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Voci nella storia – Rockwell Blake: il tenore dal virtuosismo orgiastico

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Indubbiamente non sempre le voci più belle e più dotate in natura sono anche quelle che sanno usare con maggior consapevolezza il proprio strumento. Anzi, spesso è vero il contrario, forse perché i cantanti che non sono in possesso di un timbro o di un colore vocale particolarmente seducenti sono portati, più degli altri, a lavorare di più per poter sopperire, con lo studio e con una tecnica quanto mai scaltrita, ai limiti posti da una natura non particolarmente generosa. Il tenore statunitense Rockwell Blake è un caso emblematico in tal senso.

Il giovane Blake, che a inizi carriera poteva vantare una voce molto estesa, ma non potente e dal colore piuttosto ingrato, lavorò moltissimo con la sua maestra di canto (Renata Carisio Booth, sempre da lui citata con grande affetto) su flessibilità, agilità e proiezione del suono, cercando con infaticabile abnegazione il proprio repertorio, trovandolo, infine, in quello rossiniano a cui la fama di Rockwell Blake è indissolubilmente legata. Il fenomeno Blake, dopo alcune buone prove offerte in patria, esplose definitivamente al Festival Rossini di Pesaro, per merito di Claudio Scimone che lo volle nel Mosè in Egitto. Era il 1983. La consacrazione trionfale fu sempre a Pesaro, nel 1987, dove il tenore americano, al fianco degli strepitosi Marylin Horne e Chris Merritt, cantò nella “riesumata” Ermione rossiniana.

Ricordo ancora lo stupore suscitato quando nella sua aria di sortita “Reggia abborrita” Blake, affascinante nel suo costume di scena, saliva e scendeva senza apparente difficoltà per le montagne russe della difficilissima scrittura rossiniana, sciorinava trilli e mezze voci con irrisoria naturalezza, elargiva agilità di grazia e di forza resuscitando un ruolo scritto per Giovanni David, tenore contraltino per il quale Gioachino Rossini concepì molti fantasmagorici ruoli, nel Novecento appena trascorso considerati praticamente “ineseguibili”. Ineseguibili fino all’avvento di Rockwell Blake, che sempre a Pesaro interpretò strepitosamente anche la parte di Rodrigo nell’Otello. Non è un caso se proprio lui fu il primo, dopo i timidi tentativi mal riusciti di altri tenori, a riproporre nel Barbiere di Siviglia la temibile aria del Conte di Almaviva con il suo rutilante rondò finale. Da sempre cavallo di battaglia del tenore americano, foriero di immancabili ovazioni da parte di un pubblico stregato dall’orgiastico virtuosismo, il ruolo del Conte sembrava scritto a misura delle eccezionali capacità.

È vero, nella sua carriera Blake non ha mai sfoggiato velluti e damaschi vocali. Forse per questo alcuni ruoli che, sulla carta, avrebbero potuto adattarglisi perfettamente furono toccati solo di sfuggita. Le sue interpretazioni di Bellini, ad esempio, a parte la luminosa eccezione del Pirata, non hanno mai pienamente convinto gli ascoltatori avvezzi a timbri vocali più morbidi e seducenti. Ma bisogna pur riconoscere che, grazie all’apporto di una tecnica superlativa, Blake sapeva ingentilire e rendere accattivante il proprio timbro, soprattutto con un accorto uso delle dinamiche, come ha fatto magnificamente con alcuni ruoli mozartiani. Lo dimostra ampiamente la sua esecuzione di “Un’aura amorosa” del Così fan tutte, aria che fa dannare la maggior parte dei tenori chiamati a interpretarla. Al di fuori del repertorio mozartiano e rossiniano Blake ha saputo regalarci anche alcune splendide esecuzioni di Händel e Gluck. Negli ultimi anni di carriera, il tenore statunitense ha mostrato un certo interesse per alcuni compositori del repertorio francese (Meyerbeer, Boieldieu e Delibes) ma, forse perché la particolarità della lingua d’oltralpe non lo ha favorito, senza raggiungere i vertici attinti con Rossini e Mozart.

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