Chiudi

Voci nella storia – Marilyn Horne: la rinascita degli eroi

Condivisioni

Vi sono cantanti che per genio, arte e natura hanno cambiato il corso della storia dell’Opera. Marilyn Horne è fra questi. Chi ebbe la fortuna di ascoltarla e vederla nel periodo più fulgido della sua carriera, coincidente con gli anni sessanta, settanta e ottanta del secolo appena trascorso, ne serba ricordo indelebile. La radiosa luminosità con cui il suo timbro, in natura non particolarmente bello né potente, si espandeva nella sala, il controllo assoluto e magistrale del fiato nei cantabili più distesi così come negli allegri più vertiginosi, la capacità di variare e trillare a tutte le altezze, la perentorietà con cui affrontava ed eseguiva le “agilità di forza” erano impressionanti.

Nata nominalmente come soprano (fra i suoi primi ingaggi si ricordano la Marie del Wozzeck e la Maria della Figlia del reggimento) scoprì ben presto, forse anche con l’aiuto di Henry Lewis direttore d’orchestra e suo primo marito, di non essere nata per questo genere di tessiture. Con lo studio, i sacrifici e la tenacia, la giovane cantante nata a Bradford in Pennsylvania si costruì, pezzo dopo pezzo, una voce adatta ad affrontare i ruoli che, istintivamente, la facevano sentire a proprio agio. Un po’ come Maria Callas, che negli anni cinquanta riscoprì e resuscitò le parti di soprano drammatico di agilità, Marilyn Horne, verso la fine degli anni sessanta, riuscì a farci capire cosa avesse in mente Gioachino Rossini quando scrisse i grandi ruoli di contralto en travesti delle sue più sublimi opere serie. Arsace, Malcom, Neocle e Tancredi ritrovarono finalmente, nella voce della Horne, la loro vera natura. Un canto eroico, enfatico eppure stilizzato, meravigliosamente in bilico fra virilità e adolescenziale delicatezza. Indubbiamente oggi il ricordo della grande Marilyn è legato ai suoi “eroi”, i grandi condottieri rossiniani citati prima, ma anche l’Orfeo di Gluck e il formidabile Orlando furioso di Vivaldi, che insieme all’Orlando e al Rinaldo di Händel hanno dato un impulso fondamentale alla rinascita del canto barocco. Forse la sua voce, il suo funambolico e orgiastico virtuosismo, avevano qualcosa in comune con il mitico gorgheggiare dei castrati settecenteschi. Non è un caso se i più bravi controtenori di oggi come Franco Fagioli e Bejun Mehta hanno tratto ispirazione dalla sua imprescindibile lezione. Pur appesantita nella corporatura negli ultimi anni, Marilyn Horne sapeva muoversi con incredibile disinvoltura sul palcoscenico, agitando mantelli, brandendo spade e indossando con orgoglio improbabili cimieri piumati.

Con il senno di poi, forse, oggi ci appaiono meno definitive alcune sue interpretazioni del Rossini comico o semiserio. La sua interpretazione di Cenerentola, ad esempio, pur potendo vantare un rondò finale ineguagliabile e ineguagliato (nemmeno Teresa Berganza, Lucia Valentini Terrani e Cecilia Bartoli sono riuscite a replicarne il miracolo) è forse poco credibile per un personaggio fondamentalmente remissivo come quello di Angelina. Lo stesso può dirsi della sua Rosina del Barbiere di Siviglia, ovviamente bravissima nella scena della lezione, ma altrove un po’ troppo caricata e sopra le righe. Sicuramente meglio l’Isabella della Italiana in Algeri, cantata negli ultimi anni della sua folgorante carriera anche alla Fenice di Venezia a fianco di un formidabile Samuel Ramey nel ruolo di Mustafà. Un Mustafà cantato con vera e sonora voce di basso, senza ricorrere a gigionismi scenici nel tentativo di sopperire alle gravi carenze vocali come capitava e capita ancora.

In effetti la rinascita del belcanto rossiniano, la cosiddetta Rossini renaissance principiata dalla Callas nel 1952 con la storica, ma isolata, Armida fiorentina, deflagrata poi negli anni sessanta con Beverly Sills, Joan Sutherland e appunto la Horne, fu appannaggio verso la fine degli anni ottanta delle voci maschili, soprattutto tenorili, capaci di eseguire i virtuosismi e affrontare le tessiture vertiginose con aplomb e precisone. Chris Merritt e Rockwell Blake furono i primi. Ed è davvero incredibile riflettere su quanto un compositore italianissimo come Gioachino Rossini debba così tanto, per la sua definitiva valorizzazione, alle capacità tecniche, vocali e stilistiche di cantanti statunitensi.

Photo credit: Erich Auerbach

image_pdfimage_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino