Dalla Sicilia con passione – Intervista a Paolo Ingrasciotta

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Trentenne, allievo dell’Accademia di Perfezionamento del Teatro alla Scala, primo premio al Concorso Giacinto Prandelli, miglior voce da baritono emergente al Gran Prix dell’opera al Regio di Parma e vincitore, nel 2013, del Concorso Internazionale Toti Dal Monte, Paolo Ingrasciotta ha iniziato giovanissimo lo studio del canto. Nel corso degli anni, ha affrontato diversi ruoli in opere di Rossini (Slook nella Cambiale di matrimonio, Barone di Trombonok nel Viaggio a Reims, Germano nella Scala di seta, Gaudenzio nel Signor Bruschino), Donizetti (Belcore nell’Elisir d’amore, Malatesta in Don Pasquale, Procolo nelle Convenienze ed inconvenienze teatrali), Puccini (Schaunard in Bohème), Mozart (Guglielmo nel Così fan tutte). Ha inoltre cantato nel Don Carlo di Verdi diretto da Myung-Whun Chung alla Scala e come Demetryus in A Midsummer Night’s Dream di Britten. Lo abbiamo incontrato in una calda giornata di mezza estate a Milano, dove stava cantando nello storico allestimento di Franco Zeffirelli de La bohème al Piermarini.

Che cosa si prova a cantare su uno dei palcoscenici più prestigiosi e temuti d’Europa?
La prima volta che ho calcato il palcoscenico della Scala è stata un’emozione irripetibile; ero un po’ spaventato dalla grandezza della sala, avevo paura che la voce non risuonasse: quando mi sono presentato, ho tentato di proiettare quanto più possibile il mio nome e cognome per vedere se ci fosse eco. Non appena, però, ho iniziato a cantare, mi sono subito rassicurato perché l’acustica è ottima. Pensare che, sulle stesse tavole, si sono esibiti i più grandi artisti di ogni epoca mi rende davvero felice, mi sembra di condividere con loro un piccolo frammento di storia.

Come si è avvicinato al mondo della musica lirica?
Vengo da un piccolo paese della Sicilia, in cui le prospettive di fare musica e diventare un artista sono pressoché nulle. Ho cominciato a studiare canto lirico a Catania, ma sono dovuto partire quasi subito per svolgere tutt’altro lavoro e, a Imola, ho incontrato la mia prima, straordinaria maestra, il soprano Giuseppina Roberta Brienza. Una persona unica, dotata di una tecnica saldissima e di un’innata propensione per l’insegnamento; una donna umile, che infonde passione in ciò che fa. Sono stati sette anni bellissimi della mia vita, lei mi ha fatto crescere parecchio dal punto di vista vocale e mi ha seguito con dedizione. Poi le nostre strade si sono divise perché ho studiato al Conservatorio “Benedetto Marcello” di Venezia. C’è stato anche un breve, ma intenso e proficuo passaggio a Bologna, dove ho lavorato con il tenore Fernando Cordeiro Opa. Sicuramente non avrei mai e poi mai pensato di entrare a far parte dell’Accademia scaligera, mi è sempre sembrata così lontana, impossibile da raggiungere: è stato un inaspettato, piacevole fulmine a ciel sereno. Attualmente, in Accademia, mi sto perfezionando con Luciana D’Intino.

In questi anni ha affrontato opere di vari compositori: con quale sente di avere maggiore feeling?
Senz’ombra di dubbio Donizetti, perché con i suoi ruoli riesce a ricoprire più aspetti, si passa dalle connotazioni buffe di Malatesta allo spessore drammatico di Enrico Ashton; con lui puoi maturare man mano, e gradualmente. Sento di avere molto feeling anche con Rossini e con i compositori del Novecento o contemporanei: ho avuto modo di cantare opere di Benjamin Britten, Luca Mosca (Il gioco del vento e della luna), Giovanni Mancuso (Il ritorno del Chironomidi), e penso che la mia voce si presti molto a ricoprire questi ruoli: spesso si tratta di personaggi che hanno un cambiamento repentino e radicale di carattere, un aspetto davvero affascinante e stimolante. Di primo acchito la musica contemporanea sembra difficile ma, una volta che la affronti, capisci che ha molte affinità con la cadenza del parlato quotidiano.

Qual è stato il ruolo che, a oggi, le ha dato maggiori soddisfazioni?
Direi Demetryus in A Midsummer Night’s Dream di Britten, che ho debuttato lo scorso autunno nei teatri di Opera Lombardia, diretto da Francesco Cilluffo nell’allestimento firmato da Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani. Fin dalla prima prova di regia, mi sono subito identificato con questo amante disperato, combattuto nell’animo; lo spettacolo mi ha aiutato a entrare perfettamente nel mood dell’opera e nel ruolo. Spero si possa riproporre su altri palcoscenici questa produzione perché c’è stata una grande immedesimazione fra cantanti e personaggi, sebbene la scrittura musicale non fosse così facile e immediata.

C’è un ruolo che le piacerebbe molto debuttare?
Certamente, Figaro del Barbiere di Siviglia: ci ho sempre sperato molto, l’ho studiato parecchio e, con molta gioia, posso anticipare che, nella prossima stagione, lo canterò alla Scala in una riduzione per il progetto Grandi Opere per i bambini. Sarà una sorta di sfizioso antipasto di quando lo debutterò integralmente, magari proprio qui al Piermarini, chissà!

Un teatro nel quale le piacerebbe cantare?
Da siciliano, orgoglioso delle mie origini, sogno di cantare al Teatro Massimo Vincenzo Bellini di Catania. Sarebbe bellissimo ed emozionante vedere arrivare amici e compaesani per applaudirmi e sentirmi cantare nella mia amata Sicilia.

Sente molto la lontananza dalla sua terra d’origine e dalla famiglia?
Chi fa questo lavoro sa bene che si deve concentrare al 100% su di sé, togliendo tempo e spazio ad altro, spesso rinunciando ai contatti con la famiglia o con gli amici. Mi manca particolarmente non poter vedere con maggior frequenza i miei familiari, vorrei tanto trascorrere più tempo con i miei nipoti: per fortuna, i miei genitori sono orgogliosi di quello che faccio e, non appena possibile, vengono a sentirmi in teatro. Devo dire che ho anche trasmesso ad alcuni componenti della famiglia l’amore per la lirica.

Impegni futuri?
Frequentando l’Accademia scaligera, avrò ancora possibilità di cantare al Piermarini. A settembre ricoprirò il ruolo di Peter nell’Hänsel und Gretel di Engelbert Humperdinck, diretto da Marc Albrecht e con regia di Sven-Eric Bechtolf, e quello del Figaro rossiniano nella riduzione per bambini. Ci sono poi all’orizzonte altri impegni dei quali però, per scaramanzia, preferisco non parlarne ancora.

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