Teatri chiusi e stagioni cancellate: i disastri del Covid nei Paesi anglosassoni

Se sono in molti a storcere il naso per la situazione dei teatri italiani, stretti nella morsa delle misure anti-Covid, problemi di bilancio ereditati dal passato e preoccupazioni per il futuro dell’opera in Italia, la situazione del belpaese, se paragonata per esempio a quella del Regno Unito e degli Stati Uniti, non è poi così malvagia in questo preciso momento, almeno dal punto di vista della fruizione di spettacoli e delle possibilità di lavoro. Va premesso che siamo lontani da una situazione ottimale e tutti vorremmo vedere i teatri colmi di gente e gli artisti in grado di ricevere certezze finanziare e visibilità sul loro futuro. Nonostante le restrizioni in termini di capacità, i problemi organizzativi e l’incertezza, si può dire che l’Italia abbia avuto una stagione estiva prolifica di eventi lungo tutto lo stivale, tra festival e concerti all’aperto. Ecco, in questo caso l’erba del vicino non è sempre più verde. Alcuni paesi non hanno avuto neanche questa fortuna o l’hanno avuta in maniera molto modesta.

Regno Unito e Stati Uniti sono due casi differenti, anche se legati da un comune modello gestionale privatistico dove i bilanci contano molto, così come conta moltissimo la generosità dei mecenati culturali e donatori. Gestione dei costi e campagne di fundraising in circostanze del genere diventano fondamentali. Il tutto è poi complicato da linee guida governative poco chiare o troppo severe. La famosa ripartenza italiana, aiutata dalla creatività e resilienza tutte italiane e alla fine dei conti non ostacolata dal governo centrale, stenta a vedersi in questi Paesi, ancora afflitti da dinamiche preoccupanti nella diffusione del virus.

Partiamo dal caso più eclatante, quello che ha suscitato più scalpore e anche indignazione. È notizia recente che il Metropolitan Opera House di New York ha deciso di cancellare l’intera stagione 2020/2021 per via della pandemia in corso. Nel comunicato ufficiale si legge che la decisione sarebbe stata presa dietro suggerimento dei responsabili sanitari che consigliano il teatro. Si intende aspettare che un vaccino diventi disponibile in 5-6 mesi in modo che un pubblico vaccinato possa essere in grado di partecipare a spettacoli senza l’uso di mascherine e senza bisogno di distanziamento sociale. Come magra consolazione e forse anche per riassicurare i donatori e motivare il pubblico pagante, è stata annunciata la stagione del 2021/2022, che si inaugurerà il 27 settembre 2021 con la prima di Fire shut up in my bones di Terence Blanchard, la prima opera di un compositore di colore a essere rappresentata al MET. In questi lunghi mesi di chiusura continueranno le messe in onda online di spettacoli passati e continueranno a essere proposti anche i Met Stars Live in Concert, concerti online a pagamento con le più grandi star dell’opera lirica. La stagione 2021/2022 vedrà in cartellone diverse riprese e nuove produzioni. Tra gli artisti coinvolti Anna Netrebko, Sonya Yoncheva, Piotr Beczala, Javier Camarena, Jessica Pratt e gli italiani Elenora Buratto, Rosa Feola e Andrea Mastroni.
Se dietro la cancellazione vi è una motivazione sanitaria, vi sono sicuramente altre questioni questa volta prettamente gestionali. Il MET è un teatro da 3.800 posti, dai costi esorbitanti ma che può permettersi in condizioni normali produzioni dal budget impensabile per molti teatri italiani, dato l’accesso a fondi privati cospicui. Già nei mesi passati in cui nei Paesi europei si discuteva di un ritorno a teatro seguendo un modello di distanziamento sociale, il direttore generale del MET Peter Gelb si era dichiarato contrario, ammettendo che questo modello non potrebbe mai funzionare in un teatro come il MET. Adesso però, con il teatro chiuso da mesi e con ancora 12 mesi alla riapertura, il compito di Gelb sarà uno solo: tagliare i costi e quando si parla di costi si intende soprattutto costo del lavoro. Il taglio dei costi viene presentato da Gelb come unica alternativa di sopravvivenza alla pandemia per istituzioni culturali come il MET. Sembrerebbe una soluzione permanente quella prospettata da Gelb. Cosa vorrà dire questo in termini di riduzione degli organici o delle remunerazioni non è dato sapersi. Ma le masse orchestrali, corali e il personale di supporto/tecnici non dormiranno sicuramente sonni tranquilli nei prossimi mesi. Anche la capacità del teatro di attrarre le migliori star internazionali potrebbe non essere data per certa in futuro. Il MET dipende interamente da entrate private (50% biglietti e cinema MET live e 50% donazioni). Non esiste alcun salvataggio o finanziamento pubblico. La cancellazione della stagione autunnale decisa in precedenza è stata coperta da fund raising mentre a orchestra e coro sono stati garantiti negli scorsi sei mesi solo l’ assicurazione sanitaria e un sussidio federale di disoccupazione da 600 dollari a settimana. Questo programma è scaduto a luglio e nessun ulteriore supporto economico per i musicisti è previsto nel prossimo futuro. In pratica, centinaia di famiglie verranno lasciate senza nessuna entrata per un anno. Gli orchestrali hanno anche protestato per non essere stati coinvolti nella serie di nuovi concerti online.

Passiamo invece al Regno Unito, di cui abbiamo già riferito in precedenza (vedi articolo). Da allora qualche passo avanti è stato fatto, almeno in termini di aiuti al settore con l’annuncio di un fondo speciale per le arti e lo spettacolo di 1.57 miliardi di sterline, anche se l’allocazione di questi fondi rimane ancora da chiarire. Passando in rassegna le principali istituzioni musicali, è evidente che rimane una grande confusione sulla tempistica della cosiddetta ripartenza e sulle sue modalità. Nel caso inglese non si parla di aspettare la disponibilità di un vaccino, ma le opinioni sono discordi e sembrerebbe prevalere l’opinione che non valga la pena ripartire con pubblico decimato, almeno per i teatri di una certa dimensione.
Royal Opera House mantiene ancora grande riserbo, puntando sulla proposta di live streaming, alcuni gratuiti per produzioni passate e alcuni a pagamento, per nuovi concerti online. Numerosi gli inviti alle donazioni per aiutare il teatro a sopravvivere in questo periodo difficile. In questo caso, a differenza del MET, l’orchestra è stata coinvolta nei concerti online così come è stato coinvolto il maestro Antonio Pappano. Ma ancora niente pubblico, il che farebbe pensare che si punti a una ripartenza in condizioni sanitarie migliori oppure senza restrizioni. Se nei mesi passati si sperava in una ripresa nel periodo natalizio, a questo punto risulta difficile pensare a qualcosa di concreto prima del 2021. Il principale teatro lirico del paese riceve circa 25 milioni di sterline di supporto pubblico tramite l’Arts Council England, circa 20% delle entrate annuali mentre il rimanente 80% è derivato da fundraising, attività commerciale e biglietti. Nonostante gli aiuti annunciati dal governo, il teatro ha dovuto avviare un programma di esuberi per il personale non assunto a tempo indeterminato.
English National Opera dopo aver fatto parlare di sé per l’iniziativa Drive-in Opera (qui l’articolo), ha annunciato che riaprirà in via eccezionale per due esecuzioni del Requiem di Mozart il 6 e 7 novembre con il Coro, l’orchestra ENO e solisti inglesi tra cui Sarah Connolly. Il concerto è stato concepito per un pubblico distanziato e come momento di riflessione per il paese e commemorazione delle vittime della pandemia. Incertezza rimane sulla riapertura permanente. Royal Albert Hall, la storica sede della tre mesi estiva dei BBC Proms ha lanciato un appello urgente per raccogliere 20 milioni di sterline per scongiurare la chiusura definitiva e ha al contempo avviato un programma di esuberi. Wigmore Hall sta proponendo una serie autunnale di 100 concerti in live streaming con pubblico in sala fino a un massimo di 20% della capacità. Barbican Centre, sede permanente della London Symphony Orchestra e di un’importante stagione lirico sinfonica, ha dovuto rivedere la programmazione autunnale sostituendo eventi dal vivo con eventi in live streaming. Glyndebourne Opera dopo aver cancellato il festival estivo di quest’anno e aver proposto qualche concerto all’aperto si è portata avanti annunciando il programma per la prossima estate.
Come nel caso degli Stati Uniti, le principali vittime di questa incertezza sono i musicisti e i giovani artisti che non hanno la possibilità di lavorare all’estero o che lavorano su base freelance per esempio. Secondo un sondaggio recente condotto su un campione di 568 musicisti, il 64% ha pensato (o potrebbe pensare) di abbandonare la professione, mentre il 42% non ha ricevuto alcun tipo di aiuto statale durante la pandemia. Inoltre, secondo il sindacato dei musicisti, quasi la metà dei rappresentati è stata costretta a cercare altri lavori mentre l’87% avrà serie difficoltà finanziarie nel periodo autunnale/invernale. Vi è poi tutta quella miriade di teatri medio piccoli che rischia seriamente di chiudere i battenti.

In conclusione, la crisi da Covid-19 pesa ancora come un macigno sul mondo della cultura nei paesi anglosassoni. La crisi in atto e il caso estremo americano mettono in evidenza l’emergenza lavoro, la vulnerabilità di alcune categorie non protette e l’importanza del supporto statale in situazioni di emergenza. Certamente è lecito ipotizzare che teatri come la ROH e il MET sopravvivano in un modo o nell’altro a questa crisi, ma a che costo? E cosa sarà di tutti gli altri? Basterà la generosità dei privati? Sembrerebbe proprio di no, almeno stando ai gridi di allarme di questi mesi.