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La paura del Coronavirus e l’antidoto della cultura

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La cultura al tempo del Coronavirus. Un disastro. Basterebbe questa sola parola a sintetizzare gli effetti delle disposizioni governative, adottate in seguito al diffondersi della psicosi da epidemia, sui luoghi della cultura di questo Paese: scuole, università, musei, teatri, sale da concerto. Perché i luoghi della cultura sono anzitutto i luoghi di chi lavora con la cultura. Così, la surreale situazione nella quale è precipitata una parte dell’Italia da qualche giorno può anche essere una salutare occasione di riflessione. Anzitutto per ricordarci alcune elementari verità: ad esempio, che la cultura non è solo un passatempo, sia per chi la produce, sia per chi ne fruisce. È una vitale necessità.

Vivo e lavoro a Brescia, seconda città della Lombardia, situata proprio in quel ricco e laborioso Nord est colpito dalla presunta epidemia. Un’ex assessore alla cultura della mia città raccontava che, nei non lontani anni novanta, alle riunioni di giunta, quando lei stava per prendere la parola, veniva zittita dal collega assessore ai lavori pubblici che l’apostrofava dicendo: “Calma, prima le strade, poi il cine”. Traduco per i non padani: gli asfalti da rifare sono più importanti del divertimento (in questo caso identificato con il cinema).
Niente di più falso: la cultura non è intrattenimento – un equivoco che continua a produrre mostri – ma il tessuto connettivo di una comunità, un’infrastruttura sociale indispensabile quanto le strade. Facendo il verso a una celebre e disgraziata affermazione di un ministro della Repubblica: con la cultura si mangia, eccome. La cultura è un lavoro: attori, musicisti, scrittori, artisti, ma anche coloro che si occupano di formazione, logistica, amministrazione – e chi più ne ha più ne metta – sono persone dotate di precise professionalità. Persone che hanno scelto di custodire, valorizzare, promuovere e rinnovare quello straordinario patrimonio costituito dalle opere d’arte prodotte dell’umanità nella sua storia, patrimonio al quale l’Italia ha dato un contributo fondamentale. In quello che ama definirsi “il Bel Paese” e che vanta il maggior numero di siti Unesco al mondo (guarda caso a pari merito con la Cina), la cultura è un segmento importante dell’economia. Anche se gli investimenti pubblici sono sempre più risicati e anche se l’imprenditoria spesso ignora questo settore. Si pensi solo al turismo e alle nefaste conseguenze che la situazione attuale sta provocando nel breve e, ahimè, anche nel medio – lungo termine.

Ma la cultura non si esaurisce nella tutela e valorizzazione dei beni culturali, cultura è soprattutto produzione di idee. Ricercare, sperimentare, incontrarsi, ascoltare, riflettere sono tutti strumenti attraverso i quali la cultura sa promuovere il rinnovamento continuo di una comunità, mettendo in circolo energie fresche che alimentano la crescita dell’organismo sociale e agiscono al tempo stesso da anticorpo contro le stratificazioni di interessi e il congelamento dei rapporti di forza. Privarsi di cultura significa quindi mortificare un settore importante della nostra economia. Privarsi di cultura, soprattutto, significa privarsi della nostra umanità. Lo dimostrano le reazioni inconsulte di molti alla situazione che stiamo vivendo. Reazioni in parte dovute all’allarmismo di certi media.
Domenico Squillace, preside del milanese liceo Volta, all’indomani dell’ordinanza di chiusura delle scuole, ha scritto una lettera aperta ai suoi studenti, più volte condivisa sui social. Il docente cita in apertura un passo dei Promessi sposi di Manzoni, laddove si descrivono gli effetti della peste, con quell’avvelenamento della vita sociale e dei rapporti umani che ci pare di scorgere anche oggi. Non cadiamo in questa trappola. La cultura è l’antidoto.

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