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Voci nella storia – Ewa Podleś, la forza eroica e travolgente del contralto assoluto

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Lo scorso 19 gennaio ci lasciava all’età di 71 anni Ewa Podleś (1952-2024), tra le più celebrate voci di contralto della sua generazione e una delle maggiori virtuose attive tra il XX e il XXI secolo. Dotata di notevole estensione (oltre tre ottave, fino al re sovracuto) e di un timbro scuro, pastoso, autenticamente contraltile (quasi baritonale poi, negli anni della maturità), Podleś è stata definita dal New York Times come “una voce rara nella sua tipologia quanto nella sua bellezza”, mentre Associated Press ha parlato di “una forza della natura”. Definizioni più che condivisibili e una propensione al canto di agilità (quella di forza, più spericolata e impressionante), che l’hanno resa grande interprete del repertorio barocco, Händel soprattutto (Rinaldo, Giulio Cesare in Egitto, Rodelinda), e in particolare dei grandi ruoli seri e buffi di Rossini (Tancredi, Maometto II, Isabella, Angelina, Rosina). Una carriera di oltre 40 anni che ha visto la cantante polacca, con il passare dell’età, assecondare l’evoluzione della voce transitando dai ruoli di coloratura eroici (e non) di Rossini e Händel, verso ruoli da mezzosoprano/contralto drammatico del repertorio italiano (Quickly, Azucena, Ulrica, Eboli, la Cieca), fino a toccare Wagner (Erda) e Richard Strauss (Klytämnestra), ma anche il repertorio russo, le canzoni di Šostakovič, Chopin e Rachmaninov, le sinfonie di Mahler e il repertorio contemporaneo (Penderecki). Nel suo repertorio, troviamo anche autori come Haydn, Gluck, Respighi, Bizet, Massenet, Offenbach, Ponchielli, Bellini e Donizetti. Per questo grande spettro di ruoli e possibilità vocali, che vanno dal contralto di coloratura al contralto drammatico, Ewa Podleś viene definita spesso come il ‘Contralto Assoluto’ per eccellenza. Ma in fondo, ci troviamo di fronte al caso di un’artista per cui le classificazioni che ingabbiano i cantanti contano ben poco.

Ewa Podleś nasce a Varsavia il 26 aprile 1952. La madre è una corista dell’Opera Nazionale di Varsavia che, come la figlia, è dotata di una voce profonda e dal colore quasi mascolino. Ewa cresce, tra restrizioni varie, nella Polonia sotto il dominio comunista del secondo dopoguerra. La formazione musicale avviene all’Accademia di Musica di Varsavia con Alina Bolechowska. La ragazza ha una predisposizione naturale al registro di petto e sviluppa anche un registro acuto brillante; con gli anni poi rinforzerà pure i centri, anche se la zona di comfort a livello di tessitura dove gravitare più a lungo senza problemi, rimarrà sempre quella grave. Debutta nel 1975, ma il primo riconoscimento importante arriva nel 1977 quando vince la settima International Tchaikovsky Competition di Mosca. Poco dopo vince anche diversi concorsi in giro per l’Europa. La Polonia sarà il paese che la vedrà occupata negli anni della gavetta, che la vedono impegnata nei ruoli di coloratura rossiniana (Rosina, Angelina), ma anche nella Carmen di Bizet. Nel 1984 debutta al MET di New York nel Rinaldo di Händel, in sostituzione di Marilyn Horne. Come spesso è capitato con cantanti di valore, non è stato amore a prima vista con il MET: erano gli anni del dominio indiscusso di Horne e il MET di una ‘seconda Horne’ non ne aveva bisogno. Podleś tornerà nel teatro americano solo nella stagione 2008-2009 per cantare la Cieca ne La Gioconda di Ponchielli. Durante la sua carriera quarantennale, Podleś ha cantato nei teatri più importanti del mondo (La Scala, Opera di San Francisco, Covent Garden, Liceu, Teatro Real, Deutsche Oper, La Fenice, Opera di Monte Carlo). In Italia si ricorda una memorabile Semiramide a Venezia nel 1992 insieme a Mariella Devia, dove Podleś cantò sempre in sostituzione della Horne (qui un link all’ascolto). Si è esibita poi in prestigiose sale da concerto come La Carnegie Hall di New York e la Wigmore Hall di Londra e ha partecipato a diversi festival tra cui il ROF di Pesaro. Qui debutta tardi, solo nel 2001, grazie ad Alberto Zedda, interpretando Giunone nella cantata Le nozze di Teti e Peleo; aveva poi cantato in due concerti (2009 e 2014), oltre a essere protagonista di un indimenticabile Ciro in Babilonia nel 2012, ripreso poi nel 2016.

Cosa rende unico, riconoscibilissimo e se vogliamo ‘storico’, lo strumento della Podleś? Quel suono ricco, scuro dal petto sprezzante e cavernoso, unito a un registro di testa altrettanto sonoro, il piglio eroico, l’attacco deciso, la presenza scenica carismatica, quelle agilità di forza così floride a tutte le altezze, così sgranate, così espressive. E poi quel colore scuro e mutevole tra l’androgino, il sensuale e il dolente, che l’ha resa interprete naturale di ruoli en travesti. Nel tempo quel colore si era scurito maggiormente, diventando ideale per interpretare i ruoli tipici da ‘strega’, ma anche quelli matronali o da padre nobile. Podleś è stato un contralto rossiniano, per uso del colore e dell’espressione a servizio dell’agilità, per aderenza stilistica, per rispetto della linea di canto e per l’ambiguità del timbro. Come non citare il suo Tancredi, guerriero determinato ma anche amoroso e sofferente, o il suo Arsace. È sbagliato pensare che la Podleś fosse solo portata per il canto d’agilità. C’è un lato tutto da riscoprire nel lirismo dal carattere patetico, malinconico e sensibilmente sofferto. Si ascolti per esempio “Urlicht” dalla seconda sinfonia di Mahler (qui il link). Se si parla poi di intensità drammatica come non ricordare Alexander Nevsky di Prokof’ev (qui il link), un lamento reso con così grande cura del legato e toccante musicalità, o il ciclo di Canti e danze della morte di Mussorgsky. E poi c’era quel lato ironico nella vita e nella professione che la rendeva ancora più irresistibile.

Nonostante l’eccezionalità dei mezzi, va detto che come contralto d’agilità Podleś è stata in fondo sottovalutata. Lei stessa odiava i paragoni sottolineando l’ingiusta appropriazione della definizione di ‘contralto’ da parte di chi si era reinventato ‘contralto’ pur essendo in fondo un mezzosoprano o semplicemente un ‘alto’ con solo note medio-gravi all’attivo. Come detto c’era la Horne, ma è anche una questione di gusto personale. Adorata da una cerchia di connoisseur che hanno viaggiato per lei, seguendola fino alla sua ultima apparizione sulle scene, Podleś non metteva d’accordo tutti: soprattutto gli scettici dell’uso della voce di petto, ma anche i puristi della misura o gli amanti di una recitazione meno melodrammatica e stilizzata o i difensori della omogeneità assoluta tra i registri. La Podleś aveva in fondo tre voci in una. Le differenze di colore erano inevitabili, cantando a quei livelli di impeto e forza, senza compromessi, e che poi il tempo avesse acuito qualche disconnessione, quello è comprensibile. E anche con i suoi limiti, Podleś era sempre consapevole di quello che faceva e pertanto un’interprete intelligente, come dimostrato dalle scelte di repertorio che hanno seguito l’evoluzione della voce. Al di là delle questioni di gusto e della solita connotazione divisiva che si attacca ai grandi artisti che esaltano e turbano perché alla fine si prendono dei rischi, è innegabile che la voce del contralto polacco fosse rara, anzi rarissima (Ewa lo ha ripetuto spesso in interviste, ma forse non è stata ascoltata a dovere). Offuscati dalle disquisizioni di cui sopra, mentre era in vita ci siamo forse persi di vista l’eccezionalità del suo strumento. Uno strumento che viaggiava spavaldo attraverso il pentagramma senza paura e senza limiti. Uno strumento che conteneva sia certe possibilità dei castrati (nel meravigliare e far commuovere), che certe connotazioni delle voci ottocentesche predilette da Rossini. Un’artista che sapeva trascinare, emozionare, esaltare con un canto anche fisico, con l’impegno stremante di tutta la corporatura e quei colpi di testa all’indietro per sgranare i passi di agilità con salite in acuto che le permettevano di cantare con sprezzatura l’aria dalla diabolica difficoltà “Non temer d’un basso affetto”, dal Maometto II di Rossini (video al termine).

In carriera Podleś ha registrato una trentina di incisioni, per diverse etichette discografiche, se vogliamo minori. Avrebbe meritato ben altro contratto con una major discografica, ma alla fine ci rimane un lascito piuttosto fedele alla sua carriera, a differenza di altre grandi completamente trascurate dal disco. Ricordiamo l’incisione di Tancredi con Alberto Zedda, l’incisione Naxos con le arie di Rossini del 1996, il cd di arie russe, le registrazioni integrali di Armide di Gluck e di Ariodante con Marc Minkowski e Les Musiciens du Louvre. Tra le registrazioni anche la prima mondiale del Te Deum di Penderecki. Stupendo anche il CD dedicato a Händel con le arie di Rinaldo e Orlando, insieme alla Moscow Chamber Orchestra diretta da Constantine Orbelian. Impossibile non emozionarsi ascoltando la resa strabordante di pathos di “Cara sposa” (qui il video di un’esecuzione dal vivo) o non esaltarsi con i Da capo spericolatamente pazzi delle arie di bravura come “Venti, turbini” (qui link) o “Cielo! Se tu il consenti” (qui il link), tra agilità da capogiro e canto di balzo con affondi agli abissi di petto. Magari le si può rimproverare una eccessiva libertà stilistica nei tempi delle sezioni B e nella scelta di variazioni che quasi riscrivono la linea vocale, ma questo non cambia la portata del fenomeno. Sicuramente non per tutti i gusti, ma la domanda che dobbiamo chiederci è: chi riuscirebbe oggi tra i mezzosoprani o i contralti che si definiscono tali senza esserlo a cantare con questa generosità di suono e libertà nel virtuosismo che hanno dell’incredibile, senza cedere a compromessi o senza evitare ingolature e suoni intubati?. In fondo è bene chiederselo per rimettere le cose al loro posto.

Nel 2017, dopo una rappresentazione della Fille du régiment al Liceu di Barcellona dove aveva interpretato la Marquise de Berkenfield, Podleś aveva interrotto la carriera teatrale a causa di un intervento ortopedico, dedicandosi all’attività didattica e partecipando come giurata a concorsi di canto. In molti, tra le sue adoranti schiere di fan, hanno sperato in un ritorno sul palcoscenico, fino all’ultimo. L’ultima apparizione italiana risale al 2016 con il Ciro in Babilonia al ROF, dove nonostante il peso dell’età e di un costume altrettanto pesante, aveva dato vita a un monarca autorevole e padre tenero al contempo (qui il link all’ascolto). Podleś si è spenta a Varsavia a causa di un cancro ai polmoni. La cantante aveva perso da pochi mesi il marito Jerzy Marchwinski, pianista che l’aveva seguita e consigliata nelle sue scelte di carriera. E ora tocca alla memoria, così difficile da preservare; come successo in diversi casi il rischio del cadere nel dimenticatoio è reale; noi ci auspichiamo però che sia le sue registrazioni che le diverse generazioni di fan entusiasti che l’hanno seguita negli anni, tengano viva la sua memoria. Ci conforta constatare come Podleś avesse attratto l’interesse di giovani appassionati, forse anche per quell’energia travolgente da forza della natura a cui era difficile resistere, per un giovane. La memoria è un dovere, così come è una questione di buon senso constatare che cantanti così sono rare, a prescindere dai gusti. Per questo, non abbiamo nessun timore ad affermare che Ewa Podleś è stata una grandissima Belcantista e non solo, con una sua unicità francamente difficile da replicare.

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