Andata in scena nel dicembre 1951 al Covent Garden di Londra nella versione in quattro atti, Billy Budd rappresenta uno dei vertici del corpus britteniano. Successivamente, nel 1960, il compositore ne approntò una seconda edizione, con qualche taglio e suddivisa in soli due atti.
I librettisti, il grande Edward Morgan Forster e Eric Crozier, adattarono per Britten uno dei più straordinari racconti (o romanzo breve che dir si voglia) del titano Herman Melville. Lo scrittore americano diede, con Billy Budd, la zampata del leone morente. Le vicende artistiche melvilliane sono ampiamente note. Voglio solo ricordare che, dopo la pubblicazione (a proprie spese!) di Moby Dick, capolavoro ai tempi incompreso e successivamente assurto a dignità di più importante romanzo d’oltreoceano dell’Ottocento, Melville sprofondò nel baratro dell’oblio e fu costretto a lavori d’ufficio per mantenere se stesso e famiglia. Continuò a scrivere, ovviamente, ma in modo discontinuo e solo con Billy Budd trovò temi, accenti e materia per un estremo straordinario esito letterario.
In sintesi la trama del racconto: sulla nave da guerra Indomitable vi è tra i marinai il giovane Billy Budd che, in virtù delle sue capacità e del buon carattere, guadagna una promozione. Il fatto provoca l’invidia del maestro d’armi John Claggart, il quale, novello Iago, trova il modo subdolo di denunciare Billy con l’accusa di ammutinamento. Il giovane, vistosi sopraffatto dalle accuse e dall’emotività, uccide Claggart con un pugno. Tale gesto costringe il “buon capitano” Vere, al quale Billy è legato da una specie di devozione, a chiedere la condanna a morte del reo pur avendo compreso il reale svolgersi della vicenda. Billy verrà quindi giustiziato, lasciando al capitano forti dubbi relativamente alla giustizia e a ciò che gli uomini interpretano come tale.
Fortemente motivato dal tema e attratto dall’idea di sfidare la montagna di un’opera tutta al maschile, Britten affrontò il cimento con grande forza, traendone uno dei più importanti “pezzi di teatro musicale” del Novecento. A onor del vero, l’opera britteniana non fu la prima ad affrontare l’argomento. Del 1949 è infatti una sorta di versione lirica del racconto a firma di Giorgio Federico Ghedini per le musiche e di Salvatore Quasimodo per la poesia, che tuttavia non ebbe grande fortuna.
Il Billy Budd britteniano si è invece guadagnato, con merito, un posto importante nei repertori teatrali ed è tutt’oggi sovente rappresentato. E a ragione, mi viene da aggiungere, in quanto si tratta di un’opera dalle tinte forti, con la quale Britten, abbandonate momentaneamente le opere da camera (che riprenderà più avanti con la straordinaria The Turn of the Screw) torna all’opera a organico completo, funzionale a tratteggiare la maestosità del mare, i caratteri scolpiti di Billy e di Vere, la tavolozza emotiva estremamente ricca, i grandi contrasti morali e le imponenti scene corali.
La sfida delle “sole voci virili” viene vinta senza quasi che ci si accorga di questa peculiarità. Già lo aveva fatto, al femminile, Puccini con Suor Angelica. Qui i tre ruoli principali vengono distribuiti in modo un tantino anomalo. Ci si attenderebbe infatti un Billy tenore e un Vere baritono (Claggart è per voce di basso). Accade tuttavia il contrario ed è giusto porsi alcune domande e relative risposte. Giuseppe Verdi (idolatrato da Britten), ad esempio, credo che avrebbe affidato alla calda corda paterna baritonale il ruolo del Capitano Vere, lasciando al giovane Billy la voce chiara di tenore. Britten prende altre strade. Potrebbe esserci di mezzo l’amato Peter Pears al quale fu affidata la creazione di Vere. Forse il tenore inglese preferì il tormentato ruolo del Capitano? Forse Britten scelse la corda baritonale per precise ragioni estetiche? Confesso che non conosco le ragioni. Resta il fatto che, abituato al Billy baritono, fatico a immaginarlo diversamente e, visti gli esiti, mi viene di dar ragione al compositore.
Esorto quindi tutti i lettori di Connessi all’Opera ad ascoltare e riascoltare Billy Budd, perla rara del teatro novecentesco che, a tutt’oggi, mostra la sua straordinaria modernità. Chiudo come sempre con due consigli per ascolti e visioni. Tra le numerose edizioni in CD resta un punto fermo la Decca con Pears e la bacchetta del compositore. Per il DVD vado deciso sull’edizione Arthaus del 1988 con Thomas Allen che tratteggia un Billy insuperabile. (continua)

