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Voci nella storia – Joan Sutherland: la meraviglia di un virtuosismo senza tempo

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Ricorre il 10 ottobre il decimo anniversario della scomparsa del soprano australiano Dame Joan Sutherland (1926-2010), una delle cantanti più leggendarie del Novecento e di tutti i tempi, una vera specialista del belcanto dotata di una voce gloriosa e una tecnica straordinaria dalle possibilità sorprendenti. Definita “The voice of the century” da Luciano Pavarotti e più comunemente conosciuta come “La Stupenda”, Joan Sutherland ha potuto vantare una lunga carriera di oltre quarant’anni e un repertorio vastissimo che andava dal barocco a Puccini.

La rilevanza storica è molteplice. Sul solco di un lavoro iniziato da Maria Callas, Joan Sutherland ha saputo riportare in auge il repertorio belcantistico e protoromantico ridando nuova vita a questo stile e tecnica di canto. Si è trattato di un processo di riscoperta la cui memoria storica è stata fedelmente affidata al disco, in una delle discografie più preziose del secolo scorso, non solo per completezza, ma anche per pertinenza stilistica. Se Joan Sutherland è stata una grande belcantista lo si deve soprattutto alla moderna e visionaria intuizione di Richard Bonynge, che le fu dapprima amico e pianista accompagnatore per divenire poi marito, mentore e anche direttore d’orchestra esclusivo. Fu proprio lui a spingerla su questa strada, dopo alcuni anni di disorientamento iniziale. Grazie all’unione tra il talento vocale di Sutherland e l’acume musicologico di Bonynge, l’esplorazione del belcanto si è spinta a ritroso fino al barocco di Bononcini, Graun e Händel. Anche in questo repertorio, al di là di considerazioni filologiche (che nel caso della Sutherland, vista l’eccezionalità dello strumento, diventano una discussione sterile), la cantante è riuscita a ricreare a distanza di secoli quella poetica barocca della meraviglia, stupendo con il suo virtuosismo funambolico ma sempre inquadrato in una dimensione emozionale. Oltre a belcanto e barocco poi, Sutherland ha giocato un ruolo importante nella valorizzazione di alcuni titoli del repertorio francese, di cui è stata un’interprete elegante. Diva sul palcoscenico e antidiva nella vita privata, ha saputo coltivare il suo talento con studio assiduo, prudenza e disciplina, godendo della continua supervisione e guida da parte del marito, da lei stessa definito come il vero architetto della sua carriera.

Joan Sutherland ha rappresentato soprattutto un fenomeno vocale, di quelli che nascono molto di rado. Dotata dalla natura di una cavità toracica ampia, la cantante australiana vantava una voce voluminosa, flessibile e omogenea su tutta la gamma fino ai sopracuti, sempre sonori e consistenti e mai assottigliati. Il timbro era bello e duttile richiamando a seconda delle esigenze toni brillanti, perlacei, siderali o soavi. Il tutto veniva sostenuto da tecnica di respirazione solidissima, un’emissione morbida a tutte le altezze e un legato impeccabile. Rodolfo Celletti considerava la tecnica di Joan Sutherland come il trionfo del suono immascherato e della morbidezza nel salire agli acuti. A tal proposito scrisse: “Gli acuti e i primi sopracuti di Joan Sutherland non sono dei forti, ma dei mezzoforti ai quali la perfetta emissione conferisce lo squillo dei fortissimi. Il senso di purezza, di smaltatura sempre omogenea, di facilità che dà l’ottava superiore della Sutherland, ha alla base questa particolarità tecnica. Ma non è questione soltanto di suoni. È che l’eleganza e la precisione delle esecuzioni di Joan Sutherland sono direttamente legate all’assoluta assenza d’ogni sforzo nel settore acuto; e così la prodigiosa limpidezza della coloratura e le magie d’una vocalizzazione che a tutte le altezze incanta per il suo fluido nitore”.

A distanza di mezzo secolo l’ascolto di arie come “Non han calma le mie pene” dal Montezuma di Graun (ascolto), “Spargi d’amore pianto” da Lucia (ascolto al termine – minuto 12.21), “Santo di Patria” da Attila (ascolto) e “Bel raggio lusinghier” da Semiramide (ascolto), esaltano l’ascoltatore ancora oggi per il perfetto equilibrio tra virtuosismo ed espressione di una voce che si fa strumento, sfidando i limiti delle possibilità umane e incastonando alla perfezione le fiorettature nella melodia.
Se la tecnica è difficilmente criticabile, il principale difetto che è stato rimproverato a Joan Sutherland è quello di aver avuto una dizione inadeguata. Soprattutto un pubblico italiano molto attento alla parola non le ha mai perdonato questa debolezza. È indubbiamente vero che la cantante non aveva la capacità di cesellare il fraseggio o scolpire la parola in senso drammatico come Maria Callas. Né tanto meno possedeva il suo magnetismo scenico. Tuttavia, al di là dei gusti personali e del modo di concepire la fruizione di un’opera, alcune critiche risultano oggi forse troppo severe quando poi si guarda all’eccezionalità dello strumento vocale.
Un’altra peculiarità che invece accomuna la Sutherland alla Callas è la difficoltà di riassumere il fenomeno in una categoria di registro vocale ben definita. Come osserva sempre Celletti: “la Sutherland convalidava quanto la Callas aveva già dimostrato e cioè che le categorie nelle quali il tardo Ottocento e il primo Novecento avevano suddiviso le voci di soprano erano fittizie se applicate alle epoche precedenti. Joan Sutherland non era un soprano di coloratura, ma, anche se ne eseguiva il repertorio, aveva un peso vocale sensibilmente maggiore”.

Joan Sutherland nasce il 7 novembre del 1926 in una periferia di Sidney. Sua madre, un mezzosoprano, notando una certa predisposizione nella figlia, la incoraggia a studiare canto. La scomparsa prematura del padre costringe Joan ad abbandonare la scuola e a guadagnarsi da vivere con un lavoro da segretaria, con cui si può permettere di finanziare gli studi di canto al conservatorio. È proprio in questi anni che conosce Richard Bonynge, all’epoca studente di pianoforte. Nel 1947 arrivano i primi debutti in Dido and Aeneas di Purcell e nel Samson di Händel. Nonostante gli approcci iniziali con la musica barocca, Sutherland si convince che il suo futuro sarà quello di un mezzosoprano drammatico wagneriano. Adora la Flagstad, ma al contempo è cresciuta ascoltando in casa Tetrazzini, Ponselle, Melba e Galli Curci (modelli di riferimento a cui negli anni successivi si aggiungeranno anche la Callas e la Tebaldi, entrambe adorate).
Nel 1950 vince il primo premio in un importante concorso a Sidney. Con i soldi guadagnati, l’anno successivo si imbarca insieme alla madre per Londra. Per ironia della sorte, anche Richard si trasferisce a Londra grazie a una borsa di studio. L’ambizione di Joan è fin da subito una sola: cantare al Covent Garden. Arrivata a Londra, prende lezioni al Royal College of Music. Ci vorranno ben tre audizioni per essere assunta alla Royal Opera House. Entra in compagnia con un salario minimo di 10 sterline alla settimana ed esordisce nella stagione 1952/53 con il ruolo di prima Dama nel Flauto magico di Mozart. Nel 1952 sarà Clotilde nella storica Norma con Callas e Stignani. È un ruolo di poche battute ma la giovane Joan subisce la magia del fenomeno Callas cercando di assorbire come una spugna tutti i segreti del mestiere. Seguono sette anni in cui Sutherland interpreta una moltitudine di ruoli dei compositori più svariati (Weber, Mozart, Wagner, Bizet, Verdi), ma senza una direzione ben precisa. I vertici del teatro non sanno bene che fare di lei anche se in molti, critici compresi, sembrano confermare le sue aspirazioni iniziali da mezzosoprano wagneriano. Allo stesso tempo questa lunga gavetta le permette di testare la sua duttilità e di avere il tempo per gettare delle fondamenta solide. Fin dai primi anni londinesi, Richard Bonynge nota in Joan una certa flessibilità e facilità in acuto, il che gli fa credere che le convinzioni della cantante vadano messe in discussione. Sulla base di questa intuizione, la convince che la strada da seguire sia quella del repertorio per soprano di coloratura. Sutherland è perplessa, credendo di non trovarsi a suo agio nella tessitura sopranile e di non avere un’estensione sufficiente nei sopracuti. Richard persiste e sapendo che Joan non gode di un orecchio assoluto escogita un piccolo inganno. Tenendola distante dal pianoforte in modo che la giovane non possa guardare la tastiera, la fa allenare sui vocalizzi, gradualmente spingendola sempre più in alto fino a quel mi bemolle sopracuto che tanto diventerà uno dei suoi biglietti da visita. Studio e vita personale diventano un tutt’uno e nel 1954 Joan e Richard decidono di sposarsi. Nel 1957 Joan ottiene un primo grande successo con la rappresentazione di Alcina all’Handel Opera Society di Londra, successo che verrà replicato poi con Rodelinda nella stessa sede. Queste rappresentazioni hanno avuto un ruolo importantissimo nel processo di riscoperta delle opere di Händel in Inghilterra (vedi articolo).

Nel 1959 arriva la grande opportunità: la Royal Opera House reinserisce in cartellone dopo decenni Lucia di Lammermoor di Donizetti con una nuova produzione affidata alla regia di Franco Zeffirelli e alla bacchetta di Tullio Serafin. Il teatro decide di scommettere sul giovane soprano australiano. Joan e Richard studiano insieme la partitura e si recano a Venezia per due sessioni di lavoro con il Maestro Serafin. Non si tratta solo di una sfida vocale notevole ma Joan si trova a dovere far i conti con le sue insicurezze nel stare in scena anche a causa di una corporatura imponente che non ha mai veramente accettato. Zeffirelli riesce a rompere questo meccanismo, le disegna dei costumi che mettono in risalto in modo armonico il punto vita e soprattutto la fa sentire bella. Tutto d’un tratto la cantante si libera di quei limiti psicologici che avevano fino ad allora inibito il suo canto in scena. Alla prova generale assiste anche Maria Callas, la quale si rende subito conto del fenomeno che si appresta a nascere. Ci sono tutti gli ingredienti per un successo alla prima e così sarà effettivamente, ma i consensi andranno oltre tutte le aspettative con ovazioni ripetute e venti minuti di applausi dopo la scena della pazzia. A proposito dell’interpretazione della pazzia di Lucia (ascolto al termine), criticata da alcuni per mancanza di tragicità (sempre a causa del paragone con la Callas) Rodolfo Celletti osserva: “La pazzia della Sutherland non imitava la disperazione, né ricostruiva i momenti di gioia. La pazzia è evasione, fuga dalla realtà, scampo dalla disperazione. Non può essere realistica. La pazzia della Sutherland-Lucia era il melodioso vagabondaggio d’una mente malata, ormai al di là del bene e del male, tra ricordi evanescenti in gran parte sciolti dal peso dell’immedesimazione”.

Dalla notte al giorno, Sutherland, da semplice membro di compagnia, diventa una stella internazionale contesa da teatri di mezzo mondo e case discografiche. La EMI (fatta eccezione per una registrazione del Don Giovanni nel 1959) non può offrirle un contratto vantaggioso dal momento che vanta già nella sua scuderia, con un repertorio simile, il cavallo di razza Maria Callas. Sutherland firmerà quindi con la Decca, dando avvio a una delle collaborazioni discografiche più importanti del Novecento. Il lancio, anche grazie alla consulenza e supervisione di Bonynge, avviene in modo intelligente con un concetto moderno di recital tributo alle meraviglie del belcanto intitolato The Art of Prima Donna, vinile prima e cd poi, divenuto un pezzo da collezione per tutti i melomani.
Il trio Sutherland, Bonynge e Zeffirelli, sulla scia del successo londinese, collabora nuovamente nel 1960, questa volta per il debutto italiano a Venezia al Teatro la Fenice. Il titolo scelto è Alcina, dirige Nicola Rescigno. Tutto il mondo operistico europeo che conta è presente quella sera. Sutherland, ancora una volta aiutata dall’estetica e dal genio di Zeffirelli, ma soprattutto facendo leva sulla sua capacità evocativa, fornisce una prova maiuscola stregando tutti con la sua voce.
Dopo Alcina alla Fenice Sutherland porta Lucia a Genova e al Massimo di Palermo, Nel 1961 canta Lucia a Venezia e I puritani a Genova. Sempre nel 1961 arriva il debutto scaligero con Lucia a cui seguirà Beatrice di Tenda e La sonnambula nello stesso anno e nel 1962 Semiramide e Gli Ugonotti. Alla Scala sarà Donna Anna in Don Giovanni nella stagione ‘65-‘66. Nel frattempo Joan veniva lanciata negli Stati Uniti. Dopo il debutto nel 1960 a Dallas con Alcina arriva al Metropolitan nel novembre del 1961 dove trionfa in Lucia di Lammermoor.
Sempre negli anni ’60 altre due tappe di carriera importanti sono il debutto sofferto in Norma nel 1963 e il trionfo al Covent Garden come Marie in La fille du régiment nel 1966. Nel primo ruolo dà vita a un personaggio materno che incanta per bellezza del canto ma che forse manca di tragicità. Nel secondo invece si trova in un territorio a lei pienamente congeniale dando sfogo al suo lato comico e dando del ruolo una delle interpretazioni più riuscite sul palcoscenico.

Nell’ultima fase della sua carriera, Sutherland aggiunge altri ruoli al suo repertorio come I racconti di Hoffmann (dove interpreta tutti i quattro ruoli), Lucrezia Borgia (che sarà un successo clamoroso), Anna Bolena, Esclarmonde (il ruolo a lei più caro insieme a Norma) e Adriana Lecouvreur. Sviluppa anche una passione per l’operetta (Il pipistrello, La vedova allegra). Dopo i numerosi impegni nei primi anni ’60, vista la scelta di farsi dirigere esclusivamente dal marito non ben vista nei teatri italiani, Joan Sutherland si terrà lontana dal nostro Paese. Vi ritornerà abbastanza spesso invece tra 1979 e il 1983: nel 1979 in un concerto ad Asolo, nel 1980 in Lucrezia Borgia a Roma, nel 1982 in un omaggio a Maria Malibran nel teatro omonimo a Venezia e per concludere nel 1983 in una sfortunatissima Traviata, interrotta dai fischi rivolti al tenore (non apriremo questo capitolo per non dilungarci troppo). Da allora non canterà più in Italia ma vi farà spesso ritorno a carriera terminata.

Tra i ruoli mai portati sulla scena nel corso della carriera, ma affidati al disco, ricordiamo un’eccellente Turandot con Montserrat Caballé e Luciano Pavarotti (ma mai portata in scena dove in quegli anni dominava Birgit Nilsson). Sempre in disco Sutherland esplora il ‘700 di Bononcini, Piccinni, Paisiello, Graun, Händel e Cimarosa, così come rievoca il periodo d’oro della musica da salotto incidendo le romanze di Arditi e Tosti. Se Bellini e Donizetti sono stati ampiamente affrontati nel corso della carriera, rimane il rimpianto di una scarsa esplorazione del repertorio rossiniano, a detta della cantante per una mancanza di offerte da parte dei teatri. Per quanto riguarda Verdi e il repertorio verista, Sutherland, dietro consiglio del marito, si è tenuta lontana da molti ruoli o affrontandoli solo in disco (come il primo Verdi) e comunque prediligendo solo quelli ben scritti per la voce e che non la costringevano a sforzare lo strumento. In questo senso molti si rammaricano per un potenziale inespresso da lirico o lirico-drammatico, ma forse le prudenti scelte di repertorio sono anche state alla base di una longevità vocale sotto gli occhi di tutti.

Quando si parla di Joan Sutherland non si può far a meno di pensare ai suoi compagni di scena. Due nomi su tutti: Marilyn Horne e Luciano Pavarotti (ma anche Kraus, Aragall e Domingo). Con entrambi vi è stato un lungo sodalizio artistico. È proprio grazie alla Sutherland che si deve il lancio internazionale del tenore modenese, dapprima con un tour in Australia e poi con il trionfo ne La fille du régiment al Covent Garden. Con la Horne formerà un duo inossidabile grazie a un modo simile di concepire il belcanto e a una perfetta intesa tra le due. Debuttano insieme nella Beatrice di Tenda a New York e da lì non si lasceranno mai, dando vita a indimenticabili duetti (si pensi a quelli di Semiramide e Norma). Parlando di direttori, la lista è ristretta, in quanto dai primi anni ’60 Sutherland deciderà di esibirsi solo sotto la bacchetta del marito (scelta imposta ai teatri come condizione per esibirsi), il che farà storcere il naso a molti ma dall’altro le garantirà una sicurezza e la possibilità di non scendere a compromessi.

La sua ultima comparsa in un’opera completa è a Sydney nel 1990 come Marguerite de Valois in Les Huguenots. Non poteva mancare poi un commiato dal suo teatro per eccellenza: nella sera di capodanno del 1990 partecipa con un piccolo ruolo in Die Fledermaus al Covent Garden di Londra. I suoi storici compagni e colleghi Luciano Pavarotti e Marilyn Horne vogliono essere presenti per renderle omaggio e duettare con lei. Dopo il ritiro ufficiale, Dame Joan si ritirerà a vita privata nella sua residenza in Svizzera (dove si era trasferita da Londra con la famiglia negli anni ’60 per cercare pace e cura a una sinusite cronica), dedicandosi alla famiglia, al giardinaggio e al ricamo. Parteciperà a concorsi internazionali di canto tra cui la Cardiff Singer of the World Competition. Nel maggio del 2007, l’Accademia Filarmonica di Bologna onora lei e il marito al Comunale con il premio “Siola d’oro”. Dopo poco tempo, mentre si prendeva cura dei fiori, cade nel suo giardino procurandosi la rottura di entrambi i femori. Complice anche una brutta artrite, inizia per lei un rapido declino delle sue condizioni di salute. La cantante si spegne a 83 anni il 10 ottobre 2010 in una clinica svizzera. La sua memoria è tenuta viva dal marito, che ha di recente spento 90 candeline e non ha mai smesso di stupirsi ascoltando le incisioni della moglie. In fondo, è proprio questo il segreto dell’attualità del fenomeno Sutherland: uno stupore che resiste alla prova del tempo e che si rinnova ogni volta.

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