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Voci nella storia: Mario Lanza, il divo-tenore del grande schermo che sognava il teatro

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Il 2021 è anno di ricorrenze importanti in campo operistico e più precisamente tenorile. Ben quattro infatti i centenari oggetto di celebrazioni: la morte di Enrico Caruso (2 agosto 1921) e le nascite di Franco Corelli (8 aprile 1921), Giuseppe di Stefano (24 luglio 1921) e Mario Lanza (31 gennaio 1921). Quest’ultima ricorrenza è passata un po’ in secondo piano rispetto alle altre, specialmente in Italia, ma come spiegheremo in questo articolo, un ricordo è doveroso, e non perché la fama di Lanza sia venuta meno nel tempo – anzi, tutt’oggi il tenore italo-americano è venerato da schiere di fan in tutto il globo – ma piuttosto per il dovere di ridimensionare ancora una volta alcuni luoghi comuni che sono sempre circolati attorno a questo nome fin da quando era in vita, molto più di qualsiasi altro cantante del passato. Un tenore per certi versi controverso, oggetto di venerazione da parte di alcuni e sminuito a mero prodotto cinematografico da parte di altri, nonché vittima di un certo snobismo ed elitismo da parte di alcuni puristi dell’opera. Come al solito, la realtà è molto più complessa e vale la pena forse di approcciare il fenomeno con serenità e per quanto possibile obiettività, senza isterismi o prese di posizione faziose o maligne. Travagliata e tragica anche la sua vita personale, che bisognerebbe sempre conoscere per capire veramente la parabola (in questo caso discendente) dell’artista, la cui breve carriera durata solo un decennio lo ha visto finire vittima della cinica macchina hollywoodiana e di istinti auto-distruttivi.

Mario Lanza (Philadelphia, 31 gennaio 1921 – Roma, 7 ottobre 1959) viene dai più ricordato come un divo cinematografico hollywoodiano che attraverso i suoi film ha portato l’opera a un pubblico vastissimo e veramente popolare. Fin qua, nulla di falso. Fama planetaria e dimensione accessibile del suo canto, supportato da doti naturali, una prestanza fisica in grado di bucare lo schermo e capacità attoriali, basterebbero infatti a consegnargli una valenza storica ben precisa, ovvero quella del primo tenore veramente mediatico dei tempi moderni. La definizione di divo cinematografico sembra però usata apposta per sminuirlo, nel senso che Lanza ha potuto fare quello che ha fatto (incluso un’attività concertistica significativa che conta circa 150 concerti concentrati in pochi anni) soprattutto grazie alla sua formazione classica, come vedremo fra breve. Lanza poi, con le sue vendite discografiche da capogiro, è stato anche l’emblema dell’artista crossover, nella sua accezione più ideale però, ovvero quella di passare dall’opera alle canzoni e al pop con estrema facilità e versatilità, senza però “scimmiottare” nessun genere per mancanza di reali capacità, come va per la maggiore ai nostri tempi.

Lanza considerava la sua voce un dono di Dio e da questo punto di vista si può affermare che il suo talento sia stato sicuramente caratterizzato da doti naturali innate. Una voce che aveva il dono della riconoscibilità praticamente istantanea. Questo, unito al suo fascino e carisma, spiega facilmente perché le folle venissero rapite fino all’isterismo collettivo e generazioni e generazioni di giovani siano stati spinti a cantare dopo aver visto i suoi film. Tenori come Pavarotti, Domingo, e Carreras hanno dichiarato più volte di aver scelto di dedicarsi all’opera per merito dell’influenza esercitata da Mario Lanza. La storia del tenore italo-americano, nonostante i successi, è soprattutto quella di un sogno non realizzato, ovvero quello di calcare i palcoscenici operistici per professione. Invece, il successo immediato e inaspettato a Hollywood, dopo una solida seppur breve formazione, lo ha in qualche modo strappato a una carriera teatrale per la quale avrebbe avuto tutte le carte in regola, almeno dal punto di vista vocale, anche se la cronica mancanza di controllo e autodisciplina in realtà, avrebbe reso una carriera a teatro molto difficile nella pratica. La scelta di lavorare a Hollywood, se da una parte regalerà fama e consegnerà ai posteri numerosi documenti video impensabili se la carriera si fosse svolta a teatro (parliamo degli anni ’50), sarà in realtà anche l’origine della rovina di Lanza, minando fortemente la sua autostima e alimentando una vita fatta di eccessi e dipendenze, che non solo lo allontanerà sempre più dal sogno del teatro, ma lo condurrà anche a una fine prematura, anche questa alla base del mito. Per molti versi ci sono tutti gli ingredienti della vita di una vera rockstar.

Mario Lanza nasce a Philadelphia da emigrati italiani con il nome di battesimo Alfred Cocozza, per tutti “Freddie”. Sviluppa un amore per l’opera fin dalla giovane età anche grazie alla madre – cantante mancata dalle aspirazioni frustrate – ma anche grazie al padre, che a casa possiede una folta collezione di dischi tra cui quelli di Caruso, di cui Freddie si innamora al primo ascolto. Nel 1940 inizia a studiare con il soprano Irene Williams, mentre nel 1942 viene notato dal direttore Serge Koussevitzy che lo invita con una borsa di studio a Tanglewood, dove si perfezionerà con Boris Golgovsky e Leonard Bernstein. Su consiglio di Koussevitzy, prenderà il nome d’arte Mario Lanza, l’equivalente maschile del nome da nubile della madre. Sempre nel 1942 interpreta il ruolo di Fenton in una produzione de Le allegre comari di Windsor di Nicolai, che riceve critiche lusinghiere dal New York Times. Dopo due anni di pausa a causa del servizio militare durante la seconda guerra mondiale, Lanza ottiene un contratto discografico esclusivo con la RCA records. Nel 1946 prosegue i suoi studi di canto con Enrico Rosati, già insegnante di Beniamino Gigli e Giacomo Lauri-Volpi, perfezionando per 15 mesi la tecnica e il controllo del fiato. Sempre nel ’46 è impegnato per dieci mesi in una tournée in giro per gli Stati Uniti che lo vedrà impegnato come parte del Belcanto Trio in ben 86 concerti. L’anno seguente dopo un concerto di successo all’Hollywood Bowl, Lanza viene notato da un manager della Metro-Goldwyn Mayer (MGM) che riconosce in lui, complice anche il suo bell’aspetto, delle potenzialità da divo del grande schermo. Lanza ottiene un contratto esclusivo che lo avrebbe tenuto impegnato sei mesi ogni anno nelle riprese cinematografiche e attività annesse. All’inizio il cantante sperava infatti, con un po’ di ingenuità, di poter affiancare una nascente carriera cinematografica alla carriera operistica. Non sarà così però: salvo il debutto di successo come Pinkerton in Madama Butterfly nel 1948, Lanza verrà travolto dal successo cinematografico e dalle pressioni di una carriera a Hollywood. Il suo sogno di continuare la carriera teatrale verrà accantonato ben presto e un debutto come Alfredo in La traviata nel 1949 non andrà in porto, dal momento che i ritmi vorticosi hollywoodiani da quel momento non lasceranno a Lanza più il tempo necessario per studiare il repertorio e prepararsi come si deve a nuovi ruoli. Questo è un aspetto importante che va preso in considerazione quando si giudicano le sue esecuzioni. Negli anni Lanza declinerà importanti inviti a cantare a teatro (anche al MET) e nel 1950 rifiuterà l’invito di De Sabata ad aprire la stagione 1950-51 con Andrea Chénier.
I suoi primi due film Il bacio di mezzanotte (1949) e Il pescatore della Louisiana (1950) riscuotono un successo immediato e i rispettivi singoli vedono milioni di copie (Be my love venderà circa due milioni di copie – ascolto). Segue l’enorme successo commerciale de Il grande Caruso (1951), che coinciderà non solo con il picco della fama, ma anche con l’inizio di una critica senza sconti da parte dei puristi, di cui parleremo più avanti.

In questi anni Lanza già dimostra un temperamento difficile; i suoi noti problemi con l’autodisciplina trovano sfogo anche con l’eccesso di cibo e alcool. Il cantante era capace di mangiare senza freni durante i periodi di registrazione, salvo poi sottoporsi a diete ferree e sbilanciate per tornare in forma prima delle riprese, una pericolosa abitudine questa che si porterà dietro fino alla fine dei suoi giorni. Arriva poi la rottura con la MGM per un disaccordo con il nuovo manager. Lanza rimane praticamente disoccupato per un paio di anni e senza entrate. Disilluso da Hollywood e con l’autostima ai minimi, cadrà in depressione trovando rifugio nell’alcool, anche a causa di finanze dissestate e inseguito dal fisco. I problemi si risolvono però e Lanza tornerà a lavorare, questa volta con la Warner. Dopo il periodo di vicissitudini personali seguiranno altri quattro film tra cui Serenata (1956) e Arrivederci Roma (1957).

Ma quali erano le caratteristiche di Mario Lanza come cantante? Tenore lirico-spinto (classificazione questa messa in discussione da alcuni detrattori che lo vorrebbero tenore leggero, ma invece evidente da alcune registrazioni e dal repertorio frequentato), Lanza poteva contare su un’emissione morbida e ben omogenea, dal timbro brunito e mascolino nel registro medio-basso e particolarmente lucente e squillante negli acuti. Aveva poi una notevole estensione (fino al re sopracuto) ed era in grado di gestire il passaggio senza problemi. Il suo era uno strumento molto versatile in grado di cantare un repertorio eclettico. Quello che colpisce è soprattutto la naturalezza, la passionalità, la forza comunicativa e l’immediatezza del suo canto. La dizione era buona e l’articolazione ben chiara, nonostante un italiano dalle leggere inflessioni dialettali tipiche degli italo-americani. Imbattibile invece nelle canzoni americane, un primato questo su sembra esserci consenso diffuso e con un’abilità nel plasmare le parole veramente affascinante e seducente. Le sue arie d’opera interpretate nei film invece, non convincono sempre tutti ma è innegabile la bellezza del timbro e la credibilità teatrale nel porgere la parola con convinzione, come se si credesse veramente a ciascuna parola (si ascoltino la sua interpretazione in video di “Niun mi tema” dall’Otellovideo – e l’interpretazione in disco per la RCA del 1949 di “Che gelida manina”, eletta come migliore registrazione operistica di quell’anno negli Stati Uniti – ascolto).

Veniamo ora al tema spinoso delle critiche e dei luoghi comuni che hanno pesato come un macigno sull’equilibrio psicologico di Lanza oltre a compromettere la sua memoria negli anni a venire. Alcuni scritti come la biografia di Armando Cesari An American Tragedy del 2004 hanno già coperto ampiamente il tema. Alcuni dei falsi miti più diffusi sono i seguenti: Mario Lanza aveva poco volume, non cantava in teatro per problemi di tenuta, aveva una tecnica approssimativa e poco solida. Le critiche nacquero con Lanza ancora in vita e al pieno della fama. In particolare dopo il successo de Il grande Caruso una parte della critica non accettò il fatto che un tenore che era salito sul palcoscenico operistico solo un paio di volte (esclusi i numerosi concerti per la verità), venisse acclamato come il Caruso americano. Molte critiche, va detto, vennero mosse da gente che non ebbe mai l’occasione di ascoltarlo dal vivo, basandosi quindi solo sulla lente abbastanza distorsiva del video. Per alcuni poi Lanza divenne sinonimo di una certa “americanità”, di manierismo interpretativo, di eccessivo trasporto. Un “troppo” quindi che non piaceva ai puristi che gli rimproveravano anche una mancanza di pulizia e qualche incoerenza stilistica nelle sue interpretazioni d’arie d’opera. Ma Lanza era esuberante e indomabile anche nella sua vita, sicuramente non quella fatta di disciplina e abnegazioni di un cantante d’opera pienamente dedicato.

Vale la pena però ascoltare le testimonianze di chi ci lavorò o ebbe modo di ascoltarlo dal vivo. Ci sono diversi episodi e dichiarazioni di personaggi celebri che smontano il falso mito di una voce dal poco volume. L’episodio più celebre fu il concerto del 1958 alla Royal Albert Hall di Londra, una sala enorme dall’acustica infausta dove si stentano a sentire anche cantanti microfonati. Richard Bonynge era presente quella sera con sua moglie Joan Sutherland e, come da lui testimoniato ad Armando Cesari, entrambi si aspettavano una voce molto più contenuta, rimanendo invece piacevolmente colpiti dal volume. Vi è poi l’episodio celebre della visita di Renata Tebaldi a Los Angeles nel 1955 dove il soprano italiano ebbe modo di ascoltare e duettare con Lanza a una cena privata, rimanendo stupita dalla bellezza, naturalezza e potenza della sua voce. A questo si somma anche la testimonianza di Licia Albanese con cui Lanza registrò il duetto “Dio ti giocondi” del terzo atto di Otello di Verdi. Albanese molti anni più tardi dichiarò: “Ho sentito le storie più svariate su Mario: che la sua voce fosse troppo piccola per il palco o che non avrebbe neanche potuto cantare un’aria intera.. Nulla di ciò è vero. Aveva la più bella voce da lirico spinto…Io dovrei saperlo perché ho cantato con molti tenori. Aveva tutto quello che è necessario: la voce, il temperamento, la dizione. Aveva anche un istinto infallibile per quello che era buono per la sua voce e sapeva perfettamente come muoversi in scena… Vocalmente era molto sicuro. Tutto quello di cui Lanza aveva bisogno era solo di essere seguito da un bravo coach”.
Il falso mito della poca tenuta è contradetto dalle decine di concerti dove Lanza cantava 10/15 romanze di fila, cosa non possibile in una sola opera. Il discorso della tecnica è forse più controverso. Più che dire che Lanza avesse una tecnica approssimativa, bisognerebbe dire che la formazione tecnica fu solida (d’altronde ebbe lo stesso maestro di Gigli) ma che poi le scelte professionali non permisero al tenore di raffinarla nel tempo, ma la tecnica c’era, eccome. Anche il fatto di non poter lavorare con grandi maestri in teatro con una vita scandita dalla regolarità delle prove, sicuramente ebbe un peso. Se poi aggiungiamo uno stile di vita non proprio ideale, si può facilmente capire i motivi di alcune “imperfezioni”.

Gli ultimi due anni di vita sono segnati da riprese cinematografiche in Italia a cui il cantante alterna un tour europeo di concerti tra successi e numerose cancellazioni. I problemi di salute si acuiscono e giungono gli avvertimenti da parte di alcuni dottori a cambiare stile di vita, a cui il tenore non sembra trovare la forza di dare ascolto. Mario Lanza scompare giovanissimo – a soli 38 anni – a Roma il 7 ottobre del 1959. Il tenore si trovava nella clinica di Valle Giulia dove si era sottoposto a una discutibile terapia per la perdita di peso. Secondo i resoconti, poco prima di morire Lanza aveva cantato dalla sua camera allietando il personale sanitario. Il tenore lascia la moglie Betty e quattro figli. Vi saranno tre funerali, tutti presi d’assalto dalle folle, il primo a Roma e gli altri due a Philadelphia e a Hollywood. La famiglia, tornata in California, sarà colpita da altre tragedie. La moglie, caduta in una brutta depressione muore praticamente di crepacuore dopo qualche mese, per una overdose di farmaci, per i quali aveva sviluppato una dipendenza durante la tormentata vita del marito. Due figli scompariranno prematuramente (Marc per attacco cardiaco a coli 37 anni, mentre Colleen verrà investita da una macchina). Per questo spesso si parla dei Lanza come di una vera tragedia americana.

L’eredità di Mario Lanza è sotto gli occhi di tutti, anche se ancora oggi appare divisiva e ambivalente. Il cantante lascia una discografia ampia di arie d’opera, canzoni napoletane, italiane e americane, un’eredità discografica non sempre all’altezza del mito a causa di alcun prodotti molto commerciali, ma anche con alcune gemme, specialmente le prime incisioni per la RCA. Rimane sicuramente l’immediatezza, il fascino, la facilità di una voce baciata dalla natura, il carisma di un interprete che se avesse continuato l’opportuna gavetta teatrale e studi annessi avrebbe veramente avuto delle possibilità notevoli. Avrebbe sfondato come sul grande schermo, data la competizione in campo tenorile quegli anni in teatro? È difficile dirlo – e la risposta è forse no – ma sicuramente si sarebbe ritagliato un suo spazio degno di nota. Di certo però, anche escludendo l’influenza negativa di Hollywood, la mancanza di disciplina e uno stile di vita fatto di eccessi non sarebbero stati compatibili con la professione e di questo Lanza, che non era certo uno sprovveduto, ne era ben cosciente. I suoi rifiuti alle offerte di cantare a teatro non erano solo motivati dagli impegni ma anche dall’umiltà di riconoscere l’importanza di fare della gavetta in piccoli teatri prima di debuttare al MET o alla Scala. La consapevolezza non mancava quindi all’artista.
A ogni modo è francamente inutile ipotizzare scenari di quello che Lanza sarebbe potuto essere e spesso, bisogna dire, si cade in questo tranello. È stato quello che è stato, nel bene e nel male e la storia non si può cambiare.

Per questo centenario e nell’interesse di una memoria che si nutre di fatti piuttosto che di credenze, basterebbe guardare al fenomeno con serenità e obiettività senza affidarsi ai “dicono che” o “pare che”. Le testimonianze di personaggi autorevolissimi che abbiamo citato sopra basterebbero a fugare ogni dubbio su Lanza come cantante, sempre che si voglia dare loro credito. Di certo, indirettamente il tenore italo-americano ha fatto per l’opera molto di più di quello che si possa pensare: con la sua passione infatti, ha fatto ascoltare la lirica a un pubblico che mai e poi mai sarebbe entrato in un teatro o mai si sarebbe anche sognato di comprare un disco operistico. Non solo, senza la sua influenza magari, molti cantanti degli anni successivi avrebbero deciso di dedicarsi ad altro. Il canto di Lanza, piaccia o no, ci ricorda anche come alla fine sia fondamentale dire qualcosa di personale e di convincente quando si canta per stabilire un legame con il proprio pubblico, al di là dell’esercizio meramente stilistico. Di fronte al desolante anonimato di molti cosiddetti artisti oggi, la passione e la naturalezza della voce di Lanza possono ancora ispirare le nuove generazioni. È questo forse, il lascito più bello di Mario Lanza e quello di cui andrebbe più fiero.

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