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25 anni fa l’incendio della Fenice, distrutta e risorta “semper eadem”

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La facciata con il simbolo dorato e i muri perimetrali anneriti dal fuoco. All’interno, un cumulo di macerie a cielo aperto. Si presentava così il Gran Teatro La Fenice, dopo essere stato divorato dalle fiamme il 29 gennaio 1996, in una notte di vento gelido. L’anima culturale di Venezia, il gioiello più prezioso della vita musicale e sociale del Sette-Ottocento veneziano era uno scheletro impressionante, una quinta svuotata. Un orrido cratere di resti informi e carbonizzati. Con il rogo della Fenice erano bruciati due secoli di storia del melodramma, si era incenerito il teatro che era stato un punto di riferimento, ambìto, aristocratico, per i più grandi compositori: da Paisiello a Stravinskij, a Nono; che aveva visto nascere, tra le tante opere, Tancredi e Semiramide di Rossini; Ernani, Rigoletto e La traviata di Verdi.

Si potrebbe dissertare a lungo sulla strana, intima relazione che nel corso dei secoli l’opera ha avuto con il fuoco. Certo è che La Fenice, segnata simbolicamente dal suo nome, ha una storia legata fin dal concepimento a un ciclo di incendi e rifacimenti, di cadute e riprese. Il primo incendio (quello del Teatro San Benedetto) servì a farla nascere nel 1792, col destino di raccogliere l’eredità spirituale di una Repubblica millenaria ormai al tramonto. Il secondo, nel 1836, la distrusse ma fu seguìto poco dopo da una folgorante rinascita. Dal fuoco La Fenice è risorta semper eadem, sempre se stessa, secondo il suo motto. Specchio di una città che in sé riflette i riverberi di antiche grandezze. L’ultimo rogo di 25 anni fa, impresso ancora nella memoria di tutti, ha rappresentato una ferita che ha bruciato per quasi otto anni, ma che alla fine – dopo una lunga serie di polemiche, ricorsi e contenziosi giudiziari – è stata rimarginata con la riapertura progressiva fra il 2003 e il 2004.

Qualcuno, dopo l’incendio, auspicava la realizzazione di una Fenice completamente diversa. Per fortuna l’idea del recupero e lo spirito della filologia ricostruttiva (con i dovuti aggiornamenti tecnologici) hanno prevalso sulle ipotesi di innovazione di qualche architetto di grido. La Fenice era troppo legata all’anima della città per poter accettare al suo posto una piramide o una sala post-moderna. L’incendio, dunque, ha riaffermato anche la funzione simbolica del teatro, che non poteva essere messa in discussione da snobismi modernisti dissimulati sotto una maschera avanguardista. In un’epoca in cui la novità si confonde con l’ossessione dell’originalità, a volte è necessario – per quanto sembri paradossale – saper ritornare alle origini. La reincarnazione architettonica della Fenice, in quest’ottica, è equivalsa a una conservazione della memoria, alla capacità di collaborare col tempo per cogliere lo spirito del passato e “scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti”, come scrive Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano. È come se, all’inizio del nuovo millennio, sotto le macerie del teatro si fossero ritrovate le radici della cultura veneziana più autentica, fatta anche di mestieri, artigianato, creatività e operosità.

A distanza di 25 anni, La Fenice, si trova ora a fare i conti con un altro disastro, in prospettiva non meno rovinoso degli incendi che ne hanno costellato la storia: quella pandemia che la costringe – alla pari di altre fondazioni e istituzioni musicali – alla chiusura e a limitare l’attività a qualche spettacolo o concerto in streaming. Le prospettive per il futuro potrebbero essere persino più incerte e nebulose di altre realtà, posto che il massimo teatro veneziano si trova a operare in un contesto fragilissimo, ovvero in una città pressoché morta. Un problema secolare, del resto. Nell’agosto 1910, proprio dal palcoscenico della Fenice, Marinetti si scagliava con foga iconoclasta contro i veneziani “fedeli schiavi del passato, lerci custodi del più grande bordello della storia, infermieri del più triste ospedale del mondo”. Il papà del futurismo sperava nell’avvento di “una grande e forte Venezia industriale, commerciale e militare sull’Adriatico”. Era ancora disposto a illudersi, ma aveva compreso perfettamente il declino irreversibile dell’ex Serenissima, intuendone la parabola che l’avrebbe trasformata in una Disneyland senza residenti: quinta teatrale di marmi e merletti abbandonata sull’acqua e soffocata dal turismo di massa. Ora che non ci sono più nemmeno i turisti, Venezia è ridotta a una “morta gora” e la Fenice si ritrova, anche in vista di una eventuale riapertura, priva di gran parte del suo pubblico. Ci auguriamo che possa risorgere semper eadem anche dopo questa calamità epocale.

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