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Al Teatro Regio di Torino arriva il commissario straordinario Rosanna Purchia

Freschissima di nomina, è arrivato a Torino il nuovo commissario straordinario del Teatro Regio, Rosanna Purchia, presentata ai giornalisti nel corso di una conferenza stampa; intraprendente e piena di fuoco sacro organizzativo, con la ferma intenzione di rimettere in sesto il teatro in sei mesi e, se così non fosse, di veder prolungato il proprio mandato per un anno intero. Quando finirà il suo lavoro, per il quale le si augura ovviamente il massimo successo, anche chi la attornia ai massimi vertici decadrà, compreso l’ex sovrintendente e direttore artistico Sebastian Schwarz, che per ora resta al Regio, subito confermato dalla Signora Purchia, ma solo più come direttore artistico e con l’onorario ridimensionato.
Lo scorso luglio Schwarz aveva presentato i titoli di una stagione interessante sì, ma un po’ troppo col nasino all’insù, allo stato attuale definita non più sostenibile (per i costi e forse non solo per questo), quindi, da “rimodulare”, insomma da rifare. Bisogna rimettersi a tavolino, rinunciare ai sogni e alle belle speranze, magari guardare con pragmatismo a quello che già c’è di pronto e di buona qualità nel patrimonio degli allestimenti del Regio, per dare un futuro alla programmazione del teatro, mentre il commissario promette sicurezza a chi lavora per esso, per chi è in organico stabile innanzitutto, mentre l’incertezza regna sovrana per la scadenza dei lavoratori a contratto.

C’è poi una doppia spada di Damocle, quella della piena agibilità del teatro (per la quale erano già stati stanziati ingenti investimenti necessari alla messa a norma del palcoscenico) e quella della capienza in sala, concessa per ora a soli 200 spettatori, in attesa che il presidente della Regione e l’assessore alla cultura si adoperino – si dice lo stiano già facendo – per aumentare il numero delle presenze in sala; se così non fosse, sarà inverosimile aprire il teatro e la intrepida Purchia si dichiara pronta ad incatenarsi ai cancelli del teatro assieme ai lavoratori in segno di protesta. Speriamo prevalga la ragionevolezza e non si arrivi a tanto, ma le incognite sono davvero molte nonostante l’ottimismo di facciata, anche dinanzi all’ingente debito pregresso e alle insolvenze nei confronti di fornitori e artisti, primi fra tutti i cantanti, molti dei quali non hanno ancora visto onorato il proprio cachet; anzi, spiace dirlo, ad alcuni sono state prontamente recapitate lettere nelle quali si chiede loro di rimandare ulteriormente i termini di pagamento, peraltro dopo attese già bibliche e, francamente, quasi irrispettose per il lavoro artistico già svolto.
Purchia insiste poi – fu un suo asso nella manica quando era al Teatro di San Carlo di Napoli, da dove sappiamo viene – sulla necessità di tenere il Regio il più aperto possibile, incrementando le alzate di sipario e chiedendo per questo piena disponibilità alle masse artistiche e a tutti i lavoratori del teatro.

Nel frattempo si annuncia l’arrivo di un direttore generale (Guido Mulè), che seguirà la parte amministrativa, gestionale e finanziaria e udite, udite…anche di un responsabile marketing (Filomeno Agusti, che proviene dal Liceu di Barcellona), una di quelle figure che oggi vanno per la maggiore (che siano indispensabili o meno è scritto in grembo a Giove) e sarebbero preziose, si presume, per analizzare e capire gusti e esigenze del pubblico, come se il teatro, con le forze già in essere non fosse in grado discernere gli interessi del proprio pubblico. Alcuni titoli, inizialmente previsti per la stagione già annunciata, come ad esempio La scuola de’ gelosi di Antonio Salieri, Powder Her Face di Thomas Adès e L’opera seria di Florian Leopold Gassmann, seppur stimolanti, sarebbero da programmare in frangenti diversi da quelli in cui versa oggi il Regio. Sarà un responsabile marketing a farlo capire, o dovrebbe bastare un direttore artistico che, guardando al di là dei propri gusti musicali, sappia agire per il bene del teatro in un momento di specifica sofferenza come questo? Attendiamo fiduciosi quello che verrà deciso.

Il Teatro Regio merita comunque di tornare ad essere un punto di riferimento della cultura torinese, con quello sguardo qualitativo internazionale al quale ci aveva abituati e che, nonostante le difficoltà, va in qualche modo ritrovato. È vero che il Covid-19 ha sconvolto le nostre vite ma, ci sia concesso, dovrebbe insegnarci a vedere le cose sotto un’ottica e una prospettiva diversa e nuova, in termini di riorganizzazione, sobrietà e forse anche di rinunce, che non necessariamente devono colpire la qualità ma certo prevedere un’urgente riorganizzazione del sistema teatrale operistico italiano, non solo torinese, nel segno della lungimiranza artistica e gestionale.