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Un anno senza Carla Fracci, la “tranvierina” che divenne ballerina assoluta

Arrivano tanti calendari, di quelli da appendere al muro. Per ogni mese una fotografia a tutta pagina di Carla Fracci in scena. In gennaio sono sempre vergati a mano ringraziamenti, affettuosità, auguri di felicità. Le immagini sono splendide come i titoli da cui sono tratti. Praticamente tutti quelli del repertorio romantico e in parte anche contemporaneo. Andiamo a caso. In gennaio, l’Heure Exquise con ombrello rosso e il mucchio di scarpine da punta che sale fino alla vita. In marzo il grido di Fedra. In maggio Eleonora Duse sublime nel panneggio bianco e nella sciarpa scarlatta che esalta il volto estatico e il pallore sensuale delle braccia. In aprile il candore rosa di Tatiana ragazza nell’Onegin che viene ripreso anche nello scatto del ’96, con Carla ormai sposa che stinge in una mano la famosa lettera. Una sorpresa, sempre ‘96, lei Sylphide e il figlio Francesco, un bambolotto che dorme sulla poltrona tra gigli e premonizioni. Non possiamo ignorare il volo di tulle bianco, il corpetto lungo e l’acconciatura liberty con ciocca che esce dal cerchietto per scivolare sul volto bellissimo e dolente di Olgas Spessistjeva, la Giselle russa dei primi decenni del ‘900 ghermita da depressione e follia. Tra i ritratti di Carla danzatrice più verisimile.

27 maggio 2021. Le coroncine bianche che poggiavano sui capelli neri si sono ingrandite per diventare candide corone di rose. Stanno lì immobili per nascondere e accarezzare il corpo muto e minuto di quell’essere tanto surreale da non parere vero. È passato un anno e “la tranvierina” non c’è più. Non ci pareva possibile allora e non ci pare possibile nemmeno adesso che lontana, chissà dove, si flette supplice a braccia tese e mani giunte verso il cielo come in terra verso Myrtha, la regina delle Villi. La Carlina s’è impressa nei nostri occhi con una intensità tanto prepotente da sfidare l’eternità. Ci ha stordito allora per quella scomparsa fulminea di lei che pareva immortale. Ci stordisce oggi che la sua immagine vaga trasparente nei mille teatri della sua vita.

Alla Scala Carla Fracci è nata e alla Scala Carla Fracci è morta. La gente che stipava la camera ardente le passava davanti lenta e incredula, chinava il capo, accennava una croce, gettava un fiore. E chi non era riuscito a entrare nel foyer scaligero dell’addio attendeva incredulo tra le ghirlande che come lui non erano riuscite a entrare e poggiavano orgogliose al muro del portico delle carrozze con i loro nastri d’oro: ”le maestranze della Scala”, “i tranvieri di Milano”. Già, perché Carla, nata tra i prati dalle parti delle metropoli e battezzata Carolina, la danza e la Scala non sapeva nemmeno cosa fossero. Ma una vicina di casa colpita dalla grazia del suo volteggiare nell’aia suggerisce ai genitori l’audace avventura “Scuola di Ballo” della Scala. Il papà è un tranviere, la mamma un’operaia, ma si tenta. Il tranviere accompagna la bambina ignara davanti al tempio. Lei guarda in su e dietro la vetrata della sala prove, l’allora Sala Trieste, vede delle ombre che sembrano “angeli reclusi”. Obbedisce anche se l’idea dell’angelo recluso non le pare particolarmente attraente. È molto esile, la mettono in riserva. Ma alla fine il bel “visin” conquista qualcuno e la accettano.

Un giorno, un po’ svogliata, si affaccia alla finestra della Sala Trieste, quella degli “angeli reclusi”, e resta abbacinata da un miraggio dagli occhi ardenti che esce dalla Galleria. La signora è Margot Fonteyn, la stessa Dame Margot che tempo addietro aveva incantato e incatenato Nureyev più giovane di una ventina di anni, e adesso ripete il sortilegio con la Fracci a sua volta distanziata in avanti da altri venti. Per magia ogni cosa diventa bella e ambita. Persino la noiosissima sbarra. In effetti per chi danza lo studio alla sbarra è la ricerca dell’assoluto. Carla incontra varie difficoltà che supera con incredibile cocciutaggine. Intanto cresce e studia inseguendo il modello Margot che la chiama “mia figlia”. È la prima di una serie di leggende del mondo della danza, della poesia, della letteratura, della pittura, della scultura, della cinematografia. Un giorno quei grandi saranno tutti ai suoi piedi. Le dedicheranno poesie, sculture, sceneggiature e ovviamente coreografie. Sono Eugenio Montale o Francesco Messina, ma anche un “grazie Fraccina” di Luchino Visconti che le apre il cuore.

Margot e Carla danzeranno assieme. Noi le ricordiamo nella prima grande avventura del Ballo scaligero: la trasferta a New York dell’81. Davanti al teatro più famoso del mondo, con vetrate e sala prove dipinte da Chagall, sventolavano, accanto a quelli del paludato Royal Ballet, i festoni della Scala Opera Ballet (sic), in realtà una compagnia in disarmo che all’improvviso si riscatta e comunque ha il vantaggio d’essere capitanata dal formidabile terzetto Fonteyn-Fracci-Nureyev. In cartellone Romeo e Giulietta. Carla è Giulietta, Rudy Romeo, Margot, ormai in età, Madonna Capuleti (“il ruolo mi va benissimo, in teatro è importante ogni particolare”). Ritroveremo per l’ultima volta la stessa trinità a Mantova, nell’88, per il ciclo danza nelle piazze paludate di Vittoria Ottolenghi.

Intanto, nella galeotta Sala Trieste, un aiuto di Visconti vede quella ragazza con scaldamuscoli rossi: è amore a prima vista. Beppe Menegatti diventa suo marito, suo regista, suo drammaturgo, suo mentore, suo tutto non solo nelle scelte artistiche ma anche nella vita di ogni giorno: l’acconciatura, l’abito rigorosamente bianco, le lunghe collane, la tiara di perline o i pettini di tartaruga poggiati sopra lo chignon, il modo di camminare e di porgersi. Il look non esce dalle boutiques dal Quadrilatero milanese ma dalle mani di una estrosa sartina della costiera amalfitana. Tra Carla e Beppe stima, comprensione, affetto. Anche grazie a lui, che è un vulcano di idee e firma molte sceneggiature, la nostra diventa un mito. Si sposano, nella campagna lombarda. Mettono su famiglia. Contro ogni costume teatrale dell’epoca (attenzione alla linea) nasce Francesco (alle elementari una farsa, la maestre devono sempre parlare con la mamma: “ ma tu come fai?”). La gravidanza si nota solo alla fine e intanto lei balla e balla. Con Francesco arriva anche la tata Luisa Graziadei (“la mia più grande fortuna”), che poi tanto tata non è, ma una nuova sorella che entra nell’unito clan Fracci accanto alla sorella Marisa ballerina, alla nipote Barbara instancabile factotum, allo zio autista che prende e la riporta la Carlina per ogni dove. Passa il tempo e si sposa Francesco ormai architetto, anche lui in campagna, ma questa volta nella Toscana di Beppe, a San Casciano. Davanti al Comune la folla. Arrivano la sposa (oddio, cosa mi metto?) vestita da Fracci e la Fracci in pescura. Il ricevimento si svolge tra l’erba e i sassi sconnessi della villa-casale rifugio di Beppe.

Intanto Carla studia e cresce. I partner più famosi, i titoli di repertorio e non, i teatri del mondo, sono tutti suoi. Che non disdegna né i titoli contemporanei di Eduardo, Béjart, Roland Petit né la cinematografia o lo show con le gemelle Kessler. E nemmeno le danze delle opere: quelle grandiose dirette da Muti e quella minima di Zeffirelli per Aida nel teatrino di Busseto. La pellicola più commovente è il Verdi di Castellani dove lei, Giuseppina Strepponi, legge con voce scura e dolente il carteggio Verdi-Stolz del periodo della loro relazione.
La storia di Carla comincia proprio con quel “brava Fraccina” regalatole da Visconti regista della mitica Sonnambula alla quale lei deve il debutto. Era infatti usanza far seguire l’opera da un balletto. L’opera in questione era dunque La sonnambula, con tanto di Maria Callas per gli scaligeri tout court “la Maria”, Luchino Visconti regista, Leonard Bernstein direttore e Piero Tosi costumista. Poi toccava alle licenziande della Scuola e a lei Lo spectre de la rose, una grande affermazione seguita da Romeo e Giulietta di Cranko, La strada di Pistoni, Mario e il Mago da Thomas Mann. Ma soprattutto dal Festival di Nervi ’57 con il Gran Pas de Quatre di Perrot/Pugni affrontato con Mergrete Schanne, Alicia Markova e Yvette Chauviré. È il trionfo e nessuno può più intralciare il suo cammino. I muri della Scala diventano stretti. Il suo habitat è il mondo.

Carla Fracci è sinonimo di Scala e di Milano. La Scala si specchia in Carla Fracci e Carla Fracci si identifica con la Scala. Tutto scorrevole? Niente affatto, la fama è dura da gestire e inoltre la prima ballerina assoluta del teatro viene rapita da Anton Dolin e da un lusinghiero contratto con l’American Ballet Theatre. La celebrità aumenta di giorno in giorno. Carla è contesa da tutti, ma nel suo cuore c’è sempre la Scala, abbandonata da lei, è vero, ma unica possibilità di crescita. Ci torna con molte produzioni ma non sarà mai più sua. Non la vogliono se non alla fine, quando Meyer sovrintendente e Legris direttore del Ballo chiederanno a lei, la più travolgente Giselle di tutti i tempi, di supervisionare una Giselle programmata a giorni. Finalmente la felicità. Carla accenna, gira, atteggia le mitiche braccia. Ma è troppo tardi, muore all’improvviso poco dopo.

Intanto aveva aperto un altro fronte, le periferie senza voce né riscatto. Adesso sono una moda, ma qualche decennio fa non esistevano. Carla decide di riscattarle con la sua luce. È la prima volta che accade. La ricordiamo sotto il tendone di piazzale Cuoco, a Milano, nel paesino sardo di San Pantaleo, tra le rotaie del Museo Ferroviario di Pietrarsa, vicino a Napoli.
Carla e Beppe rifuggono la mondanità se non indispensabile. La cena nuovayorchese da Barbetta, quella veneziana tra le colonne delle Gaggiandre che festeggia la riapertura della Fenice dopo l’incendio, l’occasione Montblanc a Parigi con Bebbe alla ricerca affannata di Francesco, i ricevimenti nella casa di Zeffirelli o al Covo di Positano in occasione del Premio Massine, le presentazioni scaligere di Anna Crespi. I capodanni nell’attico del Quadrilatero inondato di fiori (“Il mio cimiterino”), quadri, oggetti poggiati a terra…Lei apriva la porta e poi via, a letto (“qui alle otto siamo tutti in piedi”), lasciando a Beppe intrattenimento e auguri. Fan tanti, amici selezionati: Emi de Sica, Giuliana Gargiulo, i Vespoli…
Ma adesso la tranvierina dagli occhi scuri, dalla determinazione sovrumana, dall’orgoglio e dall’amore sconfinato per il figlio, non c’è più. Veli, pizzi, incarnato di madreperla sono finiti chissà dove, ma certo anche nel cuore di tutti.