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La fanciulla del West? Troppo avanti per i tradizionalisti – Intervista a Juraj Valčuha

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Una nuova edizione de La Fanciulla del West inaugura, sabato 9 dicembre, la Stagione lirica e di balletto 2017/18 del Teatro San Carlo di Napoli. Un titolo pucciniano in realtà desueto per un’apertura e che ritorna dopo ben quarantadue anni di assenza dalle scene partenopee.
Visivamente incline all’intimismo e all’astrazione, ossia al riparo da eccessi spettacolari e con pochi tocchi tecnologici (neve in video anziché i soliti coriandoli), secondo quanto spiegato dal regista Hugo de Ana, la produzione segnerà la prima inaugurazione d’opera al San Carlo per il giovane Juraj Valčuha in qualità di direttore musicale principale dalla nomina nell’ottobre 2016, per quanto già ampiamente applaudito alla testa dell’Orchestra e del Coro della Fondazione con Turandot e la recente Elektra, oltre ai molteplici successi messi a segno da anni nel repertorio sinfonico.
Innanzitutto, nell’opera tratta dal dramma The Girl of the Golden West di David Belasco, su libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini con importanti interventi dello stesso Puccini in climax drammaturgici quali la caccia all’uomo nella foresta, il salvataggio al volo o il commosso addio di Minnie ai minatori, in primo piano «c’è, e ci sarà, l’orchestra», dichiara Valčuha. Nato a Bratislava nel 1976, il direttore slovacco si è formato in composizione e direzione d’orchestra nel Conservatorio della propria città, quindi a San Pietroburgo con Ilya Musin e a Parigi. Si è poi affermato alla testa di alcuni dei migliori organici internazionali, dirigendo stabilmente in Italia dal 2009 al 2016 l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, quindi l’Orchestra del San Carlo in parallelo con l’incarico di primo direttore ospite della Konzerthausorchester di Berlino.

Una compagine strumentale di ampiezza insolita, quella di Fanciulla.
È infatti un’orchestra di dimensioni immense e di grande qualità sinfonica, nuova per lo stesso compositore. Un’orchestra in cui, oltre agli archi, i legni sono a quattro accanto al corno inglese e a un controfagotto. Ampia è la sezione degli ottoni (quattro corni, tre trombe, tre tromboni, trombone basso), cui si aggiungono timpani, grancassa e piatti, tamburo, triangolo, tam tam, persino una macchina del vento per la bufera di neve, due arpe, più una interna “con la carta fra le corde” per imitare il suono del banjo del minstrel, celesta, glockenspiel e, sempre internamente, campane tubolari e una fonica all’epoca appositamente creata dal milanese Romeo Orsi. Un’orchestra naturalmente pensata per il mercato americano e per un teatro ampio quale il Metropolitan. Ma è anche il frutto di un’evoluzione musicale enorme, maturata negli oltre 13 anni di distanza tra La bohème e La fanciulla. Non è un caso che Webern abbia dichiarato in una lettera a Schönberg il suo amore per quest’opera, che Ravel ne abbia indicato agli allievi il modello per lo studio dell’orchestrazione e che Mitropoulos abbia pensato, provocatoriamente, di eseguirla senza i personaggi. E questo perché in partitura ci sono tutti i colori del sinfonismo moderno, da Debussy a Ravel, Strauss, Korngold. Già solo suonata al pianoforte rivela un’estrema bellezza. Poi, su tanta bellezza, i cantanti poggiano le loro voci.

È per esaltare tale scrittura che, con Hugo de Ana, ha inteso orientare questa nuova Fanciulla sancarliana su parametri meno spettacolari quanto maggiormente legati alla qualità della partitura sinfonica?
Esatto, ci stiamo lavorando da mesi. Fra le vicende dettate dai tre atti (L’interno della Polka, L’abitazione di Minnie e La grande selva californiana), ci sono sfumature e momenti sonori di massima dolcezza e trasparenza.

Ci può fare un esempio?
Il valzer del primo atto, con le voci che cantano pianissimo, come il sogno di un’altra vita, quasi a volersi spostare lontano dalla povertà dell’esistenza terrena. E di lì il clima si trasfigura ulteriormente, sempre più lentamente. Persino la musica per il bandito sorprende attraverso toni d’imprevedibile morbidezza. E sempre in tale luce si comprende la paletta metrica a scansione ternaria, dal 3/4 al 12/8, da intendersi come una specie di Barcarola che, divisa in due, diventa sguardo dall’alto su un mondo da cui si desidera uscire.

Si parlava di orchestrazione “modello”.
Puccini era capace di trasformare le ispirazioni esterne nel suo linguaggio personale, riuscendo a far proprie anche le cosiddette armonie di Debussy. L’orchestrazione, inoltre, è praticamente millimetrata, quasi con l’ossessione di scrivere una partitura senza una sola nota fuori posto. Anche per questo Ravel ne raccomandava lo studio.

Si è sempre lodato il suo lavoro sugli organici e sulle partiture sinfoniche, ma qual è il suo rapporto con l’opera italiana e con Puccini nello specifico?
Il mio debutto in Italia è avvenuto con l’opera, La bohème, e dunque proprio nel segno di Puccini, al Comunale di Bologna nel 2007 con l´Orchestre National de France, in apertura di stagione. Molti lo dimenticano dando priorità alla mia carriera sinfonica, ma non è così. Tra l’altro, quella prima fece scalpore perché fu eseguita al pianoforte, a causa di uno sciopero di gran parte degli orchestrali.

Con De Ana avete annunciato una Fanciulla del West frutto di un minuzioso lavoro drammaturgico-musicale, attenta alle coeve esperienze teatrali di Richard Strauss e del repertorio sinfonico d’avanguardia.
È l’opera di un Puccini che guarda all’America dalla Secessione. Troppo avanti per i tradizionalisti, interessantissima. Infatti avrei voluto farla prima.

Dunque è la sua prima Fanciulla.
Di Puccini ho diretto Bohème, Butterfly, Turandot, Tosca. Volevo fare un’opera diversa, lavorando sullo sviluppo del suono dopo gli esiti strepitosi della recente Elektra eseguita con le forze artistiche del San Carlo. Di qui l’idea di quest’opera di Puccini che, tra l’altro, a Napoli mancava da tantissimo tempo.

Il lieto fine del testo trova conferma nella partitura?
L’orchestra in Fanciulla precede e commenta, incontrando costantemente i cantanti. Tuttavia è anche un personaggio a parte, che offre un diverso sguardo su quello che succede in scena. In tal senso è difficile parlare di lieto fine. Anzi, musicalmente direi che non c’è nulla di lieto. I protagonisti cantano all’unisono, si uniscono ma non è grande musica d’amore. Mi ricorda un po’ il caso di Jenůfa, con il suo lieto fine fra virgolette e due persone che si mettono insieme perché non possono fare altrimenti, lasciandosi alle spalle le persone che amano. Non si può sapere cosa accade ma è certo, stando alla musica, che non si tratta di vero amore.

E poi ci sono canzoni americane autentiche, canti indiani, frammenti di ragtime e cake-walk, melodie tradizionali d’invenzione.
È un ulteriore discorso. Qui ci sono più di venti temi che tornano e ritornano commentando come Leitmotive wagneriani. D’altra parte, lo stesso Puccini sosteneva di non essersi perso nulla della musica intorno a lui.

C’è, a questo punto, un Puccini da lei non ancora affrontato ma che vorrebbe dirigere?
Mi piacerebbe molto proporre La Rondine, in origine concepita come operetta e poi trasformata in opera vera e propria: altro lavoro assai singolare e, come La fanciulla del West, purtroppo raramente eseguito.

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