Le Fondazioni liriche nell’era del Covid: un sistema giunto a un bivio

Il Covid-19 ha provocato, per i teatri d’opera, ciò che è sotto gli occhi di tutti. Si continua, però, a non voler andare al nocciolo della questione. Si guarda a quanto succede all’estero, con i teatri dei paesi anglosassoni chiusi e con quelli parigini che non accennano a dar cenni di vita, e quasi ci si consola. In Italia, insomma, sembra ci si voglia ostinare a credere che il problema sussista, ma vada orientato solo sul versante riaperture, vivendo alla giornata in attesa di tempi migliori, curando nel frattempo gli interessi del proprio orticello, o palcoscenico che dir si voglia.
Dopo l’attività en plein air dei festival estivi, ridotta all’osso ma comunque svolta per dare un significativo e incoraggiante segno di vita dopo il lungo lockdown, all’affacciarsi dell’autunno i teatri hanno cercato scappatoie per evitare la chiusura e – in una lotta di campanili che ha messo in concorrenza chi si poneva più in mostra dell’altro – si è giocato a varare stagioni che non si sa neanche se andranno in porto, con un FUS erogato in anticipo per dare respiro al sistema delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche, già in continua crisi e ora al limite dell’agonia.

Ci si è ingegnati in tutti i modi, da bravi italiani, per capire se sui 600 posti permessi potessero esserci deroghe e ciascuno si è mosso, come sempre, cercando soluzioni autonome, nel rispetto della legge ma senza far rete. Si va degli estremi di un teatro in tempesta, addirittura commissariato, come il Regio di Torino, che non accenna a riaprire i battenti, a quelli di Firenze e Napoli, con un Maggio Musicale Fiorentino che fa a gara nel racimolar divi (i quali prima snobbavano o quasi il “Bel paese”, mentre in questo frangente hanno ben compreso come l’Italia sia una miniera d’oro per le loro tasche non più colmabili dai prestigiosi teatri europei e d’oltre oceano dove solitamente si esibivano), e un San Carlo che non gli è da meno annunciando una stagione con nomi altisonanti. Gli altri teatri si muovono con circospezione, programmando la loro attività trimestralmente, dai più piccoli fino alla grande Scala, la quale, dall’alto del suo primato simbolico mondiale di tempio dell’opera, ha sì riaperto ed eseguito l’opera in forma di concerto, annunciando anche la prossima messa in scena de La bohème di Puccini, ma per ora, della stagione 2020-2021, non si ha alcun annuncio ufficiale.

Tutti i teatri hanno il comune denominatore dell’incertezza, della gara a chi dimostra di far meglio accaparrandosi la diva o il divo di turno, con sale che, talvolta, non riescono neanche a esaurire i 600 posti di ordinanza. Adesso, però, arriva l’ulteriore spada di Damocle: i posti concessi in teatri e sale da concerto al chiuso potrebbero scendere, secondo il nuovo Dpcm in attesa di approvazione, a 200. Che si farà? Alcuni cominciano a sostenere che le decisioni verranno comunque prese regione per regione e che la “festa” di un ritorno tanto atteso alla normalità non verrà rovinata da un virus che, come era prevedibile immaginare, non guarda in faccia nessuno e riprende la sua corsa autunnale mettendo tutto il mondo del teatro dinanzi a una evidenza triste, che non è quella della conta dei posti possibili sala per sala, ma della effettiva realizzabilità di programmazioni già stabilite.

Il nodo centrale del problema, come si accennava all’inizio, su cui pare nessuno voglia od osi dibattere, non dovrebbe essere la questione delle riaperture, ovviamente auspicabili come permanenti, bensì l’esistenza stessa delle fondazioni liriche, la cui crisi profonda – sia detto a lettere maiuscole – era sotto gli occhi di tutti ben prima del diffondersi della pandemia.
Ora i teatri, come è comprensibile, mirano a manifestare, al meglio delle loro possibilità, di essere vivi riprendendo in sicurezza la programmazione, in nome del mantenimento di una attività che è puro specchietto per le allodole, ma nessuno di essi pare voler guardare in faccia la situazione per come realmente potrebbe presto configurarsi. Insomma tutti protestano contro le chiusure o le limitazioni dei posti (a partire dai cantanti stessi, alcuni non pagati da anni, eppure ancora pronti a difendere i teatri insolventi a lancia in resta), senza guardare che il vero problema da risolvere è altrove.
Il sistema dei teatri d’opera, spiace dirlo, parrebbe non più profilarsi, allo stato attuale delle cose, sostenibile; le forze economo-finanziarie atte a garantirne un futuro potrebbero non esserci più e i debiti pregressi sono tali da rendere ogni spiraglio di speranza come inseguir vane chimere. Si fa bene a gridare allo scandalo: il futuro della nostra cultura operistica, con tutto il bagaglio di tradizioni che ne consegue, rischia di subire un duro colpo e il fatidico passaggio da Enti lirici a Fondazioni del 1996 non ha fatto che peggiorare via via la crisi. Le associazioni si esprimono con proclami tuonanti di sdegno, a partire da Assolirica (Associazione Nazionale Artisti della Lirica) che in una lettera firmata dal suo Presidente, Gianluca Floris, denuncia con preoccupazione la “lenta ma costante distruzione di quello che era uno dei patrimoni culturali italiani riconosciuti dall’universo mondo: l’Opera Lirica”.

Il virus ha dato il colpo di grazia a un sistema da anni mal gestito e mal amministrato, artisticamente affidato a direttori artistici che per lo più si sono dati in pasto agli agenti perdendo il senso di cosa significhi essere talent scout. Il grido di dolore non andrebbe dunque indirizzato contro le limitazioni che costringeranno a tener i teatri chiusi, bensì contro quelli che potrebbero essere gli inevitabili provvedimenti presi se non ci sarà un deciso cambio di rotta, con lo spettro di licenziamenti per masse artistiche e dipendenti, possibili vittime di un meccanismo inceppato che si sta ritorcendo loro contro.
Non si deve uccidere la cultura operistica, togliendo alla gente la possibilità di fruirne per arricchire la propria interiorità, questo no! Ma è chiaro che avanti così non si potrà andare e se una rinascita ci sarà – e c’è da esserne certi, ci sarà – dovrà avvenire riorganizzando il comparto teatrale operistico italiano dalle sue basi fondanti, in termini di flessibilità strutturale e gestionale interna, oltre che in maggior sobrietà nella spesa produttiva (non si stia ad aprire il capitolo, che ci porterebbe altrove, sulla totale mancanza di coordinamento fra i teatri per favorire coproduzioni e, quindi, contenere in costi) e negli indirizzi artistici.
Si dovranno probabilmente operare rinunce, anche dolorose, forse impopolari, che non necessariamente umilieranno la qualità se si saprà ben agire, a favore del bene comune e di una diffusione della cultura operistica che non deve essere appannaggio di pochi, ma di tutti.
Insomma, c’è da rifondare l’intero sistema, partendo da quel fondo che si sta per toccare, anche se in pochi pare ne abbiano preso, o sia intenzionati a farlo, piena coscienza e consapevolezza.