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Artisti all’Opera – Francesco Hayez, Verdi e I due Foscari

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Tra i protagonisti del Risorgimento italiano, perlomeno in campo artistico, possiamo annoverare il paladino della pittura di storia, il veneziano Francesco Hayez (1791-1882). Formatosi in piena temperie neoclassica, nel segno del classicismo degli antichi, di Raffaello e di Canova, a partire dagli anni Venti del XIX secolo si accosta al fervore del Romanticismo, instaurando rapporti con personalità di spicco come Alessandro Manzoni. Tra i numerosi temi di ambientazione storica da lui affrontati, ricopre un ruolo di rilievo la vicenda dell’ottuagenario doge Francesco Foscari, costretto ad accettare l’esilio, l’incarceramento a vita e la morte del figlio Jacopo, accusato ingiustamente di tradimento. Fonte ufficiale di Hayez è l’Histoire de la République de Venise di Pierre Daru, sebbene innegabili e lampanti siano i legami con il dramma del 1821 di Lord Byron The Two Foscari: An Historical Tragedy, che fungerà da base per l’opera in tre atti del 1844 di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, I due Foscari.

Divenute un cavallo di battaglia nella produzione pittorica di Hayez, le vicissitudini dei Foscari vengono raffigurate in svariati suoi dipinti (per i quali si veda il catalogo ragionato del 1994 a cura di Fernando Mazzocca). Qui vogliamo almeno ricordare la tela del 1842-1844 Francesco Foscari destituito, oggi alla Pinacoteca di Brera di Milano, che precede di pochi mesi il debutto, al Teatro Argentina di Roma, del melodramma verdiano, con il quale palesi sono le consonanze. Nel quadro, improntato a una solenne e commossa grandiosità scenica, coesistono una “dettagliata evocazione del sontuoso interno veneziano” (Mazzocca) e un’appassionata, partecipe trascrizione delle reazioni emotive dei personaggi, dal dolore compunto del doge, della dogaressa e della nuora, allo spavento dei bambini, allo sdegno altero di Loredano. L’episodio era già stato rappresentato da Hayez, nel 1838, in una teletta di collezione privata di apprezzabile freschezza, a tratti aneddotica nell’interpretazione.

Molteplici sono, poi, le versioni dell’addio tra padre e figlio, realizzate in un arco cronologico che va dal 1827 al 1859. La più nota è L’ultimo abboccamento di Jacopo Foscari con la famiglia (nell’immagine di copertina), commissionata ad Hayez nel 1838 in occasione della venuta a Milano dell’imperatore Ferdinando I d’Austria, completata nel 1840 ed esposta alla Galleria del Belvedere di Vienna, dal 2011 visibile nell’allestimento delle Gallerie d’Italia a Milano. L’artista ambienta la vicenda nell’angolo del portico al primo piano di Palazzo Ducale, consentendo così una visuale sul terso panorama veneziano, caratterizzato da velature trasparenti e toni caldi. Al centro giganteggia la tragica figura dolente di Francesco Foscari, gravato dal sontuoso ermellino regale e nel cui viso sono riconoscibili le fattezze di Hayez. A destra, inginocchiato, il figlio Jacopo, di cocente espressività patetica, provato dagli stenti e dalle torture. Accanto al vecchio doge vediamo i nipotini, disperati per la cattura del padre; Lucrezia Contarini, vestita di grigio-blu, in una posa di abbandono elegiaco; l’anziana dogaressa, muta e in affanno nel suo nobile dolore, avvolta in preziosi abiti simbolo del fasto dogale. Poco distante, quasi in secondo piano, si erge il fiero e perfido Loredano che, con un dito, indica freddamente il carcere. Pochi anni dopo, tra 1852 e 1854, il poeta e senatore del Regno Andrea Maffei commissiona ad Hayez una seconda versione, oggi a Palazzo Pitti a Firenze, contraddistinta da una tavolozza pittorica fredda, da un linguaggio segnico maggiormente netto e tagliente e da un patetismo pacato e realistico.

L’intesa tra lo storicismo di Hayez e il melodramma di Verdi è confermata, poi, dall’incarico affidato al pittore di revisionare i figurini per una produzione dei Due Foscari del 1858. Simbiosi che continua tuttora, come dimostra il contestato allestimento scaligero del 2016 firmato da Alvis Hermanis, con citazioni dei dipinti di Hayez.

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