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Gli eroi romantici di Vincenzo La Scola: un ritratto del tenore scomparso 10 anni fa

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Nessuno si sarebbe mai aspettato quel tramonto d’aprile. Non certo il 15 aprile di dieci anni fa, quando il mondo della lirica fu colpito da un fulmine a ciel sereno, la notizia dell’improvvisa, prematura scomparsa di Vincenzo La Scola, il primo dei tre tenori siciliani – lo avrebbero seguito Salvatore Licitra, meno di cinque mesi più tardi, e Marcello Giordani, otto anni dopo – stroncati nella maturità di una folgorante carriera. E fa ancora più impressione, oggi, misurare la distanza da un’assenza che sembrava recente – e che invece inizia ad allontanarsi nel tempo, tanto da suggerire un primo approccio critico alla carriera, alle scelte di un artista che ha conquistato il pubblico per la solarità del timbro mediterraneo, per l’eleganza del canto come per l’innata generosità e la rigorosa onestà con cui si accostava all’opera.

Nato a Palermo nell’inverno del 1958, insoddisfatto degli studi accademici, si era perfezionato con Arrigo Pola, fino all’affermazione al Concorso di voci verdiane di Busseto, dove nel 1982 vince il Premio “Alessandro Ziliani”. È Donizetti, agli inizi della carriera, a portargli fortuna: perché muove con cautela i primi passi, dal debutto a Parma in Don Pasquale a quello alla Monnaie di Bruxelles, dove nel 1984 è Nemorino (video), che ripropone quattro anni più tardi in Scala, sostituendo a sorpresa il previsto, attesissimo Pavarotti, che lo aveva posto sotto la sua ala protettiva, facendone il suo pupillo. Non ne diventò mai l’erede, probabilmente, ma ne condivise scelte artistiche nel segno dell’equilibrio, di un’attenzione al belcanto ottocentesco che progressivamente si schiuse al repertorio francese e, solo in un secondo tempo, a scelte decisamente meno prevedibili: lo attestano le prime incisioni discografiche, in cui accanto alla Petite messe solennelle, con la bacchetta di Michel Corboz, e alla Beatrice di Tenda belliniana, diretta da Alberto Zedda, trova posto anche Genesi, prima, mistica incursione di Franco Battiato nel mondo della lirica.

Leggere l’obituary del New York Times, comparso una settimana dopo la morte del tenore siciliano, nella scarna essenzialità dei dati può dar conto di una carriera internazionale nel segno del più celebrato repertorio italiano: ventisette presenze al Metropolitan Opera in Bohème, Rigoletto, Tosca e La traviata; sei all’Opéra di Parigi (due nella Fille du régiment, la prima volta dopo Alfredo Kraus, nella memorabile edizione del 1986 alla Salle Favart con Alida Ferrarini (ascolto); e infine l’importante sodalizio con la Scala, dove lo chiama Muti per interpretare Tebaldo nei Capuleti e i Montecchi di Bellini; dove poi ‘cresce’ grazie a Beatrice di Tenda e Lucia di Lammermoor (nella fortunata edizione con Mariella Devia del 1992 (video), tante Traviata e Requiem; ma dove s’impone soprattutto in un Mefistofele (ascolto) consegnato anche al disco, e nel memorabile concerto per il cinquantesimo anniversario della ricostruzione della sala del teatro, quando si esibisce al fianco di Freni e Ramey.

Pure, è tra le pieghe della sua parabola artistica che emergono scelte apparentemente azzardate, e che invece oggi si apprezzano perché mirano a un approccio ponderato e schiettamente personale del repertorio ottocentesco. Da una parte grazie a una voce che si irrobustisce e, sin dal 2007, gli permette di affrontare le tessiture brunite di Pollione, che interpreta al fianco di Norme ‘sperimentali’ come quelle di Fiorenza Cedolins e Carmela Remigio, fino all’edizione in studio di Muti (ascolto); e che nel frattempo gli aveva fatto approfondire il repertorio verdiano, da quello degli ‘anni di galera’ – con un forbito, raffinato Ernani, o il meditativo, byroniano Jacopo Foscari, ripensato con Santi a Napoli – sino agli slanci di Gabriele Adorno, che interpreta con Claudio Abbado, e la sfida forse più azzardata, quella di Radamès, che affronta in disco nell’Aida in filigrana di Nikolaus Harnoncourt (ascolto).

E proprio quest’ultima scelta, in qualche modo, rende conto dei pregi di un autentico musicista, capace di piegare uno strumento vocale luminoso, ma non certo torrenziale, a uno scavo interpretativo frutto di un accento sempre tornito, ma soprattutto di intelligenza, duttilità, apertura mentale: come quella che gli suggerì in extremis – per un Werther catanese, nel 2008 – di cedere a un più giovane collega il ruolo del titolo per assumere i panni del regista, sempre nel segno di un nitore formale di grande finezza. Forse è ancora presto per un bilancio delle voci tenorili emerse a cavaliere tra i due secoli: quella di Vincenzo La Scola andrà inscritta nell’alveo di quella scuola italiana fondata sul gusto del fraseggio, lo stile dell’arcata melodica, la capacità di sbalzare la frase con un’evidenza, una capacità suasiva di rimarchevole nobiltà. Per questo è stato interprete privilegiato del repertorio romantico, di cui ha colto gli slanci ma anche l’intimo, accorato riserbo: una lezione destinata a rimanere nel tempo, e oggi da ricordare non senza nostalgia.

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