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Pillole di storia – 9 novembre 1893: vanno in scena I Medici, opera “nazionale” di Leoncavallo

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Ruggero Leoncavallo è uno di quegli artisti affetti dalla sindrome dell’unico capolavoro. Se Pagliacci gli ha assicurato fama in vita e un posto stabile nella storia dell’opera, tutto il resto della sua produzione è finito inesorabilmente nel dimenticatoio. Eppure, non si può certo dire che il buon Ruggero non fece del suo meglio per mantenersi sulla cresta dell’onda. Ancora fresco dell’exploit dei Pagliacci, il compositore napoletano se ne uscì con un progetto che più ambizioso non si poteva: scrivere un grande ciclo operistico di ambientazione storica che contribuisse alla formazione dell’identità nazionale italiana. Il modello, manco a dirlo, era il mastodontico Ring di Wagner. Fu così che il 9 novembre 1893, al Teatro Dal Verme di Milano, esordì I Medici, primo capitolo di un «poema epico in forma di trilogia storica» (così recita il libretto qui visionabile) dal titolo Crepusculum (ogni riferimento al Crepuscolo degli dei era voluto).

Come da precetto wagneriano, poesia e musica dei Medici uscirono dalla stessa penna. Forte di una cultura letteraria superiore alla media dei suoi colleghi (seguì tra l’altro lezioni di Carducci nell’ateneo di Bologna), Leoncavallo si confezionò in autonomia un libretto incentrato su uno dei fatti cruciali del Rinascimento: la scalata al potere dei Medici a Firenze. Attingendo da testi storici, filologici e letterari (scrupolosamente citati in note a piè di pagina che costellano tutto il libretto), il compositore ci mostra gli amori di Giuliano de’ Medici, la politica di Lorenzo il Magnifico, l’arte di Angelo Poliziano, la congiura dei Pazzi, il tutto in versi che imitano forme e linguaggio quattrocenteschi. La partitura è un esempio eloquente di wagnerismo all’italiana: vi si trovano mescolati temi di reminiscenza (ma non leitmotive), orchestrazione possente, citazioni dal Tristan und Isolde, couleur locale, influssi verdiani.

L’opera fu tenuta a battesimo da interpreti d’eccezione (fra gli altri: il soprano Adelina Stehle, il tenore Francesco Tamagno e il direttore d’orchestra Rodolfo Ferrari) e godette dell’attenzione di tutta la stampa (non solo) italiana, ma uscì subito dal repertorio. Il progetto grandioso di Leoncavallo si esaurì anzitempo: gli altri due titoli della trilogia (Gerolamo Savonarola e Cesare Borgia) non videro mai la luce. Cionondimeno, ascoltati oggi (ne esistono un paio di registrazioni moderne: per chi vuole c’è YouTube), I Medici si rivelano una testimonianza d’eccezione delle molte tensioni, spesso velleitarie ma potenti, che animarono l’opera italiana di fine Ottocento.

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