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Artisti all’Opera – Ulisse Sartini, il ritrattista dei divi della lirica

“E quando il soggetto non si è vestito a festa per la posa, quando non è impettito e mantiene la freschezza degli splendidi Bambini Khevenhiiller, Sartini dimostra tutta la sua bravura ed esibisce orgogliosamente la propria parentela ideale non con Annigoni, inevitabile riferimento per il suo talento ritrattistico, ma con Edita Broglio, con Achille Funi, con Novecento, con il meglio del realismo italiano di questo secolo”. Così scriveva nel 1995 Vittorio Sgarbi parlando dell’arte e del talento di Ulisse Sartini. Nato nel 1943 nella fertile Emilia, a Ziano Piacentino, Sartini si trasferisce presto a Milano, dove tuttora vive e lavora, e qui si forma presso Luigi Gigi Comolli (1893-1976), pittore paesaggista e di natura morta dell’Accademia di Brera nonché allievo del celebre divisionista Giovanni Segantini.

Creatore di un mondo variopinto di emozioni, fascinazioni, suggestioni e sogni, Sartini è noto soprattutto come ritrattista; nel corso degli anni ha, infatti, effigiato su tela personalità illustri quali pontefici (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco), santi e beati (Padre Pio, Madre Teresa di Calcutta, san Valentino, Josemaría Escrivá de Balaguer), alti prelati, attori (Audrey Hepburn, Fanny Ardant) e divi dell’opera. In quest’ultima serie non può certo mancare un omaggio alla Divina, Maria Callas, raffigurata in tre differenti dipinti: il primo, oggi conservato al Museo Teatrale alla Scala e datato 1980, mostra la cantante greca in un sobrio interno grigio che affaccia su di un paesaggio di sapore metafisico, ritratta in primo piano e a mezzobusto, vestita di scuro e con al collo tre giri di perle, lo sguardo triste e profondo rivolto verso lo spettatore; dietro di lei, si intravedono una camelia rosa e uno spartito di Medea di Cherubini, uno dei cavalli di battaglia della cantante. Ai primi anni Novanta risale il secondo ritratto, esposto nel Teatro della Musica Megaron di Atene; immersa in un’atmosfera giocata su colori bruni e scuri, la protagonista si staglia con pregnanza davanti a un sipario teatrale che si apre su di una veduta bucolica della Grecia, abbigliata con un raffinato abito da sera in pizzo nero e brillantini, colta mentre fissa pensierosa in lontananza. Del 2005 è, infine, il quadro visibile al Teatro La Fenice di Venezia: in esso, il soprano è colta in un momento di domestica intimità, accomodata su di una sedia importante, avvolta in un panneggio rosato cangiante e con in braccio due barboncini, Tea e Toy.

Nel 2007, Ulisse Sartini effigia pure colei che viene definita “voce d’angelo”, un’altra esponente di spicco dell’età d’oro del canto in Italia: Renata Tebaldi. Nell’olio su tela, custodito al Museo Teatrale alla Scala, l’artista pesarese si erge con aristocratica eleganza a tre quarti di figura, con indosso una mise nera con scollo e maniche in pizzo e, sulle spalle, una pregiata stola argentea; la donna è ritratta seduta, con in mano una rosa, di fronte a una balaustra marmorea che affaccia su di un suggestivo scorcio bagnato da una luce violacea-rosata. Gli occhi chiari volti a destra e persi nell’orizzonte, due delicati orecchini di brillanti, un filo di rossetto, le mani curate, la Tebaldi emerge in tutta la sua signorile presenza.

In questa carrellata citiamo, almeno, anche le effigi di Dame Joan Sutherland, un olio su tela del 1993 alla National Portrait Gallery di Londra, con la diva australiana in un abito rosso cupo con le ampie maniche a sbuffo, quella del 1995 di Luciano Pavarotti al Covent Garden di Londra, dove il tenore campeggia a figura intera con, al collo, l’immancabile foulard, e quella del soprano greco Jeannette Pilou d’arancione vestita. Tutti questi dipinti si caratterizzano per un ben definito stile di gusto rinascimentale, volto a cogliere anche l’interiorità dei personaggi e la scintilla divina che li anima: un linguaggio dato da incarnati torniti e levigati, modellati da una luce vivida ed epidermica, quasi di impalpabile metafisicità nella sua dolcezza; un’indagine precisa e dettagliata di ogni singolo aspetto; un’aderenza lucida e poetica a un realismo fine e polito; il ricorso a gamme tonali ben amalgamate fra di loro; una pittura sincera e istintiva, espressiva e trasfigurata data dalla sovrapposizione di armoniche velature e trasparenze.