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Voci nella storia – Kathleen Ferrier: il canto della malinconia

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“Nell’arte e nella vita fu un esempio fulgido, e chiunque l’abbia ascoltata e incontrata, si è sentito personalmente arricchito ed elevato…so per certo che lei avrebbe voluto essere ricordata o descritta in una tonalità maggiore”. Con queste parole, il direttore e pianista Bruno Walter volle ricordare la sua compagna di palcoscenico Kathleen Ferrier, subito dopo la prematura morte avvenuta nel 1953 a soli 41 anni, per il decorso infausto di un cancro al seno. Kathleen Ferrier, forse non ricordata a sufficienza come le si converrebbe, specialmente al di fuori dal Regno Unito, è stata senza ombra di dubbio il più grande contralto inglese del Novecento, ma anche una vera e propria star, che in pochi anni di carriera conquistò la scena concertistica europea e americana del secondo dopoguerra. Oltre al citato Walter, Ferrier lavorò con pianisti del calibro di Phyllis Spurr o John Newmark e fu diretta da Herbert von Karajan e John Barbirolli.

Contralto puro, fu dotata dalla natura di una cavità ampia e completamente aperta, capace di produrre un suono potente, caldo e vibrante. È difficile rimanere impassibili ascoltando Ferrier: la sua voce era un misto di rara bellezza e malinconia, fluida e preziosa come un oro liquido, un caldo abbraccio pieno di umanità e immediatezza. La voce si fece poi ancora più scura ed espressiva negli ultimissimi anni di carriera.
Pianista di formazione, Ferrier diventò cantante quasi per caso e poi si trasferì a Londra dal nord dell’Inghilterra, grazie al consiglio del direttore d’orchestra Malcolm Sargent, per tentare una carriera, seppur a guerra ancora in corso. A Londra prese lezioni con il baritono Roy Henderson, il quale le procurò un contratto discografico con la Decca. A guerra finita, Ferrier era già la cantante più celebrata d’Inghilterra. All’inizio ebbe in repertorio soprattutto la musica sacra di Bach, Händel e Mendelssohn. Ascoltate oggi, queste interpretazioni possono risultare non intellettualmente ricercate o del tutto filologicamente corrette. Ma la bellezza della voce e l’intensità espressiva è commovente (si ascolti “Agnus Dei” dalla Messa in si minore di Bach o “Have mercy, Lord” dalla Passione secondo Matteo).
Paradossalmente, l’assenza di studi accademici forse spiega l’immediatezza e l’autenticità di ogni sua interpretazione, fin dai primissimi anni di carriera. Radiosa, alta, bellissima ed elegante, diede un nuovo input all’arte dell’interpretazione sul palcoscenico. I privilegiati che ebbero l’opportunità di ascoltarla dal vivo, spettatori o direttori d’orchestra, riferirono di come Ferrier riuscisse a stabilire una connessione istantanea con il pubblico, il quale veniva completamente rapito da una voce gloriosa, che spesso muoveva al pianto ma che sapeva anche comunicare la sua gioia di vivere, grazie a degli occhi luminosi, un sorriso raggiante ma anche un’individualità spiccata, che faceva trasparire con coraggio un vissuto senza barriere.

Nel 1943 cantò a Westminster Abbey il Messiah di Händel in presenza del più grande compositore inglese del Novecento, Benjamin Britten. Più tardi quest’ultimo compose The rape of Lucretia, proprio con in mente la Ferrier, che dell’opera fu interprete per la riapertura del Glyndebourne Festival dopo la guerra. Questo, fu l’unico suo ruolo operistico, assieme all’Orfeo ed Euridice di Gluck. Non fu mai pienamente a suo agio sul palco del Covent Garden o a Glyndebourne in quanto non sapeva bene come muoversi sul palcoscenico, mentre si sentiva a casa alla Wigmore Hall o nelle sale da concerto in Olanda, Scandinavia, resto d’Europa, Stati Uniti e Canada.

Non è stato sufficientemente ricordato o riconosciuto come Kathleen Ferrier abbia assunto un ruolo fondamentale nel riportare al grande pubblico e rendere popolare la musica di Mahler, proibita durante l’occupazione nazista. Questo revival vide come protagonista l’Olanda (paese culturalmente molto aperto e desideroso di musica subito dopo la guerra, dove Ferrier si esibì spesso) e poi un ritorno in auge in tutta Europa. Questo fu possibile grazie al sodalizio artistico con Bruno Walter, che non solo indirizzò Ferrier ad approfondire il repertorio tedesco (Schubert, Schumann, Brahms e il già citato Mahler) ma letteralmente le insegnò anche lo stile liederistico e come cantare correttamente in tedesco. Fu lo stesso Walter che introdusse Ferrier al pubblico statunitense, dove la cantante debuttò alla Carnegie Hall nel 1948, all’età di 35 anni e già al picco di una carriera internazionale. Donna single, divorziata e indipendente, Ferrier fu cantante in tournee, in un’epoca in cui i cantanti non avevano un entourage e nessuna organizzazione in termini di spostamenti e alloggi. Tornò indebitata dal primo tour, ma quando vi tornò da star nel 1949 e 1950, richiese giustamente un lauto compenso.

Un altro repertorio a lei congeniale e che fu alla base della popolarità presso il pubblico inglese fu quello delle English songs. Si ascolti ad esempio “Blow the wind southerly”, interpretata con una disarmante semplicità e umanità.
Nel 1951, come un fulmine a ciel sereno, giunse la diagnosi del cancro e la mastectomia al seno. Ferrier riprese a cantare nella pause tra le radioterapie. Nel 1952 la cantante, nonostante i dolori, si recò a Vienna con Bruno Walter per registrare Das Lied Von der Erde e i Ruckert Lieder di Mahler. Risulta impossibile disgiungere l’esperienza dell’ascolto dalla consapevolezza di saperla già malata e sofferente. Allo stesso tempo si tratta di un’interpretazione che ancora oggi è considerato un punto di riferimento e che rappresenta anche il termine del sodalizio Ferrier-Walter.
La carriera del contralto inglese volse tristemente al termine nel 1953, due anni dopo la diagnosi di cancro al seno. Nonostante atroci sofferenze, Ferrier aveva lavorato insieme all’amico e direttore d’orchestra John Barbirolli a una versione inglese dell’Orfeo ed Euridice al Covent Garden. Il cancro si era ormai impossessato del suo corpo tanto che una delle sue ossa si fratturò in scena. Ferrier terminò la seconda recita tra dolori atroci, quasi senza potersi muovere. Fu portata via in ambulanza e otto mesi dopo spirò nel sonno. La sua interpretazione di “What is life” (“Che farò senza Euridice”) rimane forse la sua aria più celebre, proprio perché fu una sorta di ultimo testamento artistico sul palcoscenico. La sua fine fu anche uno spartiacque e in un qualche modo la fine di un’era. La grande Janet Baker e altre cantanti della generazione successiva guardarono a lei con reverenza e nostalgia. Ferrier rimane poi per le generazioni odierne un esempio di come si possa avere una carriera da contralto puro, senza spingersi forzatamente nel repertorio da mezzo.

In ricordo di questa voce indimenticabile, ogni anno a Londra si tengono i “Kathleen Ferrier awards”, grazie alla creazione del “Kathleen Ferrier Scholarship fund” negli anni ’50 a supporto delle nuove generazioni di cantanti. Per concludere, a sottolineare ancora la caratura dell’artista, citiamo altre parole lusinghiere spese da Bruno Walter: “Il più grande privilegio nella mia vita di musicista è stato quello di conoscere Kathleen Ferrier e Gustav Mahler – in questo preciso ordine”.

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