “Buon Natale” a prescindere dalla religione. È l’effetto più bello e quindi mi piace fare conoscere il Natale per come lo hanno vissuto diversi compositori.

Per concludere. Prima la musica poi le parole. Deposta la bacchetta e chiuso il pianoforte, cosa ama leggere Ezio Bosso?
Sono appassionato di letteratura americana. Sono un divoratore di libri e sono pochi, forse nessuno, quelli che ho lasciato. Rileggo anche due, tre, quattro volte certi titoli. Vengo da una famiglia letteraria dove mio padre faceva debiti per comprare i libri. Leggo dalla saggistica alla narrativa. Mi incuriosisce come uno scrive e non solo quello che scrive. Amo Mattatoio n.5 che è per me il più bel libro scritto sulla pace. Anche qui non ho pregiudizi. Pregiudizio, violenza, e razzismo derivano dall’ignoranza. Ma ignoranza non è solo non conoscere, ignoranza è non avere memoria.

Le Muse infatti ricordano. Nell’etimologia greca, Muse, memoria e il mantis, il veggente, hanno la medesima radice…
Infatti. La Musa ricorda. Senza memoria nascono i pregiudizi. Facebook fa pensare a tutti di essere esperti e famosi. Avere 100 like fa pensare di avere colpito nel segno, e chi ne ha un milione allora dovrebbe essere un dio? C’è una violenza nel linguaggio che non mi appartiene e che non appartiene a chi non ha pregiudizi. Ho deciso di stare in disparte su Facebook, dove pubblico solo pensieri che sono forme poetiche. Ho capito che uno schiaffo in pubblico si sente più di una carezza che è sempre silenziosa. Ma alla fine si parla sempre dello schiaffo. Come Bologna.

Ne vuole parlare?
Certo. A Bologna c’era qualcuno che non mi voleva, ma non era l’orchestra. Si era creato un clima in cui non potevo lavorare. Tutto è nato da una lettera con una richiesta di chiarimenti, perché mi incontravo a casa mia con le prime parti o chiunque volesse, cosa lecita e prassi più che normale per un direttore d’orchestra. Quella lettera di due persone appesa in bacheca era una cosa interna ma è stata recapitata ai giornali e ne è nato un caso, che di musicale non aveva nulla. Si è detto che sono stato protestato dall’orchestra, ma non è vero. Ancora oggi gli orchestrali mi invitano ad andare a dirigere là. Certo, anche la mia nomina a Trieste è stata accompagnata da polemiche. Su Facebook è nato un gruppo contro questa nomina. Sono solo 9 persone, di cui la maggior parte sono di Bologna. Sono pregiudizi, non si tratta di musica.

Tre parole ricorrono insistenti: Memoria, Pregiudizio, Curiosità. Una le sintetizza: Musica. E quando mi alzo, ci salutiamo e il Maestro si avvia verso il teatro, aggiunge: «Sa, io non ho mai fatto musica del cuore come si è pensato dopo Sanremo. Ho sempre fatto musica col cuore».

Download PDF
Privacy Policy Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Photo credit: "National Centre for the Performing Arts - Beijing, China" di Xi Liao Pen, 2012