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Un anno con Benjamin Britten – Owen Wingrave

Nell’accingermi a raccontarvi qualcosa di Owen Wingrave, penultimo capitolo della parabola operistica britteniana, nascono in me un sorriso e qualche riflessione. Il sorriso è generato dal fatto che da anni vivo senza televisore e, a parte uno schermo LCD che utilizzo per guardare film, opere e concerti in DVD, della TV vera e propria non sento alcuna mancanza. E nel 1971 nemmeno Britten ne possedeva una. Pare che nel 1973 gli fu regalata, ma l’amore del compositore per questo dispositivo non scattò mai veramente.

Tutto questo preambolo sulla televisione nasce dal fatto che la prima rappresentazione di Owen Wingrave avvenne proprio attraverso il tubo catodico, il 16 maggio 1971, sui canali della BBC. Solo successivamente l’opera, invero non troppo fortunata, arrivò nei teatri.

La genesi del lavoro risale a una commissione della BBC del 1966 che Britten, con un misto di riluttanza e curiosità, decise di accettare. In quegli anni il mezzo televisivo era in piena espansione. Perché dunque non approfittarne e provare a veicolare il proprio lavoro teatrale verso un pubblico più vasto? Come già era accaduto alcuni anni prima per The Turn of the Screw, la scelta del librettista cadde su Myfanwy Piper e, anche in quel caso, l’argomento venne fornito da un racconto di Henry James. La stesura del libretto e della partitura occupò gran parte degli anni tra il 1968 e il 1970. La registrazione televisiva avvenne a Maltings Snape, in un auditorium appositamente adibito all’occasione.

Sul piano musicale Owen Wingrave si presenta come un’opera complessa, che trae materia dalla continua esigenza del compositore di sperimentare nuove tecniche e sempre cangianti sonorità. Vi si trovano echi di musica orientale frammisti a influenze che ammiccano alla serialità, naturalmente intessute nel consueto linguaggio armonico britteniano, costantemente a cavaliere tra ricerca e conservazione. Il linguaggio vocale è particolarmente aspro, piuttosto avaro di elementi lirici e più orientato alla declamazione. Tutti questi elementi, insieme alla vicenda piuttosto articolata e dispersiva, hanno impedito a Owen Wingrave di ritagliarsi uno spazio significativo nel repertorio dei teatri. È rimasta così un’opera di nicchia che, solo in virtù dell’appartenenza al catalogo britteniano, probabilmente sopravvive.

Non mi dilungo nel ricostruire la trama, facilmente accessibile in rete, ma sottolineo un elemento politico nel quale molti hanno visto l’espressione del pacifismo del compositore, forse influenzato anche dalla recente guerra del Vietnam. Il protagonista osteggia fino alla morte un destino che lo vorrebbe soldato e incarna una posizione allora assai diffusa, che oggi rende quest’opera straordinariamente attuale.

Per conoscerla consiglio ovviamente l’incisione DECCA diretta dallo stesso compositore, nonché una notevole edizione video di una produzione televisiva del 2005, autorevolmente diretta da Kent Nagano. Una buona alternativa audio è offerta dall’edizione Chandos del 2008, diretta dallo specialista Richard Hickox. (continua)

 

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