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Voci nella storia – Shirley Verrett: il fascino regale di una voce d’ebano

Sono ormai passati dieci anni dalla scomparsa di Shirley Verrett (31 Maggio 1931 – 5 Novembre 2010), una delle artiste più complete e versatili del Novecento, forse non ricordata a dovere, come invece le si converrebbe. Grazie alla strada aperta da Marian Anderson, Shirley Verrett ha contribuito (insieme ad altre illustri colleghe quali Leontyne Price, Grace Bumbry e Martina Arroyo) ad affermare la reputazione delle cantanti afro-americane nel mondo operistico. Cantante fuori dagli schemi e difficile da ricondurre a una precisa categoria vocale, Verrett ha avuto una lunga carriera, con un repertorio in continua crescita: partendo con ruoli da mezzosoprano-contralto, è approdata poi a parti sopranili. Verrett è stata soprattutto una grande cantante-attrice, una vera diva in grado di dominare il palcoscenico con interpretazioni intelligenti che non valicavano mai il confine del cattivo gusto. È stata poi una grande concertista e liederista, versatile in questo tipo di repertorio, senza essere eccessivamente di nicchia.

Nell’analizzare il fenomeno Verrett bisogna prendere in considerazione due chiavi di lettura, quella prettamente vocale e quella artistica in senso lato. Partendo dalla prima, ci si trova davanti a una cantante la cui vocalità risulta difficilmente inquadrabile in un registro vocale preciso. Alcuni videro in lei un mezzosoprano, altri la considerarono la reincarnazione di un soprano Falcon da grand-opéra. In fin dei conti, come spesso capita con cantanti di questo calibro, la classificazione del tipo di voce conta fino a un certo punto e non è poi così necessaria al fine di comprendere il fenomeno artistico che Verrett ha rappresentato. La voce della cantante americana era sontuosa, con un timbro riconoscibile e ricco dai riflessi bronzei, ampia nell’estensione (circa due ottave e mezzo), solida nelle agilità e penetrante nel volume. È stata sicuramente all’apice nei ruoli da mezzosoprano che le erano congeniali ma l’estensione e lo squillo in acuto l’hanno aiutata a sostenere parti da soprano. All’epoca, molti contestarono la scelta di transitare al repertorio sopranile imputando a questa decisione certe crepe nel congegno vocale (vedi certe note opache e fratture tra i registri che diventeranno più evidenti nell’ultimo decennio della sua carriera). In realtà, l’avanzamento d’età unito ad alcune allergie che le ostruivano i bronchi, avevano contribuito ad acuire questi problemi. A ogni modo, rimane la grande versatilità di una voce dalle mille possibilità, e in questo caso non ci pare corretto parlare di scelta di un repertorio sbagliato o spacca-voce. Anzi, si può dire che abbia scelto con giudizio i propri personaggi e amministrato con cura le proprie doti.

Come artista, invece, Shirley Verrett rappresenta uno dei pochissimi casi di completezza a 360 gradi del Novecento, quello che nei Paesi anglosassoni viene definito come total package ossia il pacchetto completo di doti che una cantante d’opera moderna dell’era post-callassiana dovrebbe possedere. La Verrett era in fatti un’artista capace di coniugare alla voce capacità espressiva, aderenza al testo, incisività nel fraseggio, presenza scenica e abilità interpretativa, il tutto impreziosito da un fascino raro. Una diva capace di stregare il pubblico con la sua bellezza fisica, il magnetismo del suo sguardo e un gesto scenico che coniugava regalità, fierezza, sensualità, misura ma anche trasporto carismatico, laddove necessario, senza eccessi veristi. Non a caso il pubblico scaligero la acclamò come “La Callas nera”, una definizione certamente lusinghiera, ma a cui la cantante preferiva rispondere riaffermando la propria individualità artistica: lei era prima di tutto la Verrett.

La storia personale della cantante americana è stata segnata dal desiderio di affrancarsi da pregiudizi razziali, da dettami religiosi e dalle aspettative familiari, in nome delle proprie aspirazioni e del proprio istinto. Shirley Verrett nasce nel 1931 a New Orleans – Louisiana, nel Sud americano ancora afflitto dalla segregazione razziale. La sua è una famiglia molto “musicale”: la madre canta, il padre dirige un coro in chiesa e qualche parente in famiglia è jazzista. Come spesso accadeva all’epoca, i primi passi con il canto vengono mossi in chiesa. I genitori appartenevano al rigido culto protestante Avventista del settimo giorno. Il padre le infonde qualche rudimento di canto e la fa cantare da solista in chiesa, impedendole però di cantare in coro o di intonare gospel. Contrario all’idea che la figlia possa sviluppare un interesse per la musica popolare o operistica, le mette in testa un futuro da concertista sulle orme del grande contralto afro-americano Marian Anderson. La famiglia si trasferisce poi in California per fuggire al clima di oppressione del profondo Sud. Appena uscita dalla scuola secondaria, le si presenta la possibilità di studiare con Lotte Lehmann ma la ragazza rifiuta, non considerandosi ancora pronta. Shirley si sposa giovanissima per sfuggire al clima restrittivo familiare ma finisce nelle mani di un uomo adulto e violento da cui scapperà più avanti, dopo aver trovato una pistola sotto il suo cuscino. Inizia a lavorare come agente immobiliare ma si rende presto conto che non si tratta della sua strada. Si convince invece che il suo futuro è il canto d’opera. Inizia quindi a prendere lezioni di canto all’età di 21 anni. Studia anche tedesco e si avvicina all’arte del Lied. Con l’aiuto del suo insegnante, decide nel 1955 di partecipare al programma televisivo della CBS Talent Scouts. Vince il primo premio e in quella occasione viene notata da Marian Szekely-Freschl, professoressa di canto alla Juilliard School di New York, che aiuta la ragazza a ottenere una borsa di studio per frequentare il rinomato conservatorio. Il debutto professionale avviene nel 1957 in Ohio in The rape of Lucretia di Britten, a cui segue il debutto newyorkese alla New York City Opera come Irina in Lost in the Stars di Kurt Weil. Nonostante Marian Anderson prima e Leontyne Price poi avessero già contribuito a fare da apripista per le cantanti afroamericane, la stessa Verrett è stata vittima di pregiudizi razziali nei suoi primi passi professionali: invitata dal direttore Leopold Stokowski a partecipare a una produzione con la Houston Symphony nel 1959, viene respinta dal consiglio direttivo dell’orchestra, contrario all’idea di avere una cantante di colore sul palcoscenico. Stokowski, mortificato per l’episodio, chiamerà Verrett a esibirsi in El amor brujo di Manuel de Falla con la Philadelphia Orchestra nel 1961, a cui seguirà una delle prime registrazioni della cantante.

Nel 1962 arriva la consacrazione internazionale grazie al successo ottenuto con l’interpretazione di Carmen al Festival dei Due Mondi di Spoleto. I genitori erano venuti per l’occasione dagli Stati Uniti e al termine della rappresentazione si inginocchiano dinnanzi a lei chiedendo perdono per averla ostacolata. Seguono altri debutti importanti al Bolshoi di Mosca nel 1964 (dove Verrett è la prima cantante americana di colore a cantare Carmen, in piena guerra fredda), al Covent Garden di Londra nel 1966 (Ulrica prima e Eboli poi), all’Opera di Vienna nel 1970 (dove trionfa come Eboli) e alla Scala nello stesso anno (dove è Dalila nel gennaio 1970 con Georges Prêtre alla direzione e poi Eboli nell’aprile 1970 sotto la bacchetta di un giovanissimo Claudio Abbado). Nonostante il Metropolitan le avesse offerto un contratto già nel 1961, Shirley Verrett aveva respinto l’offerta e aspetterà fino al 1968, in modo da debuttare nel principale teatro americano con maggiore maturità artistica e soprattutto con il ruolo del cuore di allora, ossia Carmen. Voleva infatti entrare al MET dalla porta principale e non da quella di servizio. Negli anni successivi vi canterà in molti altri ruoli tra cui Eboli, Azucena, Amneris e Leonora. Si esibirà regolarmente alla ROH di Londra fino al 1983 cantando Azucena, Amneris, Orfeo, Carmen, Tosca e Dalila. Nella seconda metà degli anni ’70 inizia a cimentarsi con i ruoli da soprano, pur continuando a tenere in repertorio i suoi cavalli di battaglia da mezzo. Sarà Lady Macbeth alla Scala nel 1975 e al MET nel 1977, poi Tosca sempre al MET nel 1978 a fianco di Luciano Pavarotti. Nel 1990 Verrett sarà Didone in Les Troyens di Berlioz all’inaugurazione dell’Opera Bastille di Parigi. Nello stesso titolo, al MET, Verrett aveva mostrato la sua versatilità cantando sia il ruolo di Cassandra che quello di Didone, sostituendo una indisposta Christa Ludwig, alla prima del 1973.

Ritornando al repertorio, è giusto spendere qualche parola sui principali ruoli affrontati. Nel Samson et Dalila di Saint-Saëns fu una Dalida bellissima, sensuale, dolce, ma anche allusiva e determinata. La sua versione di “Mon coeur s’ouvre à ta voix” è ineguagliabile per bellezza del canto e intelligenza interpretativa. La voce, calda come il suono di un clarinetto d’ebano prezioso, è ricca di sfumature, si fa seducente, esotica e avvolgente (video al termine). La sua Lady Macbeth fu seconda per bravura ed efficacia solo a quella della Callas. Prendiamo l’esibizione scaligera del 1975 con Abbado alla direzione e Giorgio Strehler alla regia, Quella di Shirley Verrett è una Lady regale, altera ma anche molto femminile. La voce si fa tagliente, si accende, svetta con smalto in tessitura acuta e si incupisce all’occorrenza. La cantante domina il palcoscenico come una vera tigre. Alla fine di “Vieni t’affretta” è un vero e proprio tripudio di ovazioni, con una Verrett fieramente commossa e un Abbado in contemplazione (video). Carmen fu il ruolo che le ha regalato la grande fama e si capisce il motivo, dal momento che la sua esibizione a Spoleto aveva già tutti gli ingredienti del fenomeno artistico che si andava a rivelare a tutto il mondo: un’interpretazione passionale, da parte di un animale da palcoscenico, una vera femmina, estroversa e ammaliatrice. Grazie alla sua presenza scenica così regale, Verrett ha saputo incarnare con autorevolezza e dominio del gesto scenico diverse figure di nobildonne. Verrett è stata inoltre una Eboli superba, seducente ed elegante: i suoi “Ti maledico, o mia beltà” da “O Don Fatale” (ascolto) erano degli strali di suono da far impallidire chiunque, creando un climax musicale inarrestabile e perfettamente sfogato in acuto. Verrett fu poi una fenomenale Elisabetta I in Maria Stuarda sul palcoscenico della Scala a fianco di Montserrat Caballé, e al Maggio Fiorentino a fianco di Leyla Gencer: un’Elisabetta statuaria, spietata e collerica ma sempre dal risvolto femminile. Agilità e musicalità spiccata sono altri talenti che hanno permesso alla Verrett di affrontare in modo egregio alcune parti rossiniane (Neocles in L’assedio di Corinto in disco e Sinaida in Moïse et Pharaon sulla scena). Le interpretazioni di Tosca, Norma e Fidelio al MET suscitano invece reazioni contrastanti anche se alcune esibizioni erano state minate dalle sue allergie croniche. Soprattutto il suo debutto come Norma (in precedenza era stata Adalgisa a fianco della Caballé in scena e della Sills in disco) fa molto rumore, attirando anche le critiche severe del produttore discografico Walter Legge. Dopo aver affrontato le parti di Ulrica e Azucena, la Verrett aggiunge altri ruoli verdiani tra cui Aida e Desdemona, a cui conferisce a livello interpretativo dolcezza e vulnerabilità (memorabile anche il suo Requiem verdiano). Molto apprezzabili anche le interpretazioni intense e magnetiche in Medea, Alceste e Iphigénie en Tauride. Da ricordare, infine, l’eccellente registrazione di Orfeo ed Euridice con Anna Moffo e i Virtuosi di Roma.

Fin dal debutto al Festival di Spoleto, l’Italia è stato forse il Paese che più ha consacrato a livello artistico la cantante americana. Abbiamo già parlato dei trionfi come Carmen (al debutto italiano a Spoleto), Eboli, Elisabetta I e Lady Macbeth. Quello tra la Verrett e l’Italia è stato un rapporto di amore reciproco ma anche contrastato. La cantante è stata protagonista di alcuni episodi spiacevoli in teatro. Alla Scala, i trionfi sopra citati non si ripetono con Un ballo in maschera nella stagione 1977/1978 (con la regia di Zeffirelli) e Carmen nel 1984 (con lo spettacolo di Piero Faggioni e sotto la bacchetta di Claudio Abbado): in entrambe le occasioni, la cantante viene accolta molto freddamente dal pubblico, che non riconosce in lei lo stesso smalto della sua Lady del 1975. Viene anche fischiata in recital di canto alla Scala dopo la scelta di proporre la cavatina di Rosina dal Barbiere di Siviglia, contestata a tal punto dal spingerla al pianto. Certo la scelta non era stata felicissima, ma con il senno di poi la “crudeltà” di un certo pubblico scaligero appare eccessiva, specialmente tenuto conto della scarsità di artiste di questo calibro negli anni a venire. Si pensi poi al Macbeth all’Opera di Roma nella stagione 1986/1987, dove Verrett è protagonista di un episodio per certi versi simile alla Norma callassiana del 1958: la cantante viene mandata sul palcoscenico indisposta e praticamente afona, senza che il teatro abbia disposto di una sostituta. Dopo l’aria della Lady “Vieni t’affretta” si scatena l’inferno in sala e la recita venne sospesa tra le rumorose proteste del pubblico. Nonostante questi episodi, Verrett rimane molto legata al nostro Paese, vi tornerà spesso anche a carriera terminata, dimostrando tutta la sua gratitudine per le consacrazioni ottenute in momenti decisivi della sua carriera.

Lungo l’elenco dei direttori con cui Verrett ha collaborato nel corso della sua lunga carriera: oltre ai già citati Claudio Abbado e Leopold Stokowski, ricordiamo Thomas Schippers, Sir Georg Solti, Leonard Bernstein, James Levine, Zubin Mehta, Sir Colin Davis, Riccardo Chailly, Georges Prêtre, Carlo Maria Giulini, Lorin Maazel, Bernard Haitink, Nicola Rescigno e Herbert Von Karajan. Altrettanto lunga la lista di colleghi e colleghe che hanno condiviso con lei il palcoscenico o la sala di registrazione: Montserrat Caballé, Joan Sutherland, Leyla Gencer, Beverly Sills, Luciano Pavarotti, Jose Carreras, Placido Domingo, Leontyne Price, Jon Vickers, Alfredo Kraus, Marilyn Horne e Sherrill Milnes. Ha poi cantato al fianco di Grace Bumbry in Les Troyens parigino del 1990 e in diversi concerti nei primi anni ’80 (nel 1982 alla Carnegie Hall e nel 1983 alla ROH di Londra). Con la Bumbry, non ha mai nascosto una certa competizione (entrambe erano passate al repertorio sopranile da quello mezzosopranile di partenza), anche se poi sulla scena c’era sintonia, a dimostrazione della grande professionalità di entrambe.

Verrett dice addio alle scene operistiche nel 1992 interpretando Leonora de Guzman ne La favorita di Donizetti. Dopo il ritiro, si cimenta nel 1994 con il musical Carousel a Broadway dove interpreta la parte di Nettie, esperienza ripetuta qualche anno più tardi con un altro titolo. Lasciando stare queste apparizioni, Verrett si dedicherà a tempo pieno all’insegnamento. Nel 1996 diventerà infatti docente alla scuola di canto dell’università del Michigan dove vi insegnerà per 14 anni. La cantante viene a mancare all’età di 79 anni il 5 novembre 2010 a causa di un attacco cardiaco nella sua casa ad Ann Arbor in Michigan, lasciando il secondo marito Lou LoMonaco e la figlia che avevano adottato. Nel 2003 aveva affidato le sue memorie in una biografia intitolata “Never walked alone” (Non ho mai camminato da sola), dove aveva denunciato le difficoltà incontrate a inizio carriera per andare contro i pregiudizi razziali. La discografia (per RCA e EMI) che conserva il suo testamento artistico non è vastissima, ma copre comunque i ruoli principali che hanno marcato la sua eccezionale carriera.