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Forse la soglia attinse – Ricordo di Salvatore Licitra a 10 anni dalla scomparsa

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Le leggi del tempo sono inesorabili: «è intorno a noi, è anche dentro di noi, sui volti cola, cola sullo specchio, scorre nelle mie tempie, silente, come una clessidra», ammoniva Marie-Therese, la Feldmarschallin protagonista del Rosenkavalier straussiano, imboccando il viale del tramonto. Pochi, oggi, forse ricorderanno che sono trascorsi ben dieci anni dall’improvvisa, prematura scomparsa di Salvatore Licitra, il 5 settembre di un annus horribilis per la lirica italiana, meno di cinque mesi dopo quella, altrettanto inattesa, di Vincenzo La Scola. Vittima di un terribile incidente una settimana prima, in quei territori del ragusano donde aveva origine la sua famiglia, si era spento dopo alcuni giorni di cure, subito apparse inutili data la gravità della situazione.

Si concludeva così una parabola artistica durata poco più di un decennio, iniziata a Parma nel 1998 con Un ballo in maschera dopo un iter formativo che aveva visto come suo mentore Carlo Bergonzi, a Busseto. Trentenne, immediatamente s’impone come voce schiettamente verdiana, tanto da passare dalla scuola del celeberrimo tenore al palcoscenico areniano, dove viene scelto nuovamente nei panni del Governatore di Boston, quindi ancora nella Traviata e inevitabilmente in Aida. E qui subito s’innesta la sua collaborazione, breve ma intensa, con Riccardo Muti, che pure non sarà scevra di controversie. Sono gli anni, infatti, in cui il direttore partenopeo riporta in Scala i grandi capolavori verdiani, per troppo tempo archiviati per timore delle reazioni del pubblico: Licitra fa parte del manipolo di giovani leoni cui si affida per cancellare le incrostazioni del tempo, una ‘tradizione’ lontana dal dettato dello spartito. A seguito di audizione, il tenore viene selezionato per l’impervio ruolo di don Alvaro, nella Forza del destino, con cui affronta dapprima il pubblico scaligero quindi quello madrileno e veronese, catapultato in quel repertorio lirico-spinto che rimarrà cifra identificativa della sua carriera.

Muti lo vuole nuovamente in Scala, nel marzo del 2000, per la Tosca ‘sghemba’ di Luca Ronconi e Gae Aulenti, di cui rimane traccia in un’edizione discografica dal vivo. Gli anni del passaggio di secolo sono quelli di maggior fortuna per Licitra, che rapidamente si conquista le simpatie della Scala e del pubblico milanese: ricevuta la cittadinanza onoraria ambrosiana, firma un contratto d’esclusiva con l’etichetta Sony, che post mortem gli dedicherà una raccolta antologica, Best of  (ascolto), in cui figura il lascito più significativo dell’artista. Sulla scia di questo successo figura nel cast del Sant’Ambrogio del 2000: veste i panni di Manrico nel Trovatore che Muti riprende per il centenario della morte di Verdi ed esegue «Di quella pira» omettendo i do sovracuti consacrati dalla tradizione, inaugurando così una tendenza ancora poco seguita, ma che presto sarebbe stata accolta da molti colleghi. Le reazioni contrastanti del pubblico lo inducono a ritornare sui suoi passi quando, l’estate successiva, bissa all’Arena di Verona la celeberrima cabaletta ogni sera, nella ripresa diretta da Daniel Oren.

Sono stagioni fortunate, nel corso delle quali viene esaltato il talento di Licitra: Muti lo vuole al fianco di Maria Guleghina per il Ballo in maschera scaligero del 2001, e nello stesso anno debutta a New York per l’attesissimo gala della Richard Tucker Music Foundation. È solo un primo passo, che l’anno successivo lo porta a sostituire un Luciano Pavarotti ormai in declino in Tosca. È il 12 maggio del 2002 e Licitra sale sul palcoscenico con due ore di preavviso: il pubblico saluta la sua prova con ovazioni che certificano, anche oltreoceano, che è nata una stella.
Grazie a queste recite viene etichettato come ‘quarto tenore’, in aggiunta ai tre che, ormai da oltre un decennio, fanno la fortuna della corda presso il più vasto pubblico. Sarà questo il momento di maggior fulgore della sua carriera, la spinta decisiva e definitiva verso gli ultimi titoli che aggiunge in repertorio, Andrea Chénier e Turandot, Cavalleria rusticana e Pagliacci: opere che ne sanciscono il successo, grazie alla sicurezza di un registro acuto svettante e alla cavata brunita di un timbro privilegiato, ma che al tempo stesso ne ostacolano, forse, scelte più coraggiose e ricercate. Azzarda anche i primi passi di un Otello (ascolto) che non riuscirà a debuttare, affronta le pagine più famose della romanza da salotto di età umbertina (con alcune punte di eccellenza invero notevoli, come in Ideale (ascolto), ma si lascia trascinare anche nel gorgo di trascrizioni di dubbio gusto, destinate al ‘grande pubblico’, ai confini del pop (si veda un improbabile Solo amore, basato sull’originale bachiano (ascolto). Ed è un peccato perché, perduta la bussola mutiana, sembra orientarsi verso scelte più corrive.

E tuttavia Licitra sembra aver incarnato un ruolo-cerniera di fondamentale importanza: sotto il profilo squisitamente umano, perché sembra incarnare quell’ideale di self-made singer che la tradizione italiana aveva consacrato da Giuseppe Di Stefano in poi, e che trova eco nella facilità con cui l’artista abbandona il sentiero inizialmente percorso (era stato grafico per il periodico Vogue, prima di intraprendere la carriera di cantante); e perché, per altro verso, eredita con gusto moderno e accattivante talento personale la vocalità spinta, che ridimensiona e restituisce in versione filologicamente consapevole e criticamente responsabile. Per questo, più che nelle opere della Giovane Scuola, ha lasciato il segno in un Verdi dall’accento incandescente ma sempre vigile, in personaggi maledetti ma travolti da passioni controllate: seguire l’eleganza della linea di canto di «Quando le sere, al placido» aiuta a cogliere il nobile distacco dell’eroe schilleriano, prima che la sua disincantata disperazione (ascolto). Per questo la sua lezione rimane nel tempo – quel tempo, avrebbe ammonito la Marschallin, «che pure nulla muta nei fatti», come nella percezione dell’arte.

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