Massimo Cavalletti – L’intervista

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Massimo Cavalletti è, oggi, uno dei baritoni italiani più apprezzati. Nato a Lucca, inizia gli studi di canto con Graziano Polidori, prima di diventare allievo dell’Accademia di Perfezionamento del Teatro alla Scala. Nel 2004 debutta al Teatro Donizetti di Bergamo nella Parisina. Seguono presto impegni sui più grandi palcoscenici del mondo quali l’Opera di Zurigo, la Royal Opera House di Londra, il Metropolitan di New York, la Staatsoper di Vienna, la Staatsoper e la Deutsche Oper di Berlino, il Liceu di Barcellona. Da segnalare il suo debutto, nel 2012, al Salzburger Festspiele.

In questo periodo è a Milano per Falstaff di Giuseppe Verdi, in scena dal 2 al 21 febbraio al Teatro alla Scala. Durante una piacevole e interessante chiacchierata ha risposto con gentilezza, schiettezza e naturalezza ad alcune nostre domande, senza risparmiarsi.

Dopo aver iniziato gli studi di canto a Lucca, è divenuto allievo dell’Accademia di Perfezionamento del Teatro alla Scala. Cosa ricorda di quegli anni?

Sono stati gli anni della mia formazione musicale e culturale. Nel periodo in cui ho frequentato l’Accademia della Scala, ho avuto la fortuna di studiare con artisti del livello di Leyla Gencer e Luciana Serra, ho seguito masterclass con Luigi Alva, Christa Ludwig, Renato Bruson, Leo Nucci. Posso dire di avere avuto contatti sia con le grandi voci del passato, sia con artisti prestigiosi che ancora cantavano e calcavano i teatri internazionali. Ho vissuto gli anni dell’Accademia come un momento di studio, non con l’idea di avere raggiunto un traguardo; per me è stata una partenza. Credo che questo sia lo spirito giusto con cui frequentare una accademia importante o i corsi di opera-studio che si tengono in giro per il mondo adesso.

Lei ormai è di casa al Piermarini, avendo cantato parecchi ruoli e spaziando da Rossini, Donizetti, a Verdi, Puccini e Bizet. Che cosa prova ogni volta che ritorna a esibirsi su questo palcoscenico?

Per me è un po’ come una casa. Provo una grande emozione anche solamente quando ci entro per una prova, oppure – come è successo in questi giorni – per assistere a uno spettacolo, o ascoltare un concerto. Quest’anno, con la produzione di Falstaff, raggiungerò le cento recite effettive alla Scala: un traguardo importante per me. Ho avuto la fortuna di essere apprezzato dalle varie direzioni artistiche di questo teatro. Qui sono cresciuto, ho affrontato ruoli più o meno importanti, ma credo che questa sia una piazza dove crescere con calma: è un teatro difficile, dove è meglio andare con i piedi di piombo, facendo attenzione alla scelta dei ruoli da affrontare.

Dal 2 febbraio ricoprirà nuovamente, qui a Milano, la parte di Ford nel Falstaff di Verdi, nell’allestimento firmato da Damiano Michieletto andato in scena nel 2013 al Salzburger Festspiele. Ci parli di questo personaggio: cosa ne pensa? Quale sarà il suo approccio vocale e interpretativo, in particolare in questa nuova versione?

Questa di Michieletto non è assolutamente un versione “buffonesca” ma, piuttosto, un’edizione intimista e freudiana, dove un Falstaff anziano si ricorda della sua vita, sogna, addirittura immagina il suo funerale alla fine dell’opera. Per questa esecuzione, ho pensato di tornare agli esordi, quando il mio Ford era sicuramente più lirico, meno drammatico. In molti Falstaff che ho cantato, per esempio con Daniel Harding alla Scala o con Daniele Gatti ad Amsterdam, dovevo sempre affrontare grandi orchestre: questo significa anche dover portare l’esecuzione verso una drammaticità non dico verista ma, comunque, più accentuata. Il Maestro Zubin Mehta, in questa edizione, utilizzerà invece un’orchestra quasi da camera, più “mozartiana”. Con un organico così si può lavorare di fino sull’esecuzione vocale, sulla cura della dizione e della parola. Per me sarà il terzo Ford al Piermarini: questa volta vorrei provare a realizzare un personaggio più intimo, emozionale, che soffre per il tradimento, o perché crede di essere tradito, quindi più umano.

La critica e gli studiosi sono sempre parecchio dibattuti su Falstaff: c’è chi la definisce una commedia scanzonata, chi invece un titolo dolceamaro dai risvolti malinconici. Secondo lei?

Sinceramente vorrei, prima o poi, fare anche un Falstaff in “formato originale”, anche nell’ambientazione. Solo nella versione a Matsumoto con Fabio Luisi, al Festival Seiji Ozawa nel 2014, abbiamo fatto una produzione molto in stile “renaissance”. Non saprei contestualizzare il Falstaff che faremo adesso alla Scala, dire se sia più comico o introspettivo; sicuramente è più malinconico, però credo che Falstaff sia nostalgico proprio nella sua concezione originale. Alla fine, proprio con la burla (“Tutti gabbati, tutti gabbati”), Verdi intendeva dire che la vita è una beffa e perciò, anche quando siamo “gabbati”, dobbiamo prenderla con filosofia. Falstaff è un’opera che Verdi ha composto alla fine della sua vita, insieme all’amico Arrigo Boito, e i due l’hanno scritta un po’ per prendersi gioco di tutto il sistema: è il loro testamento di vita.

Qual è stato il ruolo che, a oggi, le ha dato maggiori soddisfazioni?

Senz’altro Rodrigo del Don Carlo, anche se non l’ho interpretato molte volte. Potrei dire che Marcello della Bohème mi ha dato moltissimo, avendolo cantato in tanti teatri del mondo; però Rodrigo, nelle due produzioni che ho fatto, a Zurigo con Mehta e alla Scala con Luisi, è un personaggio che veramente gratifica, sia a livello emotivo che nel canto. È una parte scritta benissimo, da un Verdi che ama il baritono oltre ogni modo, e davvero mi ha insegnato molto: ogni volta che si apre lo spartito, si possono trovare sempre nuove idee.

C’è un ruolo che le piacerebbe molto debuttare?

Il Conte di Luna, ma anche Renato di Un ballo in maschera, che ho già cantato in concerto. Difficile debuttare oggi questi ruoli. La mia carriera si basa su un certo repertorio, e non è facile far capire che la voce cresce, si sviluppa. Mi sono dedicato per dieci anni a un certo repertorio non perché mi fosse più congeniale o lo amassi di più, ma perché mi dava la possibilità di arrivare all’età della maturazione vocale senza rovinarmi. Personalmente, continuo a cantare Don Pasquale, L’elisir, Il barbiere, Marcello, Paolo Albiani; anni fa avrei potuto accettare proposte per Andrea Chénier, Tosca, Il trovatore, Rigoletto, Un ballo in maschera, ma le ho rifiutate perché era presto, non perché la mia voce non sia fatta per cantarle. Io preferisco cantare a lungo e crescere piano nella mia carriera. Il cantante lirico è come il vino: più matura e più diventa buono.

Fra i baritoni del passato, ha qualche modello di riferimento?

Sono cresciuto musicalmente ascoltando Ettore Bastianini. Apprezzo tantissimo Piero Cappuccilli, Renato Bruson e Leo Nucci; prendo sempre a riferimento Nucci, perché è un artista che ha saputo attraversare trenta/quarant’anni di musica e di vita nel teatro cambiando, rinnovandosi, crescendo, addirittura facendo il regista d’opera, pur cantando ancora in teatro. Sono artisti a 360 gradi, li stimo non solo per quello che sono come cantanti, ma anche perché hanno abbracciato la musica a tanti livelli. Amo ascoltare anche i cantanti degli anni Venti o Trenta, Apollo Granforte per esempio, una voce degli anni Venti che niente ha da togliere a quello che potrebbe essere il nostro gusto odierno. Poi Titta Ruffo, Aldo Protti per certi repertori e, quando devo imparare un ruolo nuovo dopo averlo studiato, voglio sentire anche come lo canta Nucci.

Cosa si sentirebbe di consigliare a un giovane alle prime armi nello studio del canto lirico?

Di non pensare che quello che vede sui social network sia una realtà raggiungibile. Gran parte dei giovani che oggi vogliono fare i cantante lirici pensano di poter diventare la Netrebko, Kaufmann, Hvorostovsky: non è che mettendo una foto su Instagram si diventi automaticamente una star. C’è tanto lavoro dietro, c’è uno studio approfondito: è una vita di sacrifici. Tante volte sorridiamo e sembra che tutto vada bene, ma la nostra vita è difficile, fatta di rinunce, spesso di solitudine perché non ci sono le famiglie, non c’è un posto dove vivere, siamo veramente un po’ zingari. Parlo spesso con artisti giovani che mi chiamano per avere consigli, per essere magari presentati a un’agenzia: hanno grande entusiasmo, ma non sanno com’è veramente la vita del cantante lirico. Oggi non è più come dieci o vent’anni fa, quando c’erano maggiori possibilità economiche, la discografia tirava e i teatri funzionavano meglio: oggi è veramente difficile. Vorrei che i giovani pensassero più a studiare e a far crescere il proprio strumento, che non a cantare subito alla Scala o al Metropolitan. Ho avuto la fortuna e la gioia di cantare nei grandi teatri, ma ho visto che si possono fare grandi cose anche sui palcoscenici dei teatri di tradizione. Sarebbe bello far ricominciare le carriere dalle province, dalle piccole realtà e poi, piano piano, crescere. È vero, io sono arrivato alla Scala, ma prima ho fatto anche tanta gavetta nei teatrini, nelle piccole strutture, e con me cantavano anche grandi artisti.

Se non avesse studiato da baritono, che cosa le sarebbe piaciuto fare?

Prima di studiare da baritono, volevo fare l’ingegnere. Lavoravo in un’azienda dove si costruivano macchinari per la carta; ci sono stato per diversi anni, mi sono pagato gli studi agli inizi. Nel ‘98/’99 volevo pian piano subentrare in quest’azienda e diventarne partner. Davvero non pensavo di diventare un cantante lirico.

C’è un teatro al quale è particolarmente legato?

Oltre alla Scala, posso dire l’Opera di Zurigo, dove ho cantato tantissimo e mi sono formato lavorando nell’ensemble dei solisti dell’Opernhaus; ai giovani consiglio vivamente un’esperienza lavorativa di questo tipo: è una formazione incredibile. A Zurigo in cinque anni di lavoro ho debuttato quattordici titoli, mi sono creato quel repertorio che ancora adesso mi dà da vivere. Mi sento a mio agio a Zurigo. È un po’ come alla Scala: conosco tutti per nome, come in una grande famiglia, con cui condivido da dieci anni una piccola parte di vita.

Ci parli dei suoi impegni futuri.

Quest’anno ritornerò a Firenze per Don Carlo; sono felicissimo perché amo il ruolo e dirige il Maestro Mehta. Poi ci sarà il debutto nel Gianni Schicchi ad Amsterdam. Ho accettato questo ruolo perché lo sento molto mio: forse perché Schicchi è toscano come me, e poi credo di poter fare affidamento anche sulle mie qualità attoriali. Sarà una prova di teatro importante, che potrebbe aprire ad altri scenari futuri. All’inizio del prossimo anno, ci sarà il debutto a Parigi con Il barbiere di Siviglia, un’altra produzione di Damiano Michieletto; nella primavera del 2018 tornerò ancora al Metropolitan di New York come Enrico in Lucia di Lammermoor, finalmente un ruolo da vero protagonista.

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