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Voci nella storia – Richard Tucker: virilità e malinconia

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Fra le tante e diversificate voci tenorili che hanno fatto la storia del canto del Novecento ve ne sono alcune che, meglio di altre, hanno incarnato il mito di una virilità asciutta e austera, poco incline a languori sensualeggianti. Richard Tucker appartiene a questa tipologia vocale. Nato a Brooklyn nel 1913 da una famiglia di ebraica, Ruvn Ticker (questo il suo vero nome) evidenziò notevoli attitudini musicali quale cantore nella sinagoga di Manhattan. Cognato di Jan Peerce, celebre tenore americano degli anni Quaranta e Cinquanta, Tucker fece il suo debutto al Metropolitan il 25 gennaio 1945, cantando il ruolo di Enzo nella Gioconda, opera che segnò anche il suo debutto, due anni dopo, all’Arena di Verona. Serata rimasta storica perché, nel ruolo della protagonista, l’allora direttore artistico Giovanni Zenatello aveva voluto una sconosciuta cantante greco-americana di nome Maria Callas. L’esibizione che sancì definitivamente la fama internazionale di Richard Tucker avvenne però nel 1949, quando Arturo Toscanini gli assegnò la parte di Radamès in una esecuzione radiofonica di Aida alla NBC, riversata poi in microsolco. Incisione rimasta celebre soprattutto per merito di Tucker, per il nitore del suo squillo adamantino, per lo scatto e la veemenza con cui affrontava i passaggi più drammatici del ruolo. Il tenore statunitense inciderà nuovamente l’opera, nel 1955, a fianco di Maria Callas e sotto la direzione di Tullio Serafin, aggiungendo al suo araldico Radamès alcuni inaspettati ripiegamenti melanconici, come nel bellissimo “Morir sì pura e bella” del duetto finale con Aida, evidenziando nel contempo un controllo della dizione italiana, già buona agli esordi (a chi gli chiedeva dove avesse imparato l’italiano rispondeva: “A Brooklyn!”), ancor più rifinito (ascolto).

L’improvvisa patina nostalgica che a volte velava il suo timbro, così virile, non cessa mai di sorprendere quando si ascoltano le sue migliori esecuzioni, molto spesso dal vivo e sui palcoscenici di mezzo mondo. Ne fa fede un’altra esibizione del 1955 al Metropolitan di New York, quando sotto la cangiante direzione di Pierre Monteux, il tenore eseguì il ruolo del protagonista nei Racconti di Hoffmann. Ebbene, ascoltarlo avviare “Hèlas! Mon coeur s’égare encore!” con colori così crepuscolari dopo gli squillanti acuti elargiti nel corso dell’opera, è esperienza rara e appagante (ascolto). Nato agli inizi come tenore schiettamente lirico (fra i suoi ruoli vi è anche il Ferrando del Così fan tutte), Tucker si orientò sempre più spesso verso parti da lirico spinto (che al Metropolitan erano state appannaggio di Martinelli prima e di Del Monaco poi), trovando nel ruolo di Canio dei Pagliacci forse il personaggio con il quale si identificava di più. La sua ultima esecuzione al Met, infatti, risale al 1974 proprio con Pagliacci. L’anno dopo Tucker moriva per infarto durante una tournée negli Stati Uniti all’età di 62 anni. Chiunque lo vide cantare e recitare il ruolo di Canio sottolineò la sua bravura anche come attore. Dote, quest’ultima, che gli fu raramente riconosciuta. Sicuramente il lungo lavoro che fece con Zeffirelli per alcune rappresentazioni nel corso degli anni Settanta gli giovò.

La stessa sintonia che il tenore ebbe con l’opera di Leoncavallo, e in parte anche con Cavalleria rusticana di Mascagni e Andrea Chénier di Giordano, non caratterizzò particolarmente le sue molte interpretazioni pucciniane (per le quali gli mancava forse un timbro più “amoroso”), ma deflagrò invece in Verdi. Nelle opere del compositore di Busseto la sua scansione nettissima, il suo fraseggio impetuoso (fin troppo a volte), la perentorietà degli acuti fecero di lui un Alvaro della Forza del destino molto apprezzato e un Manrico del Trovatore di assoluta rilevanza. Tucker, anzi, è forse l’ultimo ad aver potuto eseguire con equivalente sicurezza e precisione musicale i due lati del personaggio verdiano: quello elegante e cavalleresco, che trova la sua più evidente emanazione nei due difficilissimi trilli di “Ah sì, ben mio”, e quello fiammeggiante ed eroico della Pira (ascolto). Fra i tanti personaggi verdiani cantati in scena e incisi in disco, val la pena di soffermarsi anche sull’esplosivo Riccardo del Ballo in maschera cantato sotto la direzione di Mitropoulos, dove Tucker esegue magnificamente il terribile salto di tredicesima discendente nella Barcarola, spesso omesso nelle normali esecuzioni. Prodezza vocale dove, con maggior o minor disdoro, fallirono tutti i tenori che tentarono l’impresa dopo di lui (ascolto). Particolare accento, infine, deve essere posto sul suo esemplare protagonista del Don Carlo. In un ruolo così poco appagante, in termini di successo, per un tenore, Tucker sa elargire una vera lezione di canto verdiano, come dimostra inequivocabilmente il bellissimo duetto inciso a fianco di Eileen Farrell (ascolto). La sua capacità di alternare passaggi di maschia fermezza a momenti di inaspettata fragilità (“O prodigio! Il mio cor s’affida e si consola…”) ha veramente del prodigioso.

 

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