L’importanza di essere unici – Intervista a Luca Pisaroni

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“L’importante è essere unici”. Parola di Luca Pisaroni, il basso baritono protagonista de Le siège de Corinthe, capolavoro riproposto per la prima volta in edizione critica integrale al Rossini Opera Festival. “Ciò che mi affascina dell’opera – spiega – è che diversi interpreti offrono differenti letture dello stesso ruolo. Ognuno ha qualcosa da aggiungere”. Pisaroni debutta due volte: al Rof e nel ruolo di Mahomet II, dopo aver cantato nel Maometto II in due diverse produzioni.

Partiamo proprio da qui: che differenze ci sono tra i due ruoli?
Si tratta di due parti dalla tessitura molto diversa. Pensavo che Mahomet fosse molto più simile a Maometto, invece quest’ultimo è un ruolo più da basso cantante mentre l’altro è quasi baritonale. I due sono invece simili per quanto riguarda il conflitto interiore che il personaggio vive: perché Mahomet non è solo un personaggio negativo o cattivo, ma si innamora e sogna come la sua vita potrebbe essere stata se non avesse avuto tutte queste responsabilità da condottiero. L’incontro con Pamyra apre una finestra su una vita completamente diversa, fatta non solo di guerre e conquiste, ma di amore.

Come risolve questo conflitto dal punto di vista interpretativo?
Credo che per il pubblico sia molto più interessante vedere una persona che ha diverse sfaccettature: a volte, qualcosa sussurrato piano è più terribile dell’urlo. Penso ad esempio alla parte centrale del duetto con Pamyra nel secondo atto, dove Mahomet è davvero un uomo normale che soffre per amore, ha dei dubbi e spera che il suo destino sia diverso. È strano, perché ha una sorta di doppia personalità: un po’ è arrogante e si aspetta che lei lo ami, ma anche lui ha i suoi dubbi. Per un cantante attore è un ruolo ideale da interpretare.

Come è stato lavorare in questa produzione con Carlos Padrissa della Fura dels Baus?
Conosco la Fura per tante produzioni interessanti. Qui l’idea è molto precisa: ci troviamo in una terra arida e la mancanza d’acqua e di materie prime causa la guerra. Secondo me c’è sì un riferimento ecologico ma non solo questo: il messaggio è di grande attualità perché parla di una possibile guerra per il controllo delle materie prime, tra cui appunto l’acqua. Qui a Pesaro mi sono trovato molto bene, anche se è stata un’esperienza impegnativa: abbiamo fatto un lavoro molto preciso, cercando di dare sempre il meglio. Si sente la responsabilità di cantare in questo Festival, che ha una tradizione pazzesca, di fare bene nella terra di Rossini.

Parliamo ora del suo repertorio, che sembra avere Mozart nel cuore.
Sono sempre stato un po’ contrario alle specializzazioni in fatto di repertorio, anche perché, rinunciando a priori a cantare qualcosa, ci si preclude una parte di carriera. Quando ero agli inizi, un collega più famoso e anziano mi ha detto: se tu aspetti che il pubblico ti dica che sei pronto per cantare un ruolo diverso dal Mozart, non esci mai da quel repertorio. Negli anni Cinquanta la versatilità era più accettata: i cantanti erano in genere molto più coraggiosi nelle scelte, chi cantava Mozart, cantava Wagner, e poi il repertorio cameristico e concertistico. Bisogna cantare solo Rossini? Samuel Ramey, che pure è considerato all’apice di questo repertorio, non avrebbe dovuto farlo perché prima aveva cantato Verdi? José Van Dam mi disse: cerca di cantare bene quello che canti, è già un obiettivo.

Quale la sua idea di Rossini?
Rossini è un ponte tra Mozart e il Belcanto; ha un retaggio barocco per la coloratura e un carattere cantabile per quel che concerne gli andanti, le lunghe frasi.

Ha dei modelli di riferimento nella sua carriera?
Sono due e li ho già citati. Ramey, la cui vocalità era baciata da Dio, poteva fare tutto, da Händel a Stravinskij. Poi, mi sento un basso baritono e quindi Van Dam. A volte affronto un repertorio più da basso, altre da baritono. Sono anche molto curioso nella musica, mi piace scoprire e per questo ho fatto tanti ruoli in opere rare. Diciamo che mi piace sperimentare, ma senza fretta, in un repertorio che non ti danneggia. Ho capito che un ruolo non lo conosci davvero finché non lo canti: alcuni sulla carta sembrano facili, ma poi cantati sono più difficili, e viceversa. Una scoperta in tal senso è stato Faust di Gounod, che per tradizione è basso profondo, ma che in realtà è un basso francese, completamente diverso, più basso baritono. E questo vale per molto repertorio francese per basso cantabile, da Golaud in Pelléas et Mélisande di Debussy, a Les contes d’Hoffmannn e Damnation de Faust.

Lei è cresciuto a Busseto. Cosa le ha lasciato questa terra?
Beh: a Busseto si respira Verdi. Poi, ho conosciuto Carlo Bergonzi alla fine della sua carriera, quando era molto più concentrato sull’Accademia e così ho avuto la fortuna di vederlo insegnare, imparando tantissimo assistendo da uditore alle sue lezioni. Due le cose che ho imparato da lui e che il pubblico ritrova nel mio canto. Anzitutto, la dizione. Nonostante la ‘s’ bussetana, Bergonzi era fanatico della parola detta, cantata. Un’altra sua ossessione era l’eleganza nel porgere il canto e la parola, l’idea della voce morbida e rotonda. Ai cantanti diceva: il centro della voce è la parte più importante perché si canta per il 90 per cento sul centro. Quindi no al fanatismo degli acuti.

Lei vive da molti anni a Vienna. Come vede oggi la situazione dell’opera italiana?
Vivo a Vienna da quasi 15 anni. È completamente diverso perché in Austria la musica è parte fondamentale del tessuto sociale e i politici lo riconoscono. Vienna, da questo punto di vista, offre l’imbarazzo della scelta perché la politica ha capito che bisogna coltivare l’anima delle persone, che la musica non è solo intrattenimento. Sarebbe bello vedere la stessa cosa in Italia. La situazione difficile della musica in Italia non è colpa dei sovrintendenti o direttori artistici dei teatri, ma è una questione politica. Peccato perché noi abbiamo qualcosa da dire come musicisti italiani, c’è un contributo che noi italiani diamo all’opera e che è unico. Lo noto quando canto i Lieder di Schubert, che noi italiani non facciamo tanto. Il complimento più grande che mi è stato fatto è per il mio approccio a questo repertorio. C’è qualcosa di innato nel modo di porgere il suono, di usare la voce, che è unico e dovremmo tutelare di più.

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