Nel linguaggio di oggi, un parziale insuccesso di pubblico e di critica verrebbe definito un mezzo flop. E, come spesso accade, i grandi artisti, dopo un flop, se ne escono con un capolavoro. Benjamin Britten non fa eccezione. Dopo il parziale insuccesso di Gloriana, si mette subito al lavoro. Per la nuova opera fa ricorso a due propositi del passato. In primis affidarsi, per l’argomento del libretto, a un capolavoro della letteratura: The Turn of the Screw, il racconto di Henry James, pubblicato nell’ottobre del 1898, che in Italia abbiamo sempre conosciuto come Il giro di vite. Si tratta di una storia di fantasmi e di bambini; e, come ha insegnato bene Stephen King, nulla può generare terrore più di ciò che normalmente non lo genera.
In secundis, Britten decide di tornare a un organico orchestrale da camera, come già aveva fatto, per ragioni essenzialmente pragmatiche, con le precedenti The Rape of Lucretia e Albert Herring. In questo caso, tuttavia, la ragione credo sia da ricercare in un concetto di estetica musicale. Il tessuto estremamente rarefatto della piccola orchestra, utilizzata a tratti anche in unità minori, conferisce infatti quella straordinaria aura di mistero propria delle storie di fantasmi. Quella nebbia sottile, le apparizioni spettrali del maggiordomo Quint e di Miss Jessel traggono linfa emotiva dalle straordinarie trasparenze di un’orchestrazione della quale Britten è assoluto padrone.
Il libretto, affidato a Myfanwy Piper, segue in modo piuttosto fedele la struttura del racconto di James ed è articolato in un prologo e due atti. Nel prologo un narratore espone l’antefatto. Un nobiluomo affida a una giovane istitutrice la cura dei suoi due piccoli nipoti rimasti orfani. L’accordo prevede che tutta la responsabilità della gestione dei bambini cada sulla donna e che questa non dovrà mai cercare il tutore.
Nel primo atto l’istitutrice, in viaggio verso la sua destinazione, riflette sulla stranezza dell’incarico ricevuto. Una volta giunta alla casa, viene accolta dalla governante, Mrs. Grose, che le presenta Flora e Miles, i due bambini dei quali magnifica le qualità. Nella scena successiva legge una lettera che comunica l’espulsione di Miles dalla scuola, senza riuscire a comprenderne le ragioni. Nella scena quarta, l’istitutrice a passeggio scorge in cima alla torre una figura maschile sconosciuta che, nella scena successiva, ricompare dietro una finestra. Parlandone con Mrs. Grose, comprende che potrebbe trattarsi di Quint, il vecchio servitore di casa e scopre che sia lui che la precedente istitutrice, Miss Jessel, avevano esercitato una nefasta influenza sui bambini. L’istitutrice sospetta a questo punto che Quint sia un fantasma. Successivamente, mentre è in corso una lezione ai due piccoli, appare sulla sponda del lago il fantasma di Miss Jessel. Nell’allontanare Flora, l’istitutrice si rende conto che i bambini sembrano del tutto consapevoli delle apparizioni. Nell’ultima scena del primo atto, durante la notte, Quint e Miss Jessel attirano a sé Miles e Flora ma, all’arrivo dell’istitutrice e della governante, fuggono.
L’atto secondo si apre con un dialogo fra Quint e Miss Jessel, che tramano di soggiogare i due bambini. La scena successiva vede Miles e Flora, al cimitero, intonare un agghiacciante Benedicte. L’istitutrice vede poi Miss Jessel seduta nell’aula scolastica e la scaccia, decidendo di scrivere al tutore. Ma Miles, indotto dal fantasma di Quint, ruba la lettera. In un momento di assopimento dell’istitutrice i bambini si allontanano. Le ricerche portano a scoprire Flora accanto al fantasma di Miss Jessel. Interrogata, la bambina nega tutto gettando l’istitutrice nella disperazione. Nell’ultima scena si presenta la governante con Flora, che durante la notte ha parlato nel sonno facendo rivelazioni molto preoccupanti. Istitutrice e governante decidono di condurla dal tutore. Rimasta sola con Miles, l’istitutrice insiste perché confessi il furto della lettera. Il bambino rivela infine il nome del fantasma. Mentre l’istitutrice esclama la salvezza del bambino, quest’ultimo muore tra le sue braccia mentre il fantasma di Quint svanisce nel nulla.
La struttura dell’opera consiste in un prologo e due atti caratterizzati da mirabile simmetria; ciascuna delle otto scene è collegata alla successiva da un interludio orchestrale in forma di variazione, toccando tutti i gradi della scala cromatica. Il titolo, Il giro di vite, fa riferimento all’approfondarsi graduale nel dominio del terrore. La musica di Britten è tra le più formidabili di tutto il teatro del Novecento e l’opera è ormai stabilmente nei repertori e può contare su un significativo numero di registrazioni. Come sempre imprescindibile l’edizione diretta dallo stesso compositore, con il fido Peter Pears nel ruolo di Quint. Numerose anche le edizioni video, tra le quali consiglierei quella diretta da Richard Hickox alla testa della City of London Sinfonia (BBC-OPUS Arte). (continua)

