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Voci nella storia – Giuseppe Taddei: dal Settecento al Verismo con eleganza

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Bella e nobile voce italiana quella di Giuseppe Taddei (1916-2010), baritono ligure amato dal grande Herbert von Karajan, interprete raffinato ed esemplare di tanti ruoli del repertorio italiano e non solo. Nella sua lunga carriera, infatti, Taddei spaziò dai ruoli più tipici di Rossini, Donizetti, Verdi e Puccini a compositori quali Wagner, Bizet, Borodin e Čajkovskij, eseguiti nella versione italiana come spesso si usava durante gli anni Cinquanta.

Nato a Genova, Taddei esordì a vent’anni all’Opera di Roma, sotto la direzione di Tullio Serafin, interpretando l’Araldo nel Lohengrin. Lo scoppio della guerra lo costrinse a interrompere la carriera che riprese nel 1945, quando venne scritturato dall’Opera di Stato di Vienna dove si specializzò nel repertorio mozartiano interpretando ruoli in seguito mai abbandonati (Leporello, Papageno, Don Giovanni). Il suo debutto scaligero, nel 1948, fu infatti nelle Nozze di Figaro concertate da Karajan. Il direttore tedesco nutrì per lui un’autentica stima e lo volle quale protagonista della sua seconda incisione (discussa e discutibile) del Falstaff, registrata nel 1980 con la Filarmonica di Vienna. Il ruolo del gradasso gentiluomo scespiriano fu molto amato da Taddei, che ne diede sempre una interpretazione raffinata, senza cadute di gusto o “gigionismi”, con vere mezzevoci e non sgradevoli falsetti come capita tanto spesso. Ovviamente per riscoprire il vero Falstaff del cantante bisogna rifarsi alle incisioni degli anni Cinquanta (non a quella, ormai senile, del 1980) sotto la guida di assoluti Maestri del repertorio italiano quali Tullio Serafin e Mario Rossi (ascolto).

Altri ruoli verdiani lo trovarono interprete immedesimato ed eloquente, Macbeth e Rigoletto in particolare, malgrado il suo registro acuto non fosse saldissimo. I chiaroscuri vocali, l’uso dei pianissimo lo accomunano ai maggiori baritoni del passato (ascolto). Pare che Taddei avesse in repertorio oltre 200 ruoli. In effetti, il baritono genovese spaziò senza problemi dal genere buffo settecentesco a quello ben più oneroso del Verismo, senza trascurare Mozart e naturalmente Verdi, ma anche con curiose incursioni nel repertorio russo: il suo Onegin, aristocratico e malinconicamente invischiato in uno spleen esistenziale che non gli da tregua, è esemplare per bellezza vocale e fantasia di fraseggio, nonostante (o forse proprio per quello) l’uso della lingua italiana (ascolto).

Fra le caratteristiche più peculiari di Taddei vi era la sua capacità di differenziare i ruoli interpretati attraverso un accortissimo uso dei colori e degli accenti. Il suo Figaro del Barbiere di Siviglia, ad esempio, stupisce ancor oggi per l’eleganza, l’arguzia e la levità della vocalizzazione e una solarità del timbro che il pur grandissimo Sesto Bruscantini (suo unico rivale in questo ruolo) non poteva sfoggiare (ascolto). A un Figaro così vitale Taddei seppe contrapporre uno Scarpia velenoso nella sua lussuria per una Tosca/Price sensazionale, quasi blasfemo nel favoloso Te Deum che l’immenso von Karajan seppe costruirgli attorno (ascolto). La classe del suo canto seppe innervare anche ruoli tendenzialmente trucibaldi e ben poco stilizzati, quale il Gérard dell’Andrea Chénier (video).

Infine come dimenticare i suoi excursus mozartiani, fra i quali bisogna porre particolare attenzione al Guglielmo del Così fan tutte inciso sotto la direzione di Boehm (ascolto). Vi è poi un brano che rende alla perfezione lo stile e il fascino del timbro di Taddei: è quel suo “Resta immobile” dal rossiniano Guglielmo Tell dove la fusione fra la sua voce e il canto del violoncello raggiunge vette inuguagliabili e commoventi.

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