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Parigi, teatri moribondi. Ma la speranza è Roselyne Bachelot, neoministro della cultura che ama Verdi

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E rimpasto fu. Come da prassi, a metà percorso, il presidente Emmanuel Macron ha costituito una nuova squadra di ministri. La nomina di cui si parla di più è quella del timoniere del Ministère de la Culture (e non dei Beni Culturali, come si dice in Italia). La scelta è caduta su Roselyne Bachelot che è un’appassionata di opera e autrice addirittura di un libro su Verdi. Tante ragioni per cui il mondo della musica è stato rassicurato dall’annuncio del nome del nuovo ospite del ministero che ha sede in rue de Valois, proprio di fronte al Louvre.

La Bachelot è una politica doc e di razza. Figlia di un deputato, membro della resistenza, ha da sempre frequentato le stanze del potere e, farmacista di formazione, è stata già due volte ministra: Sanità (2007-2010) e Solidarietà (2010-2012). Sempre a destra, si è fatta soprattutto conoscere per avere sostenuto i diritti dei gay: un suo discorso a favore del Pacs (l’unione civile) in parlamento è diventato un pezzo d’antologia. E poi, si è schierata per il matrimonio “per tutti” e per l’adozione per le coppie gay. Insomma, non ha mai esitato a lanciare, anche da sola, crociate contro i suoi compagni di partito.

E poi c’è la Bachelot della musica. Una passione autentica. Chi frequenta i teatri se la ritrova spesso come “vicina di banco”. Avendo ufficialmente lasciato la politica (fino a ieri), la musica era diventata il suo nuovo mestiere: aveva un programma ogni sabato mattina su France Musique (la radio di Stato) e scriveva per uno dei blog più letti forumopera.com (di cui si occupa pure Sylvain Fort, l’ex-autore dei discorsi di Macron: il mondo è decisamente piccolo). Dotata di molta ironia e di una lingua tagliente, e assai poco avvezza al politichese, Roselyne Bachelot si è pure prestata al gioco delle trasmissioni radiofoniche e televisive molto popolari in cui interviene regolarmente: le Domenica in di oltralpe. E infine, il suo amore per Verdi è di notorietà pubblica. Gli ha dedicato un libro di taglio divulgativo nel 2013 (Verdi amoureux, per i tipi di Flammarion). Ecco perché il mondo dell’opera è super-eccitato dalla nomina.

È vero che motivi per preoccuparsi restano tanti. Un lungo sciopero contro la riforma delle pensioni e poi l’epidemia di Covid-19 hanno sfiancato i principali teatri, specie quelli parigini. L’Opéra National de Paris non conta più i debiti (sarebbero oltre venti milioni quelli accumulati solo durante la crisi sanitaria) e i disagi: 230 rappresentazioni annullate, quasi 500 000 biglietti da rimborsare a oltre 80 000 spettatori. La situazione è tanto difficile che Stéphane Lissner ha fatto le valigie per Napoli prima del previsto. E non si riparte prima del 2021. L’Opéra Comique ricomincia invece il 28 settembre prossimo con Le bourgeois gentilhomme di Molière-Lully (direzione Marc Minkowski e regia di Jérôme Deschamps). Sempre con Minkowski (in coppia con Bob Wilson), riapre pure il Théâtre des Champs Elysées: in programma, il Messia di Händel in versione scenica. Anche in provincia, ogni teatro ha una storia a sé. Il cielo sembra schiarirsi, ma le nuvole nere non sono lontane. Il nuovo ministro conosce sufficientemente il mondo della politica per sapere come curare un mondo dell’arte quasi moribondo.

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