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Su Rai5, un’inconsueta opera comico-fantastica di Čajkovskij: Gli stivaletti

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Fiaba scritta dal librettista Jakov Polonskij, Gli stivaletti è un’opera comico-fantastica composta nel 1876 da Pëtr Il’ič Čajkovskij e ispirata a “La notte prima di Natale” di Nikolaj Gogol, fiaba ottocentesca russa. E’ l’opera che Rai Cultura propone mercoledì 9 dicembre alle 21.15 su Rai5. Al centro della trama sono le peripezie di Vakula il quale, sulla schiena del diavolo Bes, vola fino a Pietroburgo per rapire gli stivaletti della zarina e portarli alla capricciosa fidanzata Oksana. La messinscena di ambientazione natalizia, allestita al Teatro Lirico di Cagliari nel 2014 con la regia di Yuri Alexandrov, è ispirata alle creazioni di Fabergé e colpisce per la sontuosità delle scene e la magnificenza dei costumi. Maestro concertatore e direttore Donato Renzetti. Personaggi e interpreti sono Vakula: Ivaylo Mihaylov, Čub: Arutjun Kotchinian, Panas: Gregory Bonfatti, Pan Golova: Alexander Vassiliev, Bes: Mikolaj Zalasinski, Solocha: Irina Makarova, Oksana: Viktoria Yastrebova. Orchestra e Coro del Teatro Lirico di Cagliari. Regia di Yuri Alexandrov, regia tv di Annalisa Buttò. Per l’occasione, proponiamo qui un saggio sull’opera firmato da Roberto Mori

Vi immaginate un lavoro comico, anzi comico-fantastico di Čajkovskij? Sì, proprio Čajkovskij, considerato il compositore tragico e “patetico” per antonomasia, sempre un po’ in odore di isteria sentimentale. Impossibile? Niente affatto. Nel suo catalogo esiste un’opera che sembra ribaltare il luogo comune. Intitolata Gli stivaletti (Čerevički) e nota anche con il sottotitolo Les caprices d’Oxane, mescola con singolare leggerezza fiaba e umorismo, amore e magia, e viene portata in scena dal musicista russo al Teatro Bol’šoj di Mosca il 31 gennaio 1887.

Per ripercorrerne l’intera storia compositiva bisogna tuttavia tornare indietro di almeno tre lustri. Precisamente al 1871, anno in cui il compositore Aleksandr Serov muore lasciando incompiuta un’opera su libretto di Jakov Polonskij ricavato da una novella di Nikolaij Gogol’, La notte di Natale. L’anno successivo, la Società per la musica russa, in memoria della sua mecenate, la granduchessa Elena Pavlovna Romanova, grande ammiratrice di Serov, bandisce un concorso perché l’opera venga completata.
Čajkovskij, che ha alle spalle l’insuccesso della sua prima opera teatrale, Il voivoda o Un sogno sul Volga (1869), nonché la composizione di Ondina (1869, mai rappresentata) e di Opričnik (che andrà in scena al Mariinskij di San Pietroburgo nel 1874), decide di partecipare. Stimolato dall’opportunità di affrontare un soggetto di carattere fantastico-popolaresco, completa l’opera in breve tempo nell’estate del 1874, presentandola alla commissione giudicatrice in anticipo rispetto alla scadenza del bando. A lui andrà la vittoria con una motivazione lusinghiera: la sua prova viene riconosciuta “non solo la migliore, ma l’unica corrispondente alle richieste artistiche del concorso”.
Kuznec Vakula (Il fabbro Vakula) – questo il titolo iniziale dell’opera – va in scena il 6 dicembre 1876 al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo con discreto successo di pubblico, ma molte perplessità da parte della critica, tanto che lo stesso Čajkovskij sarà indotto a recitare il mea culpa: “Sono il solo responsabile del mancato successo. L’opera è gravata da troppi dettagli ed è orchestrata troppo pesantemente, mentre la parte vocale manca di effetto. Lo stile è interamente antiteatrale, privo di respiro e movimento”.

In realtà, il compositore conserverà per la sua opera comica un attaccamento particolare: non a caso è l’unico lavoro per il teatro di cui abbia approntato un rifacimento. Va inoltre sottolineato che già in questa versione si possono individuare alcuni tratti peculiari dello stile compositivo di Čajkovskij: l’effusione lirica, l’influsso delle melodie contadine nelle numerose scene di danza, la predilezione per un organico strumentale cameristico. Pure il rilievo dato all’elemento fantastico e irreale è premonitore della drammaturgia prossima ventura dei balletti. Su sollecitazione del suo editore, nel 1885 Čajkovskij riprende in mano la partitura e provvede a una revisione. Sopprime alcune parti, ne aggiunge altre (in pratica un quarto di musiche in più rispetto alla versione originaria) e interviene sull’orchestrazione: “Tutto quello che era cattivo l’ho tolto, tutto quello che era buono l’ho mantenuto, ho alleggerito la compattezza e la pesantezza dell’armonia: in una parola, ho fatto quello che era necessario per riscattare l’opera dall’oblio che in realtà non meritava”. Trasformata da “opera comica in tre atti” in “opera comico-fantastica in quattro atti”, e ribattezzata Čerevički, termine ucraino che indica un tipo di calzatura femminile con lacci e tacco alto, la partitura viene eseguita sotto la direzione dello stesso autore e ottiene questa volta un successo pieno.

Più che una rielaborazione, Gli stivaletti può essere considerata un’opera nuova. È il lavoro teatrale di Čajkovskij che più si avvicina ai balletti, di cui riproduce il suggestivo amalgama tra fantasia dell’ambiente e affettuosità dei sentimenti. La vicenda, ambientata sullo sfondo della pittoresca natura di una contrada dell’Ucraina, è incentrata su una tenera storia d’amore, con personaggi colti per lo più in atteggiamenti di vita quotidiana. Il fabbro Vakula, figlio della vedova Solocha, considerata dagli abitanti di Dikanka una strega, è un ingenuo semplicione innamorato di Oksana, ma la ragazza – che pure lo ama – è capricciosa e impulsiva. Irritata per uno sgarbo involontario che il ragazzo compie verso il padre Cub, lo fa ingelosire, lo mortifica, e per tenerlo sulla corda gli dice che lo sposerà solo quando lui le regalerà un paio di stivaletti. Vakula si impegna a portarle in dono i più preziosi, addirittura quelli della zarina. Il giovane cattura un diavolo e sulla sua groppa vola a San Pietroburgo, dove il Principe Serenissimo gli dona le tanto desiderate calzature. Vakula ritorna trionfante, può chiedere a Cub la mano di Oksana e il villaggio festeggia alla fine la coppia di sposi.
Alla vicenda amorosa si intreccia, fra gli altri, l’episodio comico dei corteggiatori della piacente Solocha: una sfilata di bei tipi di paese che la donna nasconde dentro una serie di sacchi al sopraggiungere di ogni nuovo pretendente. L’humour che emerge da questa e altre scene rappresenta certo un lato inedito della personalità di Čajkovskij. Ma è anche vero che la partitura degli Stivaletti accoglie pur sempre pagine malinconiche, elegiache e sentimentali, dove prevalgano le tonalità minori e i tempi moderati. Questo vale in particolare per il sofferto amore di Vakula, che rispecchia il modo tipico con cui Čajkovskij tratta il tema dell’amore dell’uomo verso la donna. Un affetto intimo descritto come un’aspirazione di reciproca felicità, attraverso melodie che hanno l’impronta di una cantilena di commossa tensione e passione irruente. Va da sé che su un altro piano melodico sono rese le profferte amorose del fiore della società maschile di Dikanka. Il linguaggio comico utilizzato per descrivere questi personaggi e le situazioni in cui cercano con insistenza di entrare nelle grazie di Solocha, è naturalmente differente rispetto a quello con cui vengono delineati i sentimenti della coppia Oksana-Vakula.

Lirico d’indole, romantico come concezione del mondo e realista nel metodo creativo, Čajkovskij cerca di scegliere soggetti in cui, come lui stesso sostiene, “agiscono persone che percepiscono la vita come la percepisco io”. Al centro della sua estetica lirica sta l’aspirazione dell’uomo a una migliore sorte e alla felicità, destinata tuttavia a entrare in fatale contraddizione con la realtà. L’anima russa, si sa, non è mai del tutto tranquilla, nemmeno quando si rifugia nel sogno e nelle sue visioni più fantasiose. Anche negli Stivaletti troviamo la storia di un amore misconosciuto e frainteso, ma lo spirito della favola consente una volta tanto il lieto fine.
L’architettura dell’opera si articola in otto quadri suddivisi in quattro atti, preceduti da un’ampia ouverture che richiama i momenti salienti della vicenda. Al contesto melodico intriso di lirismo intimistico si mescolano la schietta suggestione popolare dei cori e delle danze che, nell’atto ambientato a San Pietroburgo, portano gli Stivaletti in un clima prossimo al grand-opéra. A prevalere comunque sono una dolcezza e una umanità che aleggiano su tutto il lavoro e ne stemperano i colori. Čajkovskij stesso sostiene che è “proprio come musica da camera” e in effetti si percepisce un senso diffuso di intimità, anche per la sottigliezza e la trasparenza della trama strumentale. A questo proposito, l’orchestra ha un fondamentale ruolo connettivo ed è evidente la tendenza a non distinguere formalmente il momento vocale e quello strumentale, puntando a una reciproca compenetrazione e correlazione.

Si potrebbe affermare che, come altri grandi compositori, Čajkovskij “pensa sinfonicamente”. In altre parole, in lui il sinfonismo si manifesta non solo nei lavori strumentali, ma anche in quelli per il teatro: se consideriamo e isoliamo le melodie delle partiture operistiche, si può vedere che non sono inserite staticamente nella tessitura musicale, ma diventano oggetto di un processo di continuo sviluppo. L’orchestra ripropone così cellule motiviche germinali che si snodano all’interno dell’opera. Rilevante è il motivo, presente fin dall’ouverture, legato al ruolo di Vakula, il solo personaggio della favola che detiene, vista la sua centralità, una musica personale.
Il risultato è una composizione ricca di inventiva, di immaginazione e fascino. Una girandola di vivacissimi bozzetti. Un’opera di metamorfosi, materiali e morali. Čajkovskij vi profonde una fantasia musicale traboccante, un avvincente lirismo nel tratteggiare i personaggi degli innamorati e un ricco colore locale unito a un piacevole senso dell’umorismo. E per quanto sia ancora legato a schemi di derivazione occidentale e si mantenga fedele alla struttura con numeri chiusi derivata da Glinka, si ha l’impressione che questo lavoro sia proiettato in una direzione diversa e guardi decisamente verso l’opera fantastica di Rimskij-Korsakov. Con il suo protagonista in groppa al diavolo, con le sue notti ucraine tempestate di stelle, con i suoi cosacchi, principi, cortigiani e contadini, l’opera vive in una dimensione al limite tra sogno e realtà, e sembra rievocare una sorta di età dell’innocenza: una vera età dell’oro che Čajkovskij, nel corso della sua attività operistica, non ritroverà mai più.

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