I 90 anni di Liliana Cavani, una vita tra cinema e teatro d’opera

Il mondo della cultura italiano ha iniziato già da qualche giorno a omaggiare Liliana Cavani per i suoi 90 anni, e in effetti tanta festa è dovuta a una donna che ha segnato la cultura teatrale e cinematografica del nostro Paese. Nata a Carpi il 12 gennaio 1933, Cavani esordisce con documentari e film-inchieste, arrivando ai lungometraggi nel 1966 quando realizza il suo primo film San Francesco d’Assisi. Da allora fioccano pellicole che affrontano i temi più disparati come Il portiere di notte o la trasposizione cinematografica nel 1981 de La pelle, capolavoro di Curzio Malaparte.
Proprio in quegli anni Cavani inizia ad approdare anche alla regia d’opera. Nel 1979 Bruno Bartoletti la chiama al Teatro Comunale di Firenze ad allestire Wozzeck da lui diretto e con le scene di Ezio Frigerio. Seguono due produzioni parigine con protagonista Shirley Verrett: Iphigénie en Tauride (1984) ambientata all’interno di un anfiteatro memore del Teatro Farnese di Parma, e Médée di Cherubini (1986). Tuttavia l’anno della consacrazione è il 1990 quando debutta alla Scala con La traviata. Il notissimo titolo non era stato più ripreso sul palco milanese dalle contestatissime recite del 1964 con Karajan sul podio e la produzione di Franco Zeffirelli, ma Riccardo Muti e Liliana Cavani, e un cast di giovani interpreti, rompono il silenzio con uno spettacolo di successo, anche grazie alle sontuose scene di Dante Ferretti, che viene ripresentato anche nelle due stagioni successive e figura tuttora nelle stagioni scaligere.

Dopo quella Traviata, che potremmo ancora oggi definire rassicurante, in perfetta linea con le convenzioni del titolo, Cavani e Muti inaugurano la stagione 1993/1994 con La Vestale di Gaspare Spontini, creando una ambientazione napoleonica che è l’apoteosi della glorificazione di Roma. Cavani diventa così tra i registi prediletti del direttore musicale scaligero che le affida anche Manon Lescaut (1998) e Un ballo in maschera (2001), ma che porta anche al Festival di Ravenna dove nel 1996 allestisce Cavalleria rusticana e Pagliacci, in una visione che potremmo definire quasi neorealista e che rientra tra i migliori risultati della regista, anche grazie alle scene di Dante Ferretti, con cui Cavani collabora a lungo.

Ma insieme a queste opere di repertorio, a Firenze Cavani allestisce anche titoli meno frequentati dai teatri italiani come Cardillac di Hindemith (1991), in una ambientazione anni ‘30 che guarda al ritorno all’ordine più che all’espressionismo tedesco, oppure Jenůfa di Janáček (1993), in cui si accantona tutto il materiale folcloristico per sviscerare gli aspetti più crudi della vicenda traslandola dalla campagna morava ai sobborghi di una grande città. Rimane poi solido il rapporto con il maestro Bartoletti con cui collabora a Zurigo per La cena delle beffe (1995) e poi a Parma in Werther (2004), Alceste (2004), galvanizzata da una Anna Caterina Antonacci protagonista in un porticato tardorinascimentale tra Palladio e Scamozzi, e Macbeth (2006), in cui si recupera il carattere terragno e tutto padano delle streghe, le quali altro non sono che lavandaie del popolo ammantate di superstizione.

Nonostante le sue avventure cinematografiche siano state sempre segnate da uno scavo nelle turbolenze dell’animo umano, la Liliana Cavani regista d’opera è invece un alfiere della tradizione. Osa trasposizioni temporali soprattutto con i titoli meno conosciuti, ma rimane sempre fedele al dettato del libretto e alle convenzioni operistiche, concentrandosi spesso sulle masse e un fiorire di controscene che rendono molte delle sue produzioni “cinematografiche”, anche se si tratta di una definizione quasi scontata per chi da quell’ambiente provenga. Il successo di molti suoi spettacoli, quasi tutti ripresi più di una volta anche all’estero, sta ancora oggi a indicare come, nonostante la carriera principalmente votata al grande schermo, Cavani si sia ritagliata ormai un posto nella storia della regia d’opera.