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Artisti all’Opera – Gaetano Previati e La danza delle Ore

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Protagonista di spicco del divisionismo italiano e del simbolismo europeo, il ferrarese Gaetano Previati (1852-1920), dopo un’adesione agli stilemi della Scapigliatura milanese inizia ad accostarsi, a partire dalla fine dell’Ottocento, a tematiche maggiormente rarefatte e impalpabili, eseguendo dipinti incentrati su soggetti spirituali e universali, quali per esempio lo scorrere del tempo o il mistero della vita e della morte. Tra questi, si annovera senza ombra di dubbio un capolavoro come La danza delle Ore, a tempera e olio su tela.

Ideato già nel 1894 ma realizzato soltanto cinque anni più tardi, nel 1899, il quadro è stato esposto, sempre nel 1899, alla Biennale di Venezia, dove viene accolto freddamente e con critiche ingenerose; oggi è visibile a Milano, nelle collezioni di Fondazione Cariplo allestite a Gallerie d’Italia in Piazza Scala. Reinterpretando un’iconografia suggestiva e simbolica, intrisa di mistero e iconicità, in esso Previati dà un’interpretazione personalissima dell’idea del tempo che fluisce inesorabilmente e delle leggi che regolano l’esistenza umana. La tela è dominata dalla raffigurazione della personificazione delle Ore, figlie del Sole e della Luna, fanciulle in lunghe tuniche fluttuanti che ballano a coppie, immerse nel terso spazio cosmico, seguendo nella loro danza il movimento rotatorio tra la terra e il disco solare. Le leggiadre figure muliebri, con i lunghi capelli sciolti al vento e ondeggianti nell’atmosfera, compiono un moto circolare alludente al perpetuo trascorrere del tempo e al cerchio della vita. Il dipinto, definito (a ragion veduta) nel 1901 dallo scrittore e saggista Domenico Tumiati un “inno alla luce”, è contraddistinto da sferzanti vibrazioni cromatiche e luminose, date dall’impiego di una tavolozza pittorica giocata, principalmente, su molteplici sfumature del giallo e del viola.

Proprio caratteristiche come il dinamismo delle figure effigiate, o l’utilizzo di pennellate frementi e sottili, di forma circolare nella loro adesione alla tela, ci richiamano alla mente un parallelismo suggestivo, dettato anche dalla stessa intitolazione, ovvero il ballabile la “Danza delle ore” dal III atto dell’opera La Gioconda di Amilcare Ponchielli. Il melodramma in quattro atti, su libretto di Arrigo Boito (che si firma con lo pseudonimo anagrammato Tobia Gorio), debutta proprio a Milano, al Teatro alla Scala, l’8 aprile 1876, una ventina di anni prima che Previati realizzasse il quadro in analisi. L’azione coreografica musicata da Ponchielli avviene durante il ricevimento di Alvise Badoero, uno dei capi dell’Inquisizione, alla Ca’ d’Oro di Venezia, e vede susseguirsi le ore dell’aurora, del giorno, della sera e della notte, che danzano accompagnate da un tappeto sonoro ora lieve e in dissolvenza, ora maggiormente robusto e sostenuto, in un vortice travolgente di note, ritmi e colori, in un raffinato incanto visivo e uditivo accostabile alla pittura di Previati. Un’analogia, quella tra la composizione ponchielliana e il dipinto del 1899, instaurata già a cavallo tra Otto e Novecento da alcuni critici e giornalisti, alquanto asciutti nei loro giudizi sul quadro, sebbene il soggetto ebbe una buona fortuna, venendo replicato su diversi manufatti dell’epoca, come un pregevole ventaglio di collezione privata, in polvere d’oro e cera d’api su tela in seta pigmentata d’argento.

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