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Voci nella storia – Janet Baker, la dama del canto nobile e consolatorio

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Tra le grandi voci del ‘900 troviamo di diritto quella del mezzosoprano Janet Baker, la cantante inglese più celebre della seconda metà del secolo scorso, considerata degna erede del contralto Kathleen Ferrier, la cui carriera si interruppe prematuramente nel 1953 a causa di un cancro al seno. Attiva tra gli anni ’50 e gli anni ’80, Baker è stata una cantante d’opera, concertista, liederista, ma anche raffinata interprete di canzoni inglesi, oratori, cantate barocche e musica sacra. Il suo nome viene associato a un repertorio vasto che comprende autori come Händel, Purcell, Bach, Berlioz, Britten ed Elgar, ma anche a Mahler, Brahms, Strauss e Schubert, solo per citarne alcuni. Tra i meriti di valenza storica, Baker vanta quello di essere stata una delle protagoniste di spicco della riscoperta di Händel in Inghilterra a cavallo tra fine anni ’50 e primi ’60 (qui il link al nostro articolo in merito). Il fascino della sua voce sarà tale non solo da scatenare l’adorazione del pubblico, ma anche da spingere compositori a scrivere dei lavori appositamente pensati per lei. Rispettatissima e insignita del titolo di Dame per i suoi meriti professionali, Baker ha rappresentato un esempio di etica professionale, serietà e impegno a servizio della professione di cantante. Con la sua voce e le sue scelte di repertorio ha poi rappresentato un modello di riferimento imprescindibile per diversi mezzosoprani dei nostri tempi, in primis Joyce DiDonato ma anche Sarah Connolly.

La voce di Janet Baker è facilmente riconoscibile praticamente dalle prime battute di ogni ascolto, il che, di per sé, è già il biglietto da visita delle grandi voci. Tecnicamente è ben impostata, salda, ricca e fluida. Il timbro è caldo e denso, con tante sfumature. Nel suo canto coesistono misura inglese, controllo tecnico, espressione, profondità artistica, pulizia della linea di canto, comprensione viva del testo e attenzione alla dizione. Se i nervi non consentiranno all’artista di godersi fino in fondo le sue performance fino a tarda carriera, il controllo e la padronanza tecnica saranno tali da non far mai trasparire insicurezza alcuna. Anche per questo austero distacco e senso di essere inscalfibile le viene affibbiato a inizio carriera il soprannome di Dame Granite (la Dama di granito). Un giudizio fuorviante e di superfice, poi contraddetto dall’evoluzione della voce di Dame Janet. A un ascolto più attento si percepisce tutta l’umanità e l’emozione di questa voce, anche nella sua dimensione più vulnerabile.

Basti ascoltare l’interpretazione che la Baker offre di Didone in Dido and Aeneas di Purcell; un ruolo che hanno cantato in molti mezzosoprani senza però battere il mezzosoprano inglese per intensità, controllo delle dinamiche e del vibrato, capacità di sfumare e fraseggiare in musica le emozioni (qui il link del lamento di Didone e qui il link di “Ah! Belinda, I amprest with torment” dove il finale è semplicemente sublime). Quello che colpisce nel suo modo di cantare è la capacità di tenere l’ascoltatore in totale sospensione estatica grazie ad arcate ampie e un suono che viene prolungato e smorzato ma mai troncato veramente. Impossibile poi non rimanere colpiti (per non dire commossi) dall’ascolto della sua interpretazione dell’Angelo in The dream of Gerontius di Elgar (qui il link di “Softly and gently” dal minuto 10.55).

Se il mezzosoprano inglese ha potuto esplorare il repertorio händeliano è anche grazie alla flessibilità ed estensione del suo strumento. Pur in assenza di virtuosismi trascendentali stile Sutherland, Baker ha affrontato alla grande arie difficilissime come “Dopo notte, atra e funesta” da Ariodante incisa con Raymond Leppard e l’English Chamber Orchestra (qui il link). Qui Dame Janet si destreggia tra le ottave e le colorature con grande omogeneità e presenza vocale. Saremo pure agli arbori della riscoperta del caro Sassone, ma le interpretazioni händeliane della Baker si ascoltano ancora con enorme piacere.
Al mezzosoprano vengono poi riconosciute, sia dai critici che dai registi che hanno lavorato con lei, qualità da cantante-attrice. Alla base c’era lo studio attento dei personaggi che Dame Janet voleva capire fino in fondo, per poi portarli in scena e raggiungere la completa immedesimazione.

Fin dagli inizi, quando passavano le sue performance alla radio, furono in molti gli ascoltatori a paragonare Janet Baker con Kathleen Ferrier, di cui la Baker ha in tutti i sensi raccolto il testimone, arrivando a Londra nel 1953 proprio nell’anno in cui i giornali davano la notizia della prematura scomparsa del celebre contralto inglese. In realtà le due voci erano differenti, così come differenti sono state le carriere, seppur con qualche analogia. Ferrier è stata un contralto puro (dal vibrato distintivo) nella miglior tradizione inglese e che, nel complesso, ha cantato poche opere e prevalentemente in sede di concerto. Baker invece è stata una cantante con estensione più mezzosopranile, doti tecniche e senso del teatro che le hanno consentito di esplorare un repertorio vasto, dal barocco più florido a ruoli più drammatici. In comune le due hanno avuto il repertorio concertistico e liederistico, il sodalizio artistico con il direttore John Barbirolli, le collaborazioni professionali con Benjamin Britten e alcuni titoli di riferimento come l’Orfeo di Gluck. Entrambe poi hanno avuto il dono innato di riuscire a rapire gli spettatori che andavano ai loro concerti di canto, la Ferrier grazie alle vibrazioni calde e malinconiche del suo strumento unico e benedetto, la Baker grazie all’intensità emozionale di una voce che sapeva consolare, nobilitare e infine elevare.

Janet Baker nasce nel Yorkshire nel 1933 in una famiglia non propriamente musicale. Non riceverà mai un’educazione formale da conservatorio per intenderci, e studierà canto privatamente solo al suo arrivo a Londra. La vita privata della famiglia Baker è segnata da un lutto terribile. Il fratello di Janet, Peter, scompare quando lei ha soli 10 anni – una perdita da cui la famiglia non si riprenderà mai più. Anche Janet ne rimarrà per sempre segnata ed è anche a causa di questa sofferenza, oltre alla determinazione di voler privilegiare la sua carriera, che deciderà di non aver figli.
Invece di andare al college Janet trova impiego in una banca mentre alla sera canta in un coro. Decide poi di tentare la via di una carriera nella musica e in questo viene assecondata pienamente dai genitori: nel 1953 si trasferisce così a Londra dove inizia a studiare con Helene Isepp. Sempre a Londra, frequenterà delle masterclass con Lotte Lehmann e studierà le canzoni francesi e inglesi con Meriel St. Clair. I frutti degli studi vengono presto raccolti: nel 1956 si aggiudica il secondo premio del Kathleen Ferrier Award; tra i giudici Lord Harewood, che dopo qualche scetticismo iniziale, diventerà un suo grande ammiratore.

Gli esordi sono all’insegna della gavetta. Il debutto ufficiale avviene nel 1956 all’Opera club di Oxford nel ruolo di Róza nel Segreto di Smetana. Debutta anche come corista a Glyndebourne. Nel 1957 Janet sposa James Keith Shelley, che poi diventerà il suo manager organizzandole viaggi e ingaggi, seguendola in tutte le sue tournée e preoccupandosi del suo benessere psico-fisico. A fine anni ’50 si fa un nome in Inghilterra come interprete di musica bachiana. Nel 1959 canta il ruolo di Eduige in Rodelinda all’Handel Opera Society a fianco di Joan Sutherland. È il primo di una serie di ruoli händeliani che la vedranno tra le protagoniste del revival inglese del caro Sassone. Sarà Irene in Tamerlano nel 1962, Ariodante nel 1964 e Orlando nel 1966. Nel 1962 inizia a collaborare con l’English Opera Group di Benjamin Britten al Festival di Aldeburgh. Per il compositore inglese canterà il ruolo di Polly in The Beggar’s Opera e Lucretia in The Rape of Lucretia. Nel 1966 debutta negli Stati Uniti con grande successo di critica dopo un concerto alla Carnegie Hall. Da quel momento il pubblico americano le sarà molto devoto e negli States Baker vi tornerà ogni anno per un tour di concerti. Sempre nel 1966 arriva il debutto alla Royal Opera House come Hermia in Midsummer’s Night Dream di Britten. Al Covent Garden nel corso degli anni canterà tra l’altro Didone in Les Troyens, Vitellia in La clemenza di Tito (ma stranamente non Sesto che le sarebbe stato vocalmente più congeniale), Idamante in Idomeneo e Alceste di Gluck.
A Glyndebourne, a parte l’indimenticabile Dido and Aeneas sarà ulteriormente protagonista del revival della musica antica e barocca cantando il ruolo di Diana in La Calisto e Penelope in Il ritorno d’Ulisse in patria. Un altro teatro associato a Baker è l’English National Opera (ENO) che per lei mette in scena delle produzioni ormai storiche come il Julius Caesar e Mary Stuart, ma anche le versioni inglesi dell’Incoronazione di Poppea e Werther.
Baker ha suddiviso equamente la carriera tra registrazioni, opere e attività concertistica. Se ha cantato opere in scena solo in Inghilterra è stato principalmente per una scelta personale. Impegni operistici in altri Paesi le avrebbero impedito di dedicarsi all’attività concertistica a cui lei teneva molto e che, al contrario dell’attività operistica, ha avuto una dimensione internazionale.

Affascinata anche dall’esplorare le nuove composizioni Baker metterà dei paletti e rifiuterà alcuni lavori troppo contemporanei non ritenuti idonei alla sua voce. Per lei invece Benjamin Britten compone nel 1975 la cantata Phaedra, di cui il mezzosoprano darà una prima esecuzione all’Aldeburgh Festival nel 1976. Nel 1974 Dominik Argento scrive per lei il ciclo di canzoni From the Diary of Virginia Wolf.
In molti i musicisti che hanno collaborato con Baker come i pianisti Gerald More, André Previn, Martin Isepp. Tra i direttori, oltre ai già citati Raymond Leppard e John Barbirolli anche Leonard Bernstein, Charles Mackerras, Adrian Boult, Bernard Haitink, Herbert Blomstedt e Sir Simon Rattle.

Nel 1982 Janet Baker decide di ritirarsi dalle scene operistiche alla sola età di 49 anni e praticamente ancora al picco delle sue capacità, seppur continuerà a tenere concerti fino al 1989. Un ritiro da molti considerato prematuro e non legato a problemi vocali, ma motivato dalla consapevolezza che le energie e i nervi non le avrebbero consentito di continuare a oltranza. A posteriori è anche un peccato che il pubblico sia stato privato della possibilità di vederla sui palcoscenici operistici al di fuori dell’Inghilterra. Nell’ultima stagione della sua carriera, quella del 1981/1982 è protagonista di tre produzioni operistiche nei tre teatri chiave della sua vita professionale: sarà Alceste alla ROH, Mary Stuart alla ENO e Orfeo a Glyndebourne. L’apparizione finale sulle scene sarà proprio in Orfeo ed Euridice il 17 luglio 1982 a Glyndebourne.

Un libro concepito come giornale autobiografico dal titolo Full Circle (disponibile anche come documentario video reperibile in rete) raccoglie pensieri e memorie di quell’anno in cui Baker ha in qualche modo chiuso il cerchio della sua vita d’artista. Proprio da questa pubblicazione vogliamo riprendere una citazione che racchiude bene quel senso di serietà e servizio che ha contraddistinto quest’artista amatissima dal pubblico anglosassone e non solo, un essere pensante che è sempre andata a fondo di quello che ha cantato: “Se qualcuno mi dovesse chiedere se è valsa la pena di avere una carriera, ovvero se sono valsi i sacrifici fatti da me e dai membri della mia famiglia, se sono valse la separazione, l’agonia dell’esibirsi, del provare a rimanere perfettamente in forma, dell’eterna battaglia contro i nervi, le tensioni e le insidie di essere una figura pubblica, la mia riposta onesta dovrebbe essere ‘No’….Ma se qualcuno mi chiedesse come vorrei scegliere di nascere per imparare a proposito della vita, risponderei senza ombra di dubbio: ‘Come un’artista’. Se è, come dicono in molti, un privilegio piuttosto speciale essere nati artisti, il privilegio risiede nelle opportunità che un’esistenza del genere fornisce all’individuo per imparare qualcosa su se stessi; nelle domande che una vita artistica ti obbliga a porti e rispondere; nella difficoltà di venire a patti con l’esibirsi e tutto ciò che implica un atto di eroismo, che richiede il mettersi a nudo davanti a degli sconosciuti e comporta il giudizio pubblico di questo atto; nelle scelte da essere fatte come risultato dell’amare qualcosa più di noi stessi e servire quel qualcosa con la più grande integrità di cui si è capaci. Sì, in questi termini, ne è valsa la pena avere la carriera che ho avuto, mille volte”.

Dopo il ritiro dalla carriera Janet Baker ha conservato un basso profilo senza divismi o smanie di rimanere al centro dell’attenzione, proprio così come durante la carriera aveva scelto di vivere con discrezione per senso di responsabilità verso il dono della voce. Non ha più cantato, se non privatamente gli inni alle funzioni domenicali. All’insegnamento attivo a beneficio di giovani, ha preferito il coaching ad artisti già affermati. Nel 1976 è stata insignita del titolo di Dame Commander of the Order of the British Empire.
Negli ultimi anni, si è presa cura del suo Keith, colpito da un ictus e scomparso poi nel 2019; in questo modo ha restituito con generosità tutto quell’amore che il marito le aveva dimostrato concretamente durante la sua carriera, facendo un passo indietro e anteponendo le esigenze professionali della moglie. In un eccellente documentario dal titolo Janet Baker in herown words diretto da John Bridcut (qui il link– da 1.15.40 a 1.22.00), i due vengono ripresi mentre riascoltano la registrazione di “Ich bin der Weltabhanden gekommen” dai Ruckert Lieder di Mahler, meditando sul significato dell’esistenza e commuovendosi poi fino alle lacrime. È una scena potentissima che oltre a far riflettere sull’amore e sul ciclo della vita, dimostra in modo tangibile che tipo di impatto emozionale possa ancora scatenare la voce di Janet Baker, quando accostata alla grande musica. Sarà certamente così anche negli anni a venire e, in questo senso, il suo vasto lascito discografico rimane una testimonianza tangibile di una voce unica.

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