Chiudi

Vent’anni anni senza Piero Cappuccilli, l’ultimo corsaro del canto verdiano

L’11 luglio del 2005 si spegneva Piero Cappuccilli, forse l’ultimo dei grandi baritoni della vecchia scuola italiana, voce verdiana per antonomasia e figura di raccordo tra tradizione e modernità. Per circa trent’anni è stato il baritono italiano di riferimento della sua generazione, protagonista di dieci prime scaligere, presenza fissa alla Scala dell’era post-Bastianini e titolare di una carriera internazionale, pur con un focus prevalente sull’Europa. Un brutto incidente automobilistico nel 1992 lo aveva costretto a mettere fine prematura a una carriera brillante, durante la quale la voce era rimasta in buone condizioni fino all’ultimo. Una carriera iniziata con Rossini e Donizetti e che ha trovato poi in Verdi lo sviluppo più articolato con 17 titoli all’attivo attraverso tutte le fasi del compositore, fino al Verismo. Nel suo piccolo, anche Cappuccilli ha partecipato alla riscoperta di alcuni titoli belcantistici (Roberto Devereux, Il pirata) ed è stato soprattutto uno dei protagonisti della valorizzazione del primo Verdi. Alla Scala rimane celebre la collaborazione artistica con Claudio Abbado e Giorgio Strehler, che troverà in Simon Boccanegra (1971-72) e Macbeth (1975-76) le occasioni più rilevanti per la maturazione artistica di Cappuccilli. Una carriera che lo ha visto in grado di affrontare tutti i ruoli del melodramma romantico e verista italiano, da quelli lirici a quelli più drammatici.

Cappuccilli irrompe sulla scena operistica tra la fine degli anni ’50 e i primi ‘60, imponendosi per qualità di mezzi vocali e inserendosi di diritto all’interno della grande tradizione di voci baritonali di scuola italiana, ma allo stesso tempo portando avanti la scuola baritonale, soprattutto a livello interpretativo, con una modernità che ancor oggi parla al nostro tempo, distinguendosi anche per le scelte di repertorio non scontate e non rigidamente ancorate ai ruoli tradizionali su cui si fondavano le carriere di molti suoi predecessori. Si è trattato poi di un’autentica voce baritonale verdiana per colore, ampiezza e accento, sostenuta da una versatilità da attore-cantante che gli ha consentito di affrontare con efficacia un’ampia gamma di ruoli.

Nel fenomeno Capuccilli, la natura ha contato moltissimo in termini di doti innate, poi affinate con lo studio, certo, ma senza particolari difficoltà. Una voce baritonale calda, ampia e ben brunita, facile nell’emissione, omogenea lungo tutta la gamma e capace di sostenere lunghi fiati, forgiati da anni di nuoto e immersioni subacquee. Il suo canto poi poteva contare su un legato invidiabile e un’estensione fuori dal comune, che univa centri ben timbrati ad acuti squillanti e poderosi (fino al si♭ del registro di tenore – si ascolti la stretta di Ezio nell’Attila di Verdi – qui il link all’ascolto), acuti che rimanevano straordinariamente ben saldi nella corda baritonale, senza scimmiottare quella tenorile. La ricchezza di armonici faceva sì che la voce del baritono triestino si espandesse in sala generosamente, lasciando il pubblico entusiasta e profondamente emozionato, perché tutte queste doti vocali venivano messe al servizio del personaggio, con un ottimo equilibrio tra bellezza e pienezza del suono e valorizzazione della parola, senza che nessuna delle due scarnificasse l’altra. E poi vanno ricordate anche le mezzevoci, curate a dovere con un canto che spaziava con naturalezza tra i poli opposti delle dinamiche. A tutto questo si univa una presenza scenica distinta e autorevole con una gestualità incisiva, elegante e moderna, che valorizzava ulteriormente la generosità dei mezzi vocali. Le reazioni del pubblico, documentate da video e registrazioni live, non lasciano molti dubbi sull’effetto che Cappuccilli suscitava dal vivo.

Piero Cappuccilli nasce a Trieste il 9 novembre del 1926 da padre molisano – un ufficiale di Marina – e madre triestina dal sangue ungherese. Non cresce in un contesto prettamente musicale. Da bambino, però, Piero ama cantare le canzoni di Beniamino Gigli, imitandone la voce. Un vicino corista del San Carlo gli propone di cantare nel coro dei bambini della Carmen. A parte questa apparizione sul palcoscenico all’età di 8 anni, non ci sono altri episodi e dopo questo unico precedente segue un vuoto musicale fino al momento dello studio vero e proprio. Piero canticchia in occasione di ritrovi familiari e uno zio tenore, accorgendosi delle doti naturale del nipote lo convince a farsi sentire dal basso Luciano Donaggio. Ormai studente universitario, Cappuccilli è iscritto alla facoltà di architettura e dopo qualche mese di vocalizzi decide di mollare le lezioni per concentrarsi sull’università. I suoi interessi infatti sono ben altri, il nuoto, le immersioni subacquee, le ragazze, le motociclette e l’architettura. È grazie alla perseveranza e all’insistenza quasi minacciosa ma anche generosa di Donaggio che Cappuccilli decide di riprendere le lezioni, rinunciando a una carriera certa come architetto per una incerta. Dopo qualche anno di studio decide, dietro consiglio del maestro Campogalliani, di partecipare al concorso As.Li.Co al Teatro Nuovo dove ottiene il primo posto tra 38 baritoni, vittoria che porta al suo debutto ufficiale come Tonio nei Pagliacci al Nuovo nel settembre del 1956. L’anno successivo vince il concorso Viotti di Vercelli, dopo il quale gli viene offerta una tournée in Germania con Il barbiere di Siviglia: per oltre trenta date sarà Figaro ogni sera. Questa esperienza sul suolo tedesco gli apre poi le porte della doverosa e pur sempre prestigiosa gavetta formativa nei teatri emiliani: come spesso accadeva all’epoca sarà il Regio di Parma il trampolino di lancio per debutti ben più importanti, come quello scaligero. Dopo una Lucia di Lammermoor a Parma arriva alla Scala nel 1964 con lo stesso titolo insieme a Sutherland e Raimondi, a cui faranno seguito Aida e La forza del destino lo stesso anno. Da lì, Cappuccilli vi tornerà praticamente ogni stagione, a un certo punto divenendo il baritono fisso per l’apertura del 7 dicembre. Oltre alla Scala ci saranno il San Carlo e, in Europa, l’Opera di Vienna e Parigi, oltre il Covent Garden di Londra dove tornerà diverse volte, anche in tournée con i complessi scaligeri nel 1976 con il Simon Boccanegra firmato Abbado/Strehler (nel 1989 l’ultima apparizione alla ROH come Tonio nei Pagliacci, la prima era stata nel 1967 con La traviata firmata da Luchino Visconti). Il nome di Cappuccilli sarà poi indissolubilmente legato al Festival di Salisburgo dove nel 1975 sarà Rodrigo in uno storico Don Carlos diretto da Karajan. Al MET di New York il baritono italiano approda, ancora prima che alla Scala, per una sola recita della Traviata nel 1960 come Giorgio Germont, dopo la morte di Leonard Warren; Rudolf Bing vorrebbe firmare un’esclusiva a lungo termine, ma il baritono italiano si rifiuta, preferendo rimanere un battitore libero; questo gli precluderà altri ritorni al MET, dove per altro dominava incontrastato Robert Merrill. Verrà chiamato a Chicago a partire dal 1969, dove avrà molto successo per diverse stagioni. Verrà anche chiamato al Teatro Colon di Buenos Aires. Nel corso della sua carriera Cappuccili tornerà poi spesso al Teatro Verdi di Trieste dove il pubblico lo ha sempre adorato. L’ultima apparizione scaligera sarà nel 1989 come Scarpia in Tosca.

Perlopiù riservato e lontano dalla mondanità del divismo, la sua etica professionale gli imponeva principalmente di fare il suo dovere, e di farlo al meglio: “Faccio il cantante come un altro fa l’impiegato o il meccanico. Lavoro in palcoscenico perché ho il compito di fare spettacoli, cerco di assolverlo il meglio che posso, come tutti quelli che credono al loro mestiere, poi ritorno a casa, in famiglia, a distendermi e riposarmi per il giorno dopo. Non vedo che cosa ci sia di straordinario”. Fuori dal teatro le sue passioni erano il mare, la vita in barca e all’aria aperta, l’amore per gli animali, le auto e, da bravo triestino, la giovialità dei ritrovi conviviali. Rimarrà molto attaccato alla famiglia: la moglie Graziella e i tre figli, Patrizia, Giovanni e Pierpaolo. I colleghi ne hanno sempre ricordato la bravura, la correttezza in scena, la generosità e anche quella simpatica spacconeria che lo caratterizzava, ma senza quel divismo tossico fatto di egocentrismi e invidie. Sul palcoscenico, poi, non aveva alcun problema di nervi, una dote questa che conta tantissimo per la riuscita di una carriera.

Piero Cappuccilli ha amato tutti i titoli che ha interpretato, ma Simon Boccanegra – nella storica produzione Abbado/Streheler – rimane, anche a sua detta, l’apice artistico della sua carriera. Un doge-corsaro, uomo di mare, interpretato da un altro uomo di mare, con virilità e autorevolezza (video al termine). A Macbeth volle arrivare solo dopo anni di studio e maturazione, scavando a fondo nella psicologia di un personaggio introspettivo, tormentato e succube sessualmente della Lady (qui il video di “Pietà, rispetto, amore” al minuto 02:07:20). Un ruolo a cui era molto legato, come anche il Gérard dall’Andrea Chénier, tanto da inserire spesso “Nemico della patria” anche nei programmi dei suoi concerti. Cappuccilli è stato anche un grande interprete di Barnaba e Tonio. Riuscitissimo pure il suo Jago, così subdolo calcolatore e ambizioso (qui il video di “Credo un dio crudel” alla Scala nel 1976 sotto la bacchetta di Carlos Kleiber). Indimenticabile pure il suo Rodrigo, umano e moderno, nel Don Carlo di Verdi. Impossibile elencare tutti i ruoli, ma vanno ricordati  almeno il Doge Foscari, padre nobile che il baritono italiano interpretava in maniera autorevole, e il Conte di Luna del Trovatore: si ascolti  “Il balen del suo sorriso” (qui il link ) per avere un assaggio della morbidezza e controllo del fiato. C’è infine Rigoletto, interpretazione discussa perché ripulita da certi effetti istrionici, nel rispetto del legato e della linea di canto.

Piero Cappuccilli lascia un’ampia discografia, avendo inciso per diverse etichette nel corso della carriera, anche se la sua è stata, fondamentalmente, una voce da ascoltare soprattutto a teatro. Il trampolino di lancio per la carriera discografica (ma anche per la carriera tout court) è sicuramente la chiamata da parte di Walter Legge della EMI, su specifica volontà di Tullio Serafin, per registrare Lucia di Lammermoor con la Callas e Tagliavini. L’anno dopo, sempre con la Callas inciderà La Gioconda. Lucia verrà in seguito incisa con Beverly Sills e Carlo Bergonzi con la LSO e Thomas Schippers. Tra le registrazioni di riferimento anche Nabucco, realizzata nel 1982 per DG con una giovane Dimitrova, Domingo e Lucia Valentini Terrani diretti da Giuseppe Sinopoli. Ricordiamo poi la prima incisione de I Masnadieri con Caballè, Begonzi e Raimondi. Macbeth lo inciderà due volte, dapprima affiancato da Shirley Verrett con i complessi scaligeri diretti da Abbado, e poi con Sylvia Sass sotto la direzione di Lamberto Gardelli. C’è poi il Rigoletto registrato con Cotrubras, Domingo e Obraztsova sotto la bacchetta di Giulini, I Due Foscari con Ricciarelli, Carreras e Ramey e il Simon Boccanegra diretto da Abbado, così come il Don Carlos diretto da Karajan. Ne abbiamo citate solo alcune, ovviamente. Per chi non conoscesse Cappuccilli e volesse un’introduzione alla sua arte, consigliamo l’ascolto dell’antologia pubblicata da Bongiovanni Il mito dell’opera: Piero Capuccilli.

Veniamo ora al capitolo delle principali critiche che sono state mosse a Cappuccilli. Al baritono italiano venivano talvolta rimproverati una certa monotonia e mancanza di fantasia interpretativa, come se cantasse per routine, uno scarso rispetto dei segni espressivi in partitura e qualche eccesso verista. La critica lo ha comunque apprezzato nel complesso, con alcune voci fuori dal coro, come quella di Rodolfo Celletti, che idealizzava uno stile nobile ottocentesco nella scuola baritonale – stile di cui Renato Bruson era forse il rappresentante più compiuto – contrapposto a quello della cosiddetta “scuola del muggito” di matrice verista. Va detto, però, che lo studioso e grande esperto di voci non mosse mai critiche feroci  a Cappuccilli, soffermandosi piuttosto su uno stile di canto poco incline alla cura del dettaglio e del chiaroscuro, pur riconoscendogli una versatilità e un’eloquenza superiori, ad esempio, a quelle di Ettore Bastianini, considerato meno duttile e più monotono sul piano interpretativo. Quanto alla varietà interpretativa e all’attenzione ai segni di espressione, si può osservare che Cappuccilli rendeva al meglio quando era stimolato dalla guida ispirata di grandi registi e direttori d’orchestra. Ha toccato il suo apice interpretativo, per esempio, sotto la direzione di Giorgio Strehler – ma anche perché le sue intuizioni erano corrette e la predisposizione c’era: altrimenti, neppure Strehler avrebbe potuto molto. Sul piano musicale e delle dinamiche, sotto la direzione di Claudio Abbado (soprattutto in sala d’incisione), Cappuccilli si dimostrò invece assai più attento ai segni d’espressione: si ascolti, ad esempio, la registrazione di Macbeth. In altre occasioni, questo aspetto risultò talvolta meno curato. Cappuccilli, del resto, non era certo un baritono dall’approccio iper-intellettuale: preferiva un’impostazione più immediata, ma mai grezza, e non lasciava nulla al caso nella costruzione di un personaggio a tutto tondo. La critica di eccessivo verismo appare forse troppo severa: è vero che, in alcuni frangenti, cercò un effetto verista per qualche battuta, ma rimase essenzialmente un grande baritono del melodramma romantico e verdiano, capace di coniugare eleganza, naturalezza, temperamento e modernità d’approccio. Il tutto nel rispetto della tradizione, ma di una tradizione che si rinnova, ripulendosi da certe incrostazioni.

Nel 1992, all’indomani di una recita di Nabucco all’Arena di Verona, e contrariamente al consiglio della moglie di fermarsi in città a pranzo con i colleghi, Piero Cappuccilli, alla guida della sua Jaguar (la passione per le auto e la velocità gli sarà in questo senso fatale), è vittima di un grave incidente stradale che ne compromette irrimediabilmente le condizioni fisiche. Da quel momento, nulla sarà più come prima: il baritono si ritirerà dalle scene per dedicarsi all’insegnamento. Cappuccilli si spegne l’11 luglio 2025, dopo una lunga malattia. Non molto è stato scritto su di lui, un vuoto colmato fortunatamente da due pubblicazioni: Piero Cappuccilli, i suoi personaggi di Gianfranco Landini e Piero Cappuccilli, un baritono da leggenda di Rino Alessi. Oggi il ricordo del grande interprete è custodito e promosso dai figli e dalla Fondazione Piero Cappuccilli.

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino