Le regine di Alfonso – Intervista ad Antoniozzi

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Per Alfonso Antoniozzi, cantante di bella carriera e oggi anche regista d’opera, è il terzo capitolo della famosa “Trilogia delle regine” di Donizetti. Maria Stuarda va in scena in una nuova produzione sul palco del Teatro Carlo Felice di Genova dal 17 al 24 maggio, con la direzione di Andriy Yurkevych.

Maestro Antoniozzi, qual è la sua visione di quest’opera?
Nel pensare questo allestimento, sono partito da un semplice presupposto, ovvero che questo testo, sia in opera che in prosa, presenta un punto fermo, un appuntamento drammaturgico obbligato che nell’immaginario collettivo è il confronto tra due primedonne, della storia, del teatro, dell’opera. È sempre stato così, tant’è vero che della Stuarda la maggior parte del pubblico ricorda proprio la scena dello scontro, che sia tra due cantanti come Leyla Gencer e Shirley Verrett, o due attrici come Valentina Cortese e Rossella Falk. Allora mi sono chiesto: perché mancarlo questo appuntamento?

Come si pone questa sua scelta nel dibattito odierno tra fedeltà e innovazione nelle regie d’opera?
Il teatro non è realtà, non è mai veramente fedele alla storia. Chi vedrà questo spettacolo penserà che la mia è una regia tradizionale. Tuttavia, vorrei sottolineare questo: mi sono attenuto a quel teatro che ha fatto scaturire quell’immaginario collettivo, lo stesso che ha fatto innamorare molti dell’opera, me compreso. Ho così composto uno spettacolo in cui c’è tutto il repertorio dei gesti melodrammatici immaginabili. Anche perché ritengo che sia un’eredità da non perdere. Il teatro contemporaneo si appoggia sulle scoperte dell’Actors Studio, ma esiste anche l’approccio di Diderot, ossia quello per cui non necessariamente, per piangere, devi ricorrere a pensieri tristi. Ho messo in scena questo teatro esplicitandolo col gioco del teatro nel teatro: si vedranno due attrici che vanno in scena a vestire i ruoli di Elisabetta e Stuarda, e così degli attori che recitano gli altri ruoli, con tanto di macchinisti vestiti come lo sono tutti i giorni, con tanto di sarte e truccatori. Ho scoperto il gioco, insomma. Tanto più che noi cantanti, in quella gestualità melodrammatica, ci crediamo veramente.

Come è stato il lavoro con gli interpreti?
È stato divertente lavorare con cantanti più o meno della mia età che questa gestualità l’avevano dentro e con interpreti più giovani che invece non vi erano abituati. Questo melodramma ottocentesco è fortemente radicato nella storia. Se andassi a vedere Stuarda adesso, anch’io vorrei vedere due tigresse che si azzannano. Quali personaggi contemporanei potrei mettere in scena che hanno la grandezza e il vissuto di Elisabetta e Stuarda? La Boschi e la Santanchè? Puoi farlo se parli di due pazze in manicomio che si credono regine. Ma non è quello che mi interessa. Non si può essere controcorrente solo per il gusto di esserlo. Sarebbe stato un appuntamento mancato. Soprattutto perché due tigresse le ho nel cast (Elena Mosuc e Silvia Tro Santafé, ndr). Ho poi la fortuna di avere Celso Albelo, tenore belcantista straordinario, e non vedo perché dovrei vestirlo da idraulico.

Lei ha messo in scena anche gli altri due titoli della Trilogia: quali differenze e analogie coglie in queste opere?
Devereux, come Stuarda, è un’opera che parla di fatti. Bolena invece parla di sensazioni, di riflessioni, di ripensamenti, è drammaturgicamente più statica. In fondo, è la storia di una donna che vuole il potere e quando ci arriva si rende conto che lo sta perdendo: una storia che può stare in qualunque epoca, Bolena potrebbe essere anche Veronica Lario. Elisabetta è un personaggio larger than life, difficile aggiornarlo senza impoverirlo. Le parole e la teatralità sono talmente figlie del suo tempo che, attualizzandolo, lo si tradisce.

È più difficile attualizzare un’opera o rispettare le indicazioni del libretto?
Attualizzare è molto più facile, perché non devi perdere troppo tempo per far quadrare i conti con un libretto che ha un linguaggio ottocentesco e richiede una gestualità ottocentesca, senza tradirla e credendoci. Non è difficile immaginare Rigoletto come un comico televisivo, servo del padrone delle tv, e Gilda come una ragazzina che vorrebbe fare la velina…

Perché questo passaggio dal canto alla regia d’opera?
Sono sempre stato appassionato di teatro. Amo recitare, mi piace recitar cantando e ho sempre visto l’opera come la forma più alta di teatro dal vivo: perché lega insieme la musica alle parole. Monteverdi ha detto la parola definitiva: non è cantare recitando ma “recitar cantando” e quindi si può fare teatro. A un certo punto della mia vita mi sono reso conto che avrei potuto dare un contributo di regista, anche perché sono pochi i registi d’opera attenti non solo alla verità teatrale ma anche ai segni musicali e alla scrittura musicale. Siccome questo nostro mondo accoglie chiunque a fare regie liriche, dalle starlette televisive ai cantanti pop, perché non dare le regie ai musicisti che sappiano di teatro? Il regista d’opera è un mestiere del tutto particolare perché ha bisogno di un know how superiore a quello di prosa. E un regista-cantante conosce bene anche i cantanti e le loro esigenze.

Prossimi impegni?
In luglio riprendiamo La traviata con la mia regia a Bologna. Continuo poi con l’insegnamento, che mi piace molto, all’Aslico e all’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino: e posso dire che le voci ci sono eccome. La cosa più divertente che ho in programma è la prima assoluta di Miseria e nobiltà di Marco Tutino al Carlo Felice, di cui sarò interprete. A Parma, nel gennaio 2018, si riprende Devereux con Mariella Devia, parte della trilogia coprodotta con Venezia, che si chiude proprio con questa Stuarda di Genova.

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