Cattivo per una sera – Intervista a Nicola Alaimo

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Felice di interpretarlo qui, ma non lo canterà mai più. Nicola Alaimo è il perfido Duca d’Ordow in Torvaldo e Dorliska, in scena al Rossini Opera Festival di Pesaro con la regia di Mario Martone e la direzione di Francesco Lanzillotta. “Debutto in questo ruolo – spiega il baritono siciliano – e per me è il debutto più difficile in assoluto al Rof, sia sotto il profilo vocale che interpretativo, anche più di Guglielmo Tell”.

Un cattivo a tutto tondo?
Nemmeno il Conte di Luna è così perfido, anche se può sembrare azzardato. Il Duca ama Dorliska e cerca di conquistarla con il potere. Nella visione registica di Martone è anche un violento perché le mette le mani addosso. Dal punto di vista interpretativo mi sono dovuto calare in questa situazione non semplice. Vocalmente è terribile, si può paragonare ad Assur di Semiramide, forse è anche più complesso, perché va giù sino al sol grave e sale al sol acuto, tocca due belle ottave di estensione. In più ci sono il belcanto, il legato, le agilità al limite delle possibilità umane, soprattutto nella zona di passaggio. C’è anche l’invettiva propria del tardo Romanticismo e siamo solo nel 1815: nella musica, ci sono anticipazioni di futuri titoli rossiniani, ma anche suggestioni che rimandano a Rigoletto, Trovatore, Forza del destino. Credo che quest’opera non sia tanto eseguita anche per la difficoltà vocale di ogni ruolo, a cominciare proprio dal Duca, che per me è il vero protagonista. Si tratta di una parte non tanto per basso ma per baritono puro, per questo Palacio e Mariotti hanno puntato su di me.

Come è stato il lavoro a Pesaro?
Intenso e proficuo, in un clima sereno e anche, a tratti, giocoso. Utile a creare un bell’affiatamento nel cast che credo ottimo, grazie anche al grande apporto di un bravissimo direttore come Lanzillotta. Ciò detto, non credo che canterò più quest’opera: il mio ruolo è davvero massacrante.

Parliamo del suo rapporto con Rossini.
A casa, sono cresciuto a pane e Rossini, grazie anche a zio Simone, uno dei più grandi baritoni rossiniani degli ultimi decenni. Ancora oggi, tra colleghi, ammiratori e direttori d’orchestra c’è chi mi chiama Simone. Tornando a Rossini, posso dire che è il mio compositore preferito, un genio. Il mio debutto in teatro, dopo la vittoria al concorso Giuseppe Di Stefano di Trapani nel 1997, è stato con Dandini in Cenerentola. Canto al Rof dal 2010 e c’è molto Rossini anche nei miei impegni futuri.

Come sceglie i ruoli da interpretare?
Mi lascio trasportare più dal personaggio che dall’aspetto vocale. È accaduto così per la Cena delle beffe di Umberto Giordano, che ho cantato alla Scala. Mi sono documentato e sono rimasto affascinato dal personaggio. Conosco Martone (regista anche di quell’allestimento, ndr) e, mi sono detto, sicuramente non mi metterà in calzamaglia! Quindi ho deciso di affrontarlo. Subito dopo ho visto la parte e ho capito che c’era da lavorare. Per fortuna ho avuto un anno di tempo per studiarla. Così è avvenuto con il Duca per Torvaldo e Dorliska. In questo caso è stato Palacio a chiamarmi più di un anno fa e al nostro primo incontro abbiamo letto insieme tutta la partitura. Il tempo è il nostro migliore amico: avere tempo per studiare e perfezionare un ruolo è fondamentale. Il fatto di aver studiato Falstaff per 18 mesi mi rende orgoglioso di un lavoro certosino sul personaggio, che peraltro non finisce mai. Tuttora, dopo il premio Abbiati, dopo averlo interpretato al Met e alla Scala, grazie anche ai grandi maestri con cui lo canto, trovo delle cose da aggiungere o addirittura da togliere, scopro sempre qualcosa di nuovo.

Quali sono i suoi ruoli preferiti?
Guglielmo Tell, Melitone, Falstaff e Gianni Schicchi, che mi diverte da morire. Mi riempie di orgoglio e soddisfazione essere considerato nella top five dei baritoni di riferimento per ruoli come Falstaff o Tell. Sono molto contento di avere un repertorio preciso, nel quale mi riconosco io e mi riconoscono anche gli altri. Ogni tanto è arrivato un capriccio verdiano, un Trovatore a 25 anni, ad esempio. Un compositore come Verdi trova riscontro nella mia vocalità con opere come Traviata, Don Carlo, anche lo stesso Trovatore: l’aria del Conte di Luna è puro belcanto.

E l’opera preferita?
La bohème. Andai a vederla alla Scala a 14 anni con un mio zio, non Simone, che era artista del coro: cantavano Mirella Freni e Roberto Alagna, mi innamorai dell’opera! Sono felicissimo di debuttarla in gennaio al Comunale di Bologna, con Michele Mariotti sul podio e la regia di Graham Vick.

Ruoli che vorrebbe cantare?
Adoro tutto ciò che ha scritto Mozart e il personaggio di Leporello in particolare mi affascina moltissimo.

Ci sono invece ruoli che non ha amato?
Eccome! Ad esempio Belcore, anche se amo L’elisir d’amore nel suo insieme: l’ho cantato due volte, una a Savona con una bellissima regia di Davide Livermore, e la seconda al Met con Anna Netrebko. Ma Dulcamara è tutta un’altra cosa. Un altro ruolo che non amo particolarmente è Escamillo in Carmen, anche per evidenti motivi fisici, diciamo cosi, e poi vocalmente non mi dà soddisfazioni. Anche Faraone in Moïse et Pharaon non l’ho trovato particolarmente adatto alla mia voce.

Impegni futuri?
Debutto nel ruolo di Michonnet in Adriana Lecouvreur a Palermo in ottobre, con Angela Gheorghiu e Daniel Oren. Poi sarò ancora Dandini in Cenerentola a Monte-Carlo con Cecilia Bartoli e la storica regia di Jean-Pierre Ponnelle.

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