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Voci nella storia – Raina Kabaivanska: nata per essere diva

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Diva si nasce. È un insieme di stile, eleganza, portamento non disgiunti, ovviamente, da un’avvenenza fisica fuori dal comune. Per Raina Kabaivanska si sono addirittura spesi paragoni con Greta Garbo. Cantante-attrice di innegabile carisma, Raina Kabaivanska trovava sulle tavole del palcoscenico, a diretto contatto con il pubblico, il suo ambiente naturale. Solo ascoltandola e vedendola contemporaneamente recitare si poteva cogliere appieno il suo folgorante magnetismo, la capacità di evocare, forse per l’ultima volta e nel repertorio a lei più congeniale, i fantasmi di un divismo ormai desueto. La voce, non particolarmente fonogenica, aveva limitate risorse timbriche, ma la tecnica portentosa le consentiva un gioco dinamico, filature e uso dei pianissimi stupefacenti (video “Chi il bel sogno di Doretta”).

Nata a Burgas, sul Mar Nero, ma presto naturalizzata italiana per scelta e matrimonio, la Kabaivanska ebbe i suoi studi musicali prima in Bulgaria e poi in Italia, sotto la guida di Zita Fumagalli Riva. Il suo debutto italiano risale al 1959, quando interpretò a Vercelli il ruolo di Giorgetta nel pucciniano Tabarro. Inizio sotto il segno del destino, poiché proprio il repertorio di Puccini, e più in generale quello del Verismo, la consacrerà in seguito alla gloria internazionale. In verità i primi anni di carriera la videro spesso cimentarsi con ruoli verdiani e del Belcanto: Agnese nella Beatrice di Tenda a fianco di Joan Sutherland per il suo debutto scaligero nel 1961, Desdemona in Otello di Verdi per quello al Covent Garden, Il trovatore (sotto la guida di Karajan) a Vienna, I vespri siciliani per l’inaugurazione del nuovo Teatro Regio di Torino nel 1973, Elvira alla Scala a fianco dell’Ernani di un giovanissimo Placido Domingo. Karajan la volle anche quale improbabile Alice nella sua seconda incisione di Falstaff.  Ma era evidente come questi ruoli, seppur ben cantati e interpretati, non le si addicessero completamente né come vocalità né, e forse soprattutto, come temperamento.

Altri lidi l’attendevano, altre eroine aspettavano di riacquistare vita e credibilità scenica attraverso il suo canto e le sue doti di attrice. Facendosi erede, per molti aspetti, della sensazionale lezione di Magda Olivero, Raina Kabaivanska troverà in Adriana Lecouvreur, Wally, Manon (quella di Puccini e quella di Massenet), Butterfly e Francesca da Rimini il suo terreno d’elezione. Francesca da Rimini, la bistrattata opera di Riccardo Zandonai, in particolare ha avuto con lei l’interprete perfetta, giustamente in bilico fra languori preraffaelliti e macerazioni decadenti, bellissima per gesto scenico e suggestioni vocali (video).

Un discorso a parte meriterebbe la sua interpretazione del ruolo di Tosca, personaggio al quale la fama della Kabaivanska è saldamente legata, in Italia come all’estero. Cantata centinaia di volte, la sua Tosca sembrerebbe l’unica ad aver saputo esorcizzare il fantasma di Maria Callas sul suo stesso terreno: quello della Diva che non cessa mai di recitare, neppure durante lo struggente “Vissi d’arte” e nel drammatico suicidio finale. L’esecuzione del 1973, a Tokyo, splendidamente diretta da Olivero de Fabritiis la vede radiosamente bella, perfettamente a proprio agio in questo ruolo insidioso, davvero paragonabile per eleganza e gesto scenico, sempre misurato e carico di una espressività a volte solo accennata, al mitico carisma di una diva d’altri tempi.

La metà degli anni Ottanta vedranno uno spettacolare cambio di rotta della grande cantante bulgara. L’incontro con il rimpianto Luca Ronconi e il desiderio di esplorare nuovi repertori regaleranno a tutti coloro che ebbero l’avventura di assistervi tre produzioni memorabili, giustamente entrate nella storia. A Bologna, nel 1987, toccherà a Capriccio di Richard Strauss inaugurare questa svolta epocale all’interno della sua carriera. L’esperienza verrà ripetuta sei anni dopo a Torino quando Ronconi e la Kabaivanska faranno finalmente conoscere un capolavoro di Leoš Janáček Il caso Makropulos. Raina farà suo il ruolo della protagonista Emilia Marty. Le meravigliose scene oblique di Margherita Palli e il l finale, con la trasformazione di Emilia in una vecchia raccapricciante, resteranno per sempre impresse nella memoria di chi li vide (video). Ultimo tassello di questa straordinaria collaborazione il Giro di vite di Benjamin Britten, al Teatro Carignano di Torino nel 1995. Immersa in una verdognola luce d’acquario l’Istitutrice scaturita dalla fantasia di Henry James si muoveva, nevrotica e allucinata, precipitando nel proprio incubo.

Molti altri ruoli, molti altri allestimenti andrebbero ricordati. Fra i tanti, impossibile dimenticare il bellissimo Roberto Devereux di Roma e la riesumata Fausta di Donizetti, un ritorno al Belcanto di inizio carriera (video). E poi, come non rammentare l’irresistibile Hanna Glawari della Vedova allegra di Lehár (video), esempio di un eclettismo e di una curiosità culturale unici.

Photo credit: Erio Piccagliani

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