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Addio a Felicity Lott: la misura come stile. Aveva 79 anni

Con la scomparsa di Felicity Lott, il mondo dell’opera e della concertistica perde una delle interpreti più raffinate e riconoscibili della seconda metà del Novecento. Morta l’altro ieri a Londra all’età di 79 anni, dopo aver reso pubblico nei giorni scorsi di essere affetta da una malattia allo stato terminale, il soprano inglese lascia un’eredità artistica non assimilabile alle logiche della spettacolarizzazione che hanno segnato parte del teatro musicale contemporaneo. La sua arte apparteneva a un’altra idea di canto: quella in cui stile, parola e intelligenza musicale coincidono.

Nata a Cheltenham l’8 maggio 1947, formatasi inizialmente negli studi umanistici prima dell’ingresso alla Royal Academy of Music di Londra, Felicity Lott costruisce un percorso artistico profondamente legato alla cultura francese e al repertorio di Mozart e Richard Strauss, che diventano i poli della sua identità artistica. L’interpretazione della Marescialla nel Rosenkavalier – eseguita sotto la direzione di Carlos Kleiber alla Wiener Staatsoper e ripresa con grande successo anche al Metropolitan – evidenzia una lettura psicologica asciutta, priva di concessioni al patetismo tardoromantico. Analogamente, nei ruoli della Contessa in Capriccio di Arabella e della Contessa d’Almaviva nelle Nozze di Figaro l’attenzione dell’interprete rimane focalizzata sulla linearità del canto e sul fraseggio aristocratico.

Il debutto all’English National Opera negli anni Settanta le apre rapidamente le porte dei principali teatri internazionali, ma è soprattutto il lungo rapporto con il Festival di Glyndebourne a definire il profilo della cantante. In quel contesto, fatto di precisione stilistica e attenzione quasi cameristica al teatro musicale, Lott trova un ambiente ideale. Le Contesse delle Nozze e di Capriccio, Octavian nel Rosenkavalier e Hanna Glawari nella Vedova allegra: personaggi diversi, ma accomunati da quella miscela di eleganza, malinconia e ironia che costituiva il tratto più personale della sua presenza scenica.

La voce non era imponente né naturalmente teatrale nel senso più tradizionale del termine. Eppure proprio la sobrietà diventava parte integrante del suo fascino. Felicity Lott non cercava mai di dominare la musica: sembrava piuttosto entrarvi dall’interno, con naturalezza, lasciando emergere il senso delle parole e delle inflessioni emotive. Il suo canto era non era mai freddo o cerebrale. Dietro la misura si avvertiva sempre una profonda partecipazione umana.

La dimensione cameristica rappresenta un asse complementare e altrettanto rilevante della sua attività. Co-fondatrice con il pianista Graham Johnson del The Songmakers’ Almanac, contribuisce a superare il modello del recital antologico a favore di programmi tematici strutturati sul piano storico e letterario. Nella mélodie francese e nel Lied tedesco, la sua esecuzione si caratterizza per trasparenza, controllo del colore vocale e aderenza rigorosa al testo poetico. Questa flessibilità stilistica si estende anche al repertorio operettistico di Offenbach, affrontato con un senso della misura e dell’eleganza che rifuggono ogni caricatura, mantenendo intatta la coerenza musicale.

Negli anni Felicity Lott era diventata, quasi naturalmente, una figura di riferimento di un certo modo europeo di intendere il canto: non il divismo, ma la civiltà musicale; non l’enfasi, ma lo stile. Con la sua scomparsa si riduce lo spazio di una precisa idea di teatro musicale: colta, misurata, profondamente umana.

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