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La scomparsa di Pierre Audi, un maestro della regia fra tradizione e sperimentazione

Pierre Audi si è spento a Pechino il 3 maggio, all’età di 67 anni. Era nato a Beirut nel 1957 da genitori sauditi, ma si era formato tra Parigi e l’Inghilterra. Nel 1979 fonda a Londra, nel quartiere di Islington, l’Almeida Theatre, che in poco tempo diventa uno dei teatri più interessanti della scena londinese.

Nel 1988 lascia l’Almeida per assumere la direzione artistica della Dutch National Opera di Amsterdam, carica che ricopre per 30 anni e che si può considerare come il suo risultato più incredibile. In quei decenni Audi trasforma il teatro olandese in uno dei palcoscenici più sperimentali d’Europa: aggiorna il repertorio mettendo in scena lui stesso la trilogia monteverdiana e realizzando il primo Ring wagneriano della compagnia; invita cantanti, direttori e registi fuori dal circuito mainstream e avvia coproduzioni con teatri e festival internazionali. La Dutch National Opera diventa così uno dei teatri d’opera più importanti d’Europa, dove si definiscono tendenze musicali, ma soprattutto registiche.

Su quest’ultimo fronte si concentra anche la sua direzione del Festival di Aix-en-Provence, dove Audi approda nel 2018 e di cui stava preparando la 77ª edizione in programma dal prossimo 4 luglio. La sua leadership in Provenza è più difficile da valutare, sia per l’alterna qualità degli spettacoli sia per la risposta del pubblico meno entusiasta rispetto a quella ottenuta ad Amsterdam.

In realtà, si può dire che la sua abilità di timoniere di teatri è frutto anche della sua esperienza come prolifico regista operistico. Oltre ai già citati Monteverdi e Wagner, ad Amsterdam mette in scena opere come Les Troyens di Berlioz e Guillaume Tell di Rossini. Lavora anche in altre piazze europee, collaborando per le sue scenografie con artisti visivi come Anish Kapoor per Pelléas et Mélisande (Bruxelles e Roma, 2013) e Georg Baselitz per Parsifal (Monaco, 2018).

Il suo approccio è sempre piuttosto semplice e tradizionale, anche se le ambientazioni cupe e opprimenti farebbero pensare il contrario, come si può vedere nel Rigoletto tuttora in repertorio alla Staatsoper di Vienna o nella Tosca dell’Opéra de Paris. Per questo motivo, e per la sua familiarità con il mondo della musica contemporanea, viene più volte scelto per mettere in scena le prime mondiali di nuove opere, non ultima Fin de Partie di György Kurtág allestita alla Scala (2018) e poi ripresa ad Amsterdam e Parigi.

In Italia, Pierre Audi firma produzioni di rilievo come Tristan und Isolde a Roma per l’inaugurazione della stagione 2016/2017 e Orphée et Eurydice al Festival del Maggio Musicale Fiorentino del 2022, entrambe con Daniele Gatti sul podio. Sicuramente resterà nella memoria di chi l’ha vista anche una delle sue ultime creazioni, l’Alcina andata in scena lo scorso marzo al Teatro dell’Opera di Roma: una produzione nata per il teatro di Drottningholm in Svezia insieme a Tamerlano, e ricostruita per Bruxelles, Amsterdam e infine Roma, in un percorso che ha sempre visto Audi impegnato in prima persona. In questa Alcina si intrecciano la grande passione per gli effetti di luce e una attenzione spasmodica al gesto teatrale, dando vita a una meraviglia di teatro barocco lontano dalle consuete destrutturazioni che spesso accompagnano questo repertorio. Un motivo in più per ricordarlo con questo spettacolo, così riuscito da risultare quasi miracoloso.

Photo: Joël Saget / AFP

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