La musica che mi gira intorno – Intervista a Paola Gardina

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“La musica per me è vita, c’è sempre stata e sempre ci sarà.” Con questo spirito Paola Gardina, mezzosoprano rodigino, interprete tra le più interessanti e sensibili del panorama operistico odierno, il 14 ottobre si appresta a debuttare al Teatro La Fenice la parte di Donna Elvira nel Don Giovanni di Mozart. Una compagnia giovane per una produzione diretta da Stefano Montanari, con l’ormai collaudata regia di Damiano Michieletto. Abbiamo incontrato l’artista per farci raccontare qualche impressione sul ruolo, sul suo lavoro e la passione per il canto e la musica.

Come si è avvicinata al ruolo di Donna Elvira?
È stata una decisione che ho ben ponderato, anche con il mio maestro, Sherman Lowe. Donna Elvira è un ruolo potente, di grande impatto, ma ha una tessitura ostica e spesso infatti viene assegnato a voci sopranili. A convincermi ha contribuito anche la fiducia che il direttore artistico della Fenice, Fortunato Ortombina, ha dimostrato nei miei confronti. Il personaggio è fantastico: una donna sanguigna, che lotta, grida i suoi sentimenti e non ha paura di essere giudicata. Mi ci sono avvicinata con calma e cautela, ma sono contenta di averlo fatto.

Quali stimoli o riflessioni le ha suscitato la regia di Michieletto?
Lo spettacolo di Michieletto è straordinario. Ti travolge, ti assorbe e risucchia in un vortice dal quale non sei capace di uscire, nemmeno a fine prova. Ti fa capire quanto siamo problematici, ossessivi, impulsivi, ma anche deboli e in balia degli eventi. Tutti i personaggi sono manovrati da Don Giovanni, un gigantesco manipolatore che alla fine – anche se muore – esce vincitore indiscusso. Nello specifico, Donna Elvira è la tipica “crocerossina”, che tenta di salvare un uomo troppo sicuro di sé e dall’ego smisurato, talmente grande che per lui tutto il resto non conta niente, “è noia”. Lei tenta di redimerlo, ma senza successo, tanto che alla fine decide di farsi suora. Non è una storia d’altri tempi, quella di Don Giovanni: la regia di Michieletto fa capire chiaramente che parla anche di noi e del nostro tempo, delle nostre nevrosi.

Come è nata la passione per il canto?
Credo sia nata con me. La musica ha sempre fatto parte del mio vissuto, anche se nessuno in famiglia era musicista. Mio padre aveva una bella voce da baritono e, ripensandoci, aveva le qualità per diventare uno showman, oltre che un cantante. Ma erano altri tempi, c’erano altre priorità. Per fortuna gli assomiglio molto. Spesso penso a quando cantavamo tutti insieme in chiesa, ma in realtà non ricordo un luogo, un momento in cui la musica non fosse in mezzo a noi e con noi. Per questo la musica per me è vita: c’è sempre stata e sempre ci sarà.

E come hanno preso in famiglia la sua scelta di diventare cantante?
Entrata in conservatorio, dopo i primi giorni di prova ho comunicato ai miei genitori che quello era il lavoro che avrei voluto fare da grande. Devo ringraziarli per avermi sostenuta: se la tua decisione è presa con la testa e con il cuore – mi dissero – noi saremo sempre con te. E così è stato. Devo dire che anche a scuola, quando dovevo svolgere il fatidico tema “cosa vuoi fare da grande?” rispondevo sempre: la cantante. Ora è la mia professione e cerco di farla nel miglior modo possibile.

Per quanto riguarda la scelta del repertorio, ha qualche esperienza particolare da raccontarci?
La scelta del repertorio, ovviamente, deve essere valutata con attenzione. Bisogna rispettare la propria vocalità e conformazione fisica e guardare al futuro con una progettualità, perché fisicamente e psicologicamente si cambia e la voce può evolvere o involvere. Per questo è indispensabile avere una grande capacità di ascolto di se stessi.

Quali autori predilige?
I compositori che prediligo e ringrazio di essere esistiti sono Vivaldi, Händel, Mozart, Rossini. Sono quelli che hanno scritto di più per la mia vocalità e le mie corde. Le mie preferenze arrivano fino a Bellini e Donizetti, ma sento miei anche autori del repertorio francese come Gounod. Da ascoltatrice, mi piace molto Puccini.

Quanto sono stati importanti gli insegnanti nella sua formazione?
I maestri di canto hanno un’importanza fondamentale nella vita di un artista. Quando inizi, non capisci come mai la voce esca in quel modo, con quelle sonorità e quegli armonici, non sai che tipo di vocalità hai e se potrai cambiarla. Quindi l’insegnante ha una responsabilità enorme nei confronti dell’allievo. Sotto questo aspetto, gli anni del conservatorio sono stati veramente importanti per la mia formazione. Ricordo con gratitudine il maestro Giorgio Mazzucato, che mi ha aperto un mondo. Le sue lezioni di canto corale erano quasi una festa: ci ha spronato tanto e soprattutto ci ha insegnato ad ascoltare e ad ascoltarci. Per chi fa musica, sia strumentale che vocale, educare l’orecchio all’ascolto di se stessi e degli altri è basilare.

Ha avuto qualche punto di riferimento fra i grandi mezzosoprani?
Difficile fare dei nomi. Sono molte le grandi voci che possono offrirti uno spunto nuovo, un aiuto, farti scoprire un modo diverso di eseguire un passaggio ostico. L’ascolto è importante, ma non saprei indicare dei modelli in particolare. Posso ricordare un mezzosoprano di cui ho una stima gigantesca: Daniela Barcellona, persona formidabile e artista ai massimi livelli.

C’è un teatro o un pubblico ai quali si sente particolarmente legata?
Sono legata a tutti i teatri che mi hanno accolta e dato fiducia, consentendomi di esprimere le mie capacità. In questo momento, ringrazio in particolare La Fenice, un teatro che sento vicino, anche perché è uno dei più importanti della mia regione e nel quale sono felice di debuttare Donna Elvira.

E una produzione che le è rimasta nel cuore?
Ricordo in particolare I Capuleti e i Montecchi che ho cantato a Ravenna diversi anni fa. Una produzione per me molto importante: la signora Cristina Mazzavillani Muti mi diede la sua fiducia e mi fece debuttare Romeo, spronandomi ad affrontare un ruolo molto difficile che poi ho maturato negli anni. La cosa per me devastante, in quel momento, era la recente scomparsa di mio padre. Affrontare quell’opera drammatica in una circostanza così pesante e triste della mia vita è stato davvero difficile, ma mi ha aiutata a capire perché faccio questo mestiere e a ringraziare ancora una volta mio padre che mi aveva dato la possibilità di cantare.

I prossimi impegni?
Alla fine di questa produzione veneziana, andrò a Klagenfurt per un altro Don Giovanni, dove vestirò ancora i panni di Donna Elvira. Il prossimo anno sarò a Torino per Le nozze di Figaro, e a Palermo sempre per le Nozze con la regia di Chiara Muti. Avrò poi la possibilità di lavorare con il maestro Riccardo Muti in un bellissimo progetto che prevede la sua direzione e ancora la regia della figlia Chiara per Così fan tutte al San Carlo di Napoli. Sarò quindi Rosina nel Barbiere di Siviglia a Las Palmas, cui seguirà un meraviglioso debutto: Tancredi al Petruzzelli di Bari.

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