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Gastone Limarilli: un tenore da riscoprire

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Che Omero nell’Iliade citi le Ilizie o Pindaro nelle sue odi invochi Teia è nozione posseduta – forse – da rari specialisti e che potrebbe suscitare ai più la domanda che il nome di Carneade fa pronunciare a Don Abbondio: “Chi è costui?”. Eppure, l’Olimpo era abitato da un numero di dei ben maggiore di quei sette/otto che si è soliti ricordare, e anche a essi i popoli antichi riservavano preghiere e odi. L’idea che anche la mitologica età dell’oro della lirica, meglio, dell’opera, per non generare dubbi col paragone greco, annoveri esclusivamente uno sparuto gruppo di voci divine, è, dunque, un errore simile a quello generato da una conoscenza generica della mitologia antica. In entrambi i casi, diverse ragioni e meriti hanno portato ad affermarsi una serie di dei a scapito di altri, che pure hanno ogni diritto di sedere sulla vetta dell’Olimpo; e ai posteri è più facile il ricordo di quelli cantati dai poeti maggiori o, nel nostro caso, da giornali, dischi e libri che hanno dato risonanza ed eco ai loro successi.

Negli anni ‘50-‘60, con una coda fra gli anni ‘70 e ‘80, una voce che si impose sulle scene internazionali ma anche all’attenzione della critica, fu quella di Gastone Limarilli, e se il suo nome è, agli attuali melomani, noto più che non siano le Ilizie a chi anche abbia fatto studi classici, certo i suoi meriti e il suo ruolo nella storia del melodramma sono stati in parte oscurati dalla notorietà di altri colleghi. In particolare, su questo importante cantante ha sempre gravato il paragone con Mario Del Monaco a cui fu legato da lunga amicizia. Fu proprio Del Monaco a indirizzarlo ad Arturo Melocchi, che era stato anche suo maestro, dopo che Limarilli, insoddisfatto delle sue prime prove, gli si rivolse per dei consigli e alcune lezioni. Il suo precedente maestro di canto lo aveva infatti avviato a un repertorio lirico che egli non sentiva nelle sue corde e percepiva inadatto alla propria voce. Questo legame amicale, la formazione comune, alcuni tratti vocali simili, più esteriormente che nella sostanza, valsero a Gastone Limarilli la fama di epigono di Del Monaco, nuocendo a una valutazione oggettiva del suo percorso artistico.

Impostosi al concorso As.Li.Co nel 1956 (che premiò in quello stesso anno Piero Cappuccilli), Limarilli per estensione e volume affrontò in breve tempo alcuni dei più temibili ruoli tenorili che lo portarono al successo sui più importanti palcoscenici italiani e mondiali. Trionfò, fra gli altri titoli, in Pagliacci, Turandot, Carmen, La fanciulla del West, ma anche in La Wally, Francesca da Rimini, Adriana Lecouvreur, che mantenne sempre in repertorio: voce luminosa, dotata di grande estensione e squillo nell’acuto, riuscì a conservarne intatte le caratteristiche nel corso della carriera, a fronte dei fitti impegni che in breve riempirono la sua agenda, come si evince dalla minuziosa cronologia curata da Iorio Zennaro per il volume Gastone Limarilli. Memoria di una voce, scritto in collaborazione con Franca Vittoria Verardi e pubblicato in edizione privata, che ripercorre la carriera e la vita del tenore veneto (nato a Nervesa della Battaglia nel 1927) fino al tragico epilogo del suicidio avvenuto nel 1998.

Se la discografia ufficiale sembrò dimenticarsi di Limarilli, come avvenne ad esempio per Leyla Gencer e Magda Olivero, ci soccorre fortunatamente il ricco numero di registrazione live e radiofoniche che testimoniano l’impostazione tecnica del tenore, esempio indiscutibile di canto sul fiato. Si ascolti ad esempio, fra le rare incisioni ufficiali, la splendida e temibile “Deserto in terra” (ascolto) dal Don Sebastiano, che ci restituisce un’idea di quello che fu il primissimo repertorio di Limarilli: si potrebbe disquisire sull’appropriatezza stilistica dell’esecuzione, tuttavia la facilità di emissione e la salita verso il registro acuto sono impressionanti. Rispetto, ad esempio, al live di Stiffelio del 1968 a fianco di Angeles Gulin, dove alcuni suoni nel medio ricordano Del Monaco, qui il timbro è autentico, luminoso in tutte le ottave, squillante negli acuti. Una ripresa dal vivo delle strofe con cui si apre il quarto atto dell’Andrea Chénier (ascolto) ci permette di apprezzare la capacità di ammorbidire il suono e la dizione chiarissima, oltre al controllo dei fiati e al fraseggio ampio e naturale che ritroviamo nel repertorio a lui più congeniale. Forse – ma il giudizio è personale – non sempre l’interprete offre illuminazioni di particolare originalità, ma convince sempre per l’adesione alla scrittura delle pagine musicali che, anche nei momenti di maggior pathos come nei versi Ossian dal Werther (ascolto) o concitazione, quali, a titolo di esempio “No, Pagliaccio non son” dai Pagliacci di Leoncavallo (ascolto), non lascia mai spazio a effetti di dubbio gusto, lasciandosi piuttosto apprezzare per la capacità di scolpire la parola.

C’è un aspetto, inoltre, nella carriera di Limarilli, che va evidenziato, perché non circoscritto a pochi anni quali potrebbero, ad esempio, essere quelli di esordio, ed è la partecipazione tanto a riprese di opere scarsamente rappresentate quanto a prime assolute. Al suo nome sono infatti legate le riprese de La battaglia di Legnano, Attila, I masnadieri e il ricordato Stiffelio di Verdi, ma soprattutto quelle di alcuni titoli del Rossini serio, prodromi della Rossini Renaissance di là a venire: Mosé in cui sostenne la parte di Amenofi e, nel 1974 a Venezia, di Elisero; Otello (Jago) e Zelmira (Antenore). Ascoltando il suo Foresto (ascolto) non può, a mio avviso, non venire in mente quanto Montale scriveva in quegli anni sulla ricezione ed esecuzione verdiane (si veda il libro Verdi alla Scala, qui recensito alcune settimane or sono): si è di fronte a un’interpretazione niente affatto gravata da intellettualismi e proprio per questo più autenticamente verdiana nello spirito, affidata a un canto che lascia correre l’impeto e la verità dei personaggi del cigno di Busseto. Il pubblico – fiorentino nel caso dell’ascolto proposto – lo percepisce tributando meritati e fragorosi applausi.

Limarilli fu, si è detto, anche protagonista di una pagina forse poco esplorata del melodramma italiano di quegli anni, quando con Pizzetti (il tenore veneto fu Ippolito nella ripresa di Fedra alla Scala nel 1959), Porrino (I Shardana, sempre nel 1959 e poi ancora nel 1960), Rocca (Imàr nel Monte Ivnor nel 1974), Zadred (Laerte in Amleto del 1961) si compiva l’epilogo del melodramma che aveva nell’Ottocento e nel primo Novecento i propri modelli e parallelamente andava modificandosi la tecnica vocale. Di quella stagione ricca di stimoli e mutamenti Gastone Limarilli fu interprete e testimone: artista che per meriti propri seppe imporsi al pubblico e alla critica e non certo emulo o epigono d’altri nomi più famosi che pure non mancavano sulle scene in quel tempo. Come avvenne dunque per uno stuolo di dei olimpici schiacciato dalla forza, dall’importanza, dal ruolo di altri, assurti a gloria maggiore, ma non per questo meno degni di essere inclusi nelle genealogie divine o di essere destinatari di una (l)ode che ne ricordi il valore.

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