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Il caso di Verdi transgender a Parma: una riflessione

Sovrintendenti, direttori artistici, agenti, comunicatori, giornalisti, critici e chi più ne ha più ne metta, sono diventati abilissimi strumentalizzatori nel mondo dell’opera. Lo fanno spesso per interesse, non sempre per il bene dell’arte e dei suoi valori. Sono ancora più bravi quando, al momento di lanciare un messaggio, sanno coordinarsi, non ammettendo, anche quando criticati, che esista un modo di pensare diverso dal loro. Se non ci si adegua al pensiero unico dominante, si è tacciati di oscurantismo.

Veniamo al fatto. Tutto – chi è del mestiere ormai la sa – è partito da una locandina con l’immagine di Giuseppe Verdi “transgender”, ritratto col suo faccione barbuto inserito su un corpo di donna in abiti da cavallerizza. Un manifesto considerato irriverente, al punto da suggerire a due senatori della Lega un’interrogazione parlamentare in difesa di Verdi, la cui immagine risultava offesa (un’esagerazione certo) da un ritratto considerato poco consono. Ragionevolezza sarebbe stata quella di sorvolare sul caso. Invece, a gettar benzina sulla fiammella accesa dalla polemica, così da generare il pandemonio che ne è seguito (anche sui social), hanno provveduto le dichiarazioni di Anna Maria Meo, direttore generale del Teatro Regio di Parma e direttore artistico del Festival Verdi, rea di aver avvallato l’operazione, che ha risposto alle lamentele con dichiarazioni ancora più discutibili in merito a questa immagine che annunciava l’andata in scena di una antegenerale: quella del nuovo allestimento di Un ballo in maschera (Gustavo III) che inaugurerà venerdì prossimo il Festival Verdi di Parma, dedicata a un pubblico under30 e intitolata Queer night: “una serata a teatro nel segno della libera espressione di sé, lasciando fuori pregiudizi, stereotipi e convenzioni. Partendo dal progetto di Graham Vick, portato in scena da Jacopo Spirei, che affronta il tema della identità di genere e del travestimento, il pubblico degli under30 che prende parte alla prova dell’opera Un ballo in maschera è invitato a vestirsi nel modo che più lo rappresenta o che rappresenta quella parte di sé che generalmente resta nascosta”.

Poteva scatenarsi l’inferno, ma così non è stato, né tantomeno questa serata si è trasformata, come molti speravano, in difesa dei diritti di genere sessuale. Eppure Anna Maria Meo ha reagito al vespaio di critiche con una serie di dichiarazioni, ci sia concesso, non del tutto condivisibili, ma prontamente sostenute da una certa stampa compiacente. Se Verdi, come si legge nel comunicato – e in questo c’è da essere in accordo con la direttrice – “fu uomo e artista precursore dei tempi, anticonformista per eccellenza, come dimostrano le sue scelte di vita e le censure pesanti subite sul piano artistico e sul piano personale”, siamo allo stesso modo certi che, per questo, sarebbe oggi sostenitore del gender fluid?

Sappiamo invece che Verdi aveva una relazione ritenuta scandalosa per l’epoca e viveva, non sposato, con una donna, il soprano Giuseppina Strepponi, dal passato sentimentale burrascoso (ebbe due figli illegittimi da una relazione col celebre tenore Napoleone Moriani e fu anche amante dell’impresario teatrale e librettista Bartolomeo Merelli). Verdi la difese e rispose agli attacchi che gli vennero fatti; era uomo abile indagatore dei sentimenti umani, ma nella vita privata badava a farsi gli affari propri. Dinanzi poi alla censura pontificia, che lo costrinse a mutare libretto, ambientazione e titolo della sua opera, passando da Gustavo III a Un ballo in maschera, non si diede per vinto: cambiò l’ambientazione svedese dal tempo di re Gustavo III, nel 1792, a quella coloniale bostoniana del governatore Riccardo; ebbe quindi l’intelligenza, da uomo pratico quale fu, di comprendere che l’unico modo per poter mettere in scena la sua nuova opera sarebbe stato quello di aggirare l’ostacolo. E seppe farlo. Da qui a pensare che fosse realmente interessato a fare riferimenti alla omosessualità del monarca svedese (anche se storicamente accertata), o ancor più a credere che oggi sarebbe interessato a questi argomenti, il passo è lungo e difficile da percorrere e sostenere con cognizione di causa, a patto che non si strumentalizzi, come ormai è di moda fare, il suo pensiero, o si utilizzino le sue opere nell’ottica del politically correct.

Certo, a taluni manipolatori del pensiero operistico, spesso “travestiti” (quello sì) da intellettuali, ha fatto comodo pensarlo, mentre parte della stampa, sempre più asservita al pensiero unico dominante (di pochi, non di tutti), o all’onda degli interessi che lo determinano, ha cominciato a “beatificare” l’operato della direttrice per la sua capacità di sprovincializzare il Festival con operazioni simili.
C’è da credere, invece, che tutti siano caduti nella medesima rete: quella che, dopo essersi rialzati, li pone dinanzi allo specchio riflettente la grave crisi di un mondo musicale operistico che utilizza tutto a fini politici e di conformismo ideologico, cercando sostenitori per cause perse in partenza. Verdi ne avrebbe riso. C’è da esserne certi. E non avrebbe sostenuto nessuno. Avrebbe proseguito per la sua strada, che era quella di un genio sì, che seguiva finalità pratiche e difendeva il suo credo artistico e drammatico, ma non si interessava delle conseguenze che ne sarebbero derivate nel tempo. E siccome era appunto un grande indagatore dell’animo umano, avrebbe forse riso di tutto questo piccolo mondo che si ingegna a strumentalizzare, per interessi personali, il suo credo artistico, spesso falsificandone l’essenza.

In copertina, la locandina con Giuseppe Verdi “transgender”
e un’immagine del Ballo in maschera in scena al Festival Verdi