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Rodolfo Celletti, il critico che riscoprì il valore del Belcanto

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Era il 13 giugno 1917 e a Roma nasceva Rodolfo Celletti, scrittore, critico musicale e maestro di canto che nel corso di lunghi decenni (praticamente fino al 2004, data della sua morte) ha segnato, nel bene come nel male (per alcuni suoi detrattori), l’approccio e la valutazione critica dell’arte del canto operistico in tutte le sue manifestazioni, teatrali e discografiche. Un’intera generazione di critici musicali italiani, e forse non solo, si sono formati anche attraverso i suoi scritti, spesso polemici e provocatori, mutuandone lo stile spesso corrosivo nelle impietose stroncature, che Celletti non lesinava, nei confronti di cantanti affermatissimi e sulla cresta dell’onda.

Celebri voci, contese dalle maggiori case discografiche e ghiotte galline dalla uova d’oro per molti agenti teatrali, vennero ridimensionate nelle loro glorie e nei loro trionfi dalla sagacissima penna del Nostro, spesso suscitando polemiche e feroci ire da parte dei malcapitati cantanti e dai loro offesissimi fan. Plácido Domingo, José Carreras, Katia Ricciarelli furono fra le più illustri vittime. Le loro esecuzioni, analizzate al microscopio da Celletti nel suo fondamentale libro “Il teatro d’opera in disco” (due le edizioni pubblicate da Rizzoli, oggi introvabili) vennero spesso messe alla berlina dall’autore in quanto, a suo dire, preclari esempi di “carenze tecniche stilistiche, che poi in pratica si risolvono in mancanza di fantasia e di autentici stimoli emotivi”. L’analisi procedeva poi capillarmente, evidenziando i limiti nella capacità di legare i suoni, sostenere le mezzevoci, emettere acuti sonori e squillanti. Celletti ha utilizzato moltissimo, nelle sue recensioni, i confronti con le voci gloriose del passato. Aureliano Pertile, Tito Schipa, Giacomo Lauri Volpi erano, ad esempio, i suoi miti in campo tenorile, ma più volte l’autore ha anche ribadito come alcune voci femminili degli anni Sessanta e Settanta (Sutherland, Horne, Berganza…) fossero di gran lunga superiori, per capacità tecniche e consapevolezza stilistica, a quelle che furoreggiavano negli anni Trenta del secolo scorso.

Amante com’era del repertorio che ruotava attorno al Belcanto (“Io ho avuto la fortuna d’essere per lo più destinato a recensire la produzione operistica alla quale mi accostano le mie naturali inclinazioni: il Sei-Settecento italiano o italianizzante e il periodo Rossini-Verdi”), Celletti formò, attraverso i suoi scritti, la sensibilità di molti ascoltatori e appassionati. Fondamentali i suoi saggi sulla Storia della vocalità (Utet) le sue recensioni in qualità di critico musicale sul settimanale Epoca, le sue collaborazioni con le gloriose riviste specialistiche quali Discoteca HiFi, Opéra international e Musica viva. Non è nemmeno del tutto vero che le sue celebri stroncature fossero senza appello: al giovane Giuseppe Di Stefano, sua celeberrima “vittima”, ad esempio, riconobbe sempre “Eccezionale smaltatura, pastosità, calore intimo. Estensione ragguardevolissima… dizione nitidissima… capacità di smorzare i suoni” (Voce di tenore, IdeaLibri 1989).

Dal 1980 al 1993 direttore artistico del Festival della Valle d’Itria, a Martina Franca, Celletti tentò di realizzare  “sul campo” alcune delle sue convinzioni. L’edizione di Norma per due soprani, così come voleva Bellini, e il primo tentativo in tempi moderni di eseguire il belliniano Pirata ricreando l’irraggiungibile clima protoromantico che gli compete furono gli esperimenti più significativi. Le esecuzioni del Pirata furono rese possibili per la presenza di Giuseppe Morino, tenore allevato dallo stesso Celletti, il quale attraverso il suo canto cercò di rievocare gli estatici vaneggiamenti di  Giovanni Battista Rubini, primo interprete dell’opera. Morino, dopo il folgorante debutto nel 1986 quale Idreno nella Semiramide e dopo il suo splendido Gualtiero del Pirata, non seppe ripetere simili performance. Forse, l’essere una “creatura” di Celletti non giocò a suo favore. Come maestro di canto, infatti, Celletti fu sempre discusso. Eppure, fu merito suo e dei suoi consigli se cantanti della statura di Daniela Dessì, Lella Cuberli, Martine Dupuy, William Matteuzzi, Dano Raffanti presero il volo. Senza contare che Mariella Devia e Raina Kabaivanska nutrirono per lui stima e affetto. Come chiunque ami l’Opera, anche Rodolfo Celletti aveva le sue idiosincrasie e le sue antipatie. Personalmente non ho mai compreso del tutto la sua severità nei confronti di cantanti quali Nicolai Gedda e Victoria de Los Angeles. Ma sarebbe del tutto ingiusto negargli il ruolo di capostipite di una critica musicale attenta ai valori di un canto correttamente impostato, ligio alle regole del Bel Suono, nel quale l’importanza dei cantanti quali “coautori” dei capolavori che interpretano è d’importanza fondamentale. Oggi, purtroppo, i registi pare abbiano usurpato il loro ruolo.
Sperando di rendergli degnamente omaggio, proponiamo l’ascolto di alcuni interpreti da lui particolarmente amati e spesso citati come esempio di encomiabili capacità tecniche, artistiche e interpretative.

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