I 125 anni di Bohème: Puccini e l’invenzione della nostalgia

Che cos’è la nostalgia? Stando all’assunto di un saggio di Emiliano Morreale, è un’invenzione recente. Un portato della modernità, grazie soprattutto al ruolo giocato dai mass media, creatori di immagini e suoni che alimentano un sentimento oggi divenuto pervasivo e ingombrante. In quest’ottica, la nostalgia moderna appare pienamente riconoscibile verso la fine dell’Ottocento, agli albori della società di massa. È in quel periodo – l’età di Bergson e Proust (con la Recherce alle porte) – che prendono forma le grandi elaborazioni artistiche e filosofiche della memoria, mentre il malinconico senso di perdita si trasforma in uno stile e in una moda.
Se prendiamo per buona questa tesi, ne viene che il primo caso significativo di nostalgia “mediale” e di massa in musica (arte nostalgica per eccellenza), lo dobbiamo a Giacomo Puccini. La bohème, rappresentata per la prima volta al Teatro Regio di Torino il 1° febbraio 1896 sotto la direzione del giovane Arturo Toscanini, rientra in effetti nel disegno di un decadente patetismo che contrassegna la fin de siècle e vede affermarsi un codice sentimentale e nostalgico-musicale adatto a una nuova condizione sociale e culturale.
Quando Giacomo Debenedetti scrive che Puccini erige “un monumento a tutte le sartine d’Italia” si riferisce proprio all’irruzione di un nuovo soggetto sulla scena del melodramma: la piccola borghesia. Il punto è che la vita, i sentimenti e l’ideologia di quella classe sociale vengono da Puccini non solo rappresentati, ma scoperchiati, denudati e sviscerati con un cinismo e un sadismo impressionanti che culmineranno in Madama Butterfly. Certo La bohème non tocca ancora certe catastrofi. È piuttosto uno sguardo alla giovinezza perduta, alla sua crudeltà, ma anche alla sua allegria e ai suoi sogni. Insomma, un trionfo dell’“effetto nostalgia”.
Per questo ai suoi librettisti Puccini chiede soggetti capaci di commuovere: “non troppa psicologia, ma diagnosi d’anime dolorose”, “un grande dolore in piccole anime”, “ma anche episodi delicati, luminosi, squisiti”. Niente intellettualismi, quindi, complessità psicologiche, metafisiche, o elaborate concezioni letterarie. Per lui lo stimolo principale è l’elementare polarità del piacere e del dolore: il conflitto delle semplici passioni del cuore. Di qui la forte tensione emotiva, l’accentuato contrasto di sentimenti, l’infallibile presa drammatica e, dal punto di vista musicale, la concentrazione sulla melodia come espediente più diretto e vitale per conquistare i sensi e i sentimenti del pubblico.

Vero è che prima di vedere definitivamente la luce, La Bohème ha una gestazione lunga e tormentata. Dopo il successo di Manon Lescaut, accantonato il progetto di mettere in musica La lupa di Giovanni Verga, Puccini sceglie la vicenda tratta dal romanzo di Henri Muger Scènes de la vie de bohème, uscito a puntate tra il 1845 e il 1848 su una rivista letteraria francese e del quale nel 1849, a Parigi, era stata proposta una versione drammatica, adattata per le scene dallo stesso Murger in collaborazione con Théodore Barrière.
La difficoltà di adeguare le situazioni e i personaggi del testo originario agli schemi e all’intelaiatura di un’opera lirica rendono laboriosa soprattutto la messa a punto del libretto. Puccini prende in considerazione sia il romanzo di Murger che la versione teatrale e chiede a Giuseppe Giacosa e a Luigi lllica di considerare, per la stesura dei versi, entrambe le opere. Il lavoro procede tra liti, minacce di dimissioni, momenti di stanca e dubbi frequenti sullo sviluppo da dare all’azione. Alla fine, pur con una evidente commistione di climi e situazioni, prevale la traccia della commedia, che rispetto al romanzo smussa l’impatto sociale e realistico a favore dei toni elegiaci, nonché di una riduzione quantitativa dei personaggi. Ma se ogni personaggio della pièce teatrale racchiude più vicende e situazioni del romanzo, Puccini punta addirittura a una trasfigurazione per essenze, fino a ottenere quasi delle figure-simbolo: Mimì, Rodolfo, Musetta, Marcello, Schaunard e Colline riuniscono sinteticamente i caratteri principali dei molti personaggi che popolano il mondo frammentato di Murger.

Il libretto di Giacosa e Illica, d’altra parte, può essere considerato un tentativo coraggioso di sperimentazione della tecnica scenica impressionista, dove episodi statici e atmosfere coinvolgenti si sostituiscono a uno sviluppo drammatico vero e proprio. La scarsa consequenzialità dell’azione determina pertanto una struttura musicale organizzata in correlazioni formali, analogie di motivi e sapienti simmetrie. Ne risultano quattro “quadri”, rapidi e di perfette proporzioni, nel corso dei quali si contrappongono le alterne vicende sentimentali di due coppie di amanti graduate secondo le gerarchie dei protagonisti (Mimì e il poeta Rodolfo) e deuteragonisti (Musetta e il pittore Marcello). Da parte sua, Puccini, che si trova ad agire in un momento in cui la poetica verista sta bruciando come una meteora nel cielo operistico di fine secolo, avvolge scene e personaggi con una musica che, per la prima volta nella storia del melodramma italiano, raggiunge una fusione ideale di elementi romantici e realistici. Il compositore vi esprime un’inclinazione alla “pittura” musicale in grado di elevare situazioni marginali e prosaiche a livello di vita poetica, intrecciando azioni, personaggi e atmosfere curati con minuzia in ogni singolo particolare. La candela che si spegne, la chiave smarrita, la gelida manina, il raggio di sole che cade sul volto di Mimi morente diventano elementi costitutivi ed essenziali di una poesia crepuscolare delle piccole cose.

In questo senso, La bohème è il frutto compiuto e maturo di quella stagione che si concluderà con Guido Gozzano: l’opera che, più di ogni altra, rispecchia l’anima di Puccini, incline alla penombra alle atmosfere crepuscolari, ai sentimenti fugaci. Nella triste, “piccola” storia di Mimì aleggia la malinconia dell’attimo fuggente, il rimpianto del tempo perduto e della bellezza che sfiorisce. Nessun mito in questo capolavoro: l’immagine della giovinezza si dissolve in quella della morte. Una morte naturalmente intimista, a formato ridotto. A conti fatti, si può parlare di un’opera sentimentale con tocchi di realismo drammatico, nella quale Puccini coglie i tratti più positivi della bohème, accettando la visione edulcorata della commedia di Murger e Barrière, piuttosto che quella realistica del solo romanzo di Murger, e manifestando in questo la natura borghese del suo teatro musicale. Facendo leva sulla componente elegiaca, La bohème finisce col rispondere in pieno alle aspettative musicali della borghesia italiana, che avverte il desiderio di un canto sentimentale, malinconico, dai colori autunnali, espressione di sentimenti intimi, languidi e un poco sfatti.

Tutto questo presuppone l’adozione di un linguaggio nuovo e aderente alla poesia delle piccole cose, più suggestivo ed evocativo che verista. Ecco allora che lo stile melodico assume un’impronta libera, ai limiti dell’improvvisazione, mentre le frasi tendono a uscire da schemi precisi e regolari, dando un’impressione di spontaneità e naturalezza. Assimilata fino in fondo la lezione di Massenet, Puccini arricchisce ora la sua musica con l’apporto dei più aggiornati sviluppi armonici del suo tempo. L’opera porta inoltre prepotentemente alla ribalta l’aspetto della vocalità, il “calore sensuale e lo struggente fulgore della linea vocale” (Mosco Carner). Ci sono momenti in cui le emozioni nude esplodono e conquistano i sentimenti dell’ascoltatore con l’immediata orecchiabilità delle melodie. È il caso dell’aria “Che gelida manina” o del duetto successivo “O soave fanciulla”. Ma quello che di primo acchito potrebbe apparire un discorso fondato su motivi facili e sinuosi, in realtà a una analisi più attenta risulta organizzato in maniera estremamente mobile, grazie anche alla messa a punto di un canto “di conversazione” sorretto da un tessuto orchestrale finemente sinfonico. In partitura vive di fatto un tipo di pregnanza perenne nella melodia, sia che venga cantata, sia che venga affidata all’orchestra come sfondo per i recitativi. L’espressione musicale, in altre parole, si attesta sempre su livelli di alta tensione, in linea con una tendenza alla compressione “nervosa” del linguaggio tipica della fin de siècle.
In Bohème il dettato pucciniano tende non tanto a espandersi in ampie volute, ma a piegarsi su se stesso dopo uno slancio iniziale, creando un andamento spezzettato. I temi non seguono evoluzioni di wagneriana memoria, ma restano privi di uno sviluppo vero e proprio, sospesi quasi allo stato di reminiscenza. Puccini, inoltre, utilizza il Leitmotiv come citazione di un’atmosfera, senza voler esaurire con esso l’entità o l’identità del personaggio.

I tratti individualistici, poi, lasciano spesso il posto al clima e all’atmosfera: Mimì e Rodolfo, Musetta e Marcello sono più che altro proiezioni di atmosfere drammatiche, incarnazioni di stati d’animo e, in ultima analisi, emanazioni simboliche delle tensioni e delle spinte inconsce del loro creatore. Tutta la partitura, d’altra parte, potrebbe essere letta in chiave simbolica, anche nei punti che più si avvicinano alla poetica della Giovane Scuola e ai suoi intendimenti descrittivi e realistici. In fondo, anche negli impasti strumentali e nella ricerca accurata di registri e timbri, Puccini cerca non tanto di descrivere quanto piuttosto di evocare la realtà e le situazioni.
Il prodigio di Bohème sta nel fatto di creare una drammaturgia che si brucia nell’istante drammatico, presentando atmosfere e situazioni psicologiche molteplici collegate insieme da un montaggio esatto e minuzioso. Una dimostrazione che Puccini possedeva non solo un’assoluta padronanza della tecnica, ma anche la capacità di adattare perfettamente i propri mezzi ai fini prefissati. In altre parole: un istinto teatrale infallibile.
Nella Bohème la novità della melodia pucciniana, semplice e insinuante, appare esaltata in tutta la sua ricchezza da una orchestrazione formidabile, estranea a ogni traccia di formula arcaica o impaccio scolastico. Nel delineare la visione della giovinezza come momento ingenuo, felice, ma in cui l’amore è destinato a morire con la prima ruga, la musica stessa risulta giovane e sembra liberarsi del passato. È come se, scavando dentro di sé, Puccini trovasse elementi di gioia e dolore comuni a tutti. Ecco perché La bohème, col suo “effetto nostalgia”, commuove immancabilmente ogni volta che la si ascolta: perché con la morte di Mimì, simbolo della conclusione di un periodo dell’esistenza, è il compositore stesso a prendere congedo dalla sua giovinezza. E noi dalla nostra.

In copertina: posa fotografica del Quadro III
dalla prima rappresentazione assoluta della Bohème

Archivio Storico del Teatro Regio