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Addio al grande Gigi Proietti. Aveva firmato nove regie liriche

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Nel giorno del suo ottantesimo compleanno ci ha lasciati un grande istrione, Gigi Proietti, deceduto per problemi cardiaci a Roma, dove era nato il 2 novembre 1940. Animale da palcoscenico debordante e camaleontico, ha spaziato dal teatro al cinema, dal cabaret al doppiaggio, dal canto alla conduzione di programmi televisivi. Ben noto è il suo sodalizio, in veste di attore, con il mondo della cinematografia (ricordiamo, almeno, pellicole divenute iconiche come Brancaleone alle crociate di Mario Monicelli, l’irriverente Febbre da cavallo del 1976 e il sequel del 2002 Febbre da cavallo – La mandrakata, Indovina chi viene a Natale? di Fausto Brizzi, Il premio di Alessandro Gassman e, nel 2019, la sua interpretazione di Mangiafoco nel pluripremiato Pinocchio di Matteo Garrone), per non parlare dei suoi trionfi sul piccolo schermo, in serie Tv e mini-fiction quali Il Circolo Pickwick del 1968, Un figlio a metà, Il maresciallo Rocca, L’avvocato Porta, Preferisco il Paradiso (dove impersona san Filippo Neri), L’ultimo Papa Re e Una pallottola nel cuore, in cui indossa i panni del giornalista romano di cronaca nera Bruno Palmieri. Numerosi sono, poi, i suoi successi in ambito teatrale, sin da quel Can Can degli Italiani che, nel 1963, al Teatro Arlecchino di Roma, lo vide affermarsi soprattutto come musicista, affabulatore e cantante; seguiranno, nel corso dei decenni, altri spettacoli di punta, dove Proietti metterà in mostra tutta la propria bravura, come Gli uccelli di Aristofane (1964), Le mammelle di Tiresia di Apollinaire (1968), Il dio Kurt di Alberto Moravia (1969), nel 1978 Commedia di Gaetanaccio in romanesco, Cyrano de Bergerac nel 1985, per arrivare ai vari one-man-shows degli anni più recenti. Per quanto riguarda il doppiaggio, vogliamo quanto meno citare il Genio nel film d’animazione della Disney Aladdin (e nei due sequel), e Gandalf nella trilogia di Peter Jackson Lo Hobbit.

In questa sede interessa, però, soffermarsi soprattutto sui legami tra Gigi Proietti e il mondo dell’opera lirica. Dopo aver ricoperto, nel 1973, il ruolo di Mario Cavaradossi nella pellicola di Luigi Magni La Tosca, accanto ad attori del calibro di Monica Vitti (Floria Tosca), Vittorio Gassman (barone Scarpia), Umberto Orsini (Cesare Angelotti) e Aldo Fabrizi (Governatore), rivisitazione in chiave ironico-grottesca dell’omonimo dramma di Victorien Sardou, Proietti ha firmato nove regie liriche, lavorando sempre fianco a fianco con lo scenografo e costumista Quirino Conti. L’esordio del 1984 è nel nome di Giacomo Puccini, con Tosca al Teatro Verdi di Pisa, nel cast Olivia Stapp, Nicola Martinucci e Silvano Carroli. Nel 1985 cura la regia di Don Pasquale di Donizetti al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto, protagonisti Natale De Carolis e Amelia Felle, dando vita a uno spettacolo brillante, pulito e fortemente caratterizzato, giocato sulle cromie del bianco e del grigio antracite. Nel 1986 è alle prese con il suo primo titolo verdiano, Falstaff, proposto al Grand Théâtre de Genève con Ruggero Raimondi, Daniela Dessì, Barbara Bonney e Robert Gambill guidati dal compianto sir Jeffrey Tate: un allestimento poliedrico e spassoso, con rimandi alla pittura di Rembrandt e Vermeer. Sempre nel 1986, al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto, Gigi Proietti è regista de Le nozze di Figaro con, sul podio, Massimo De Bernart. Lo stesso componimento mozartiano verrà nuovamente affrontato, nel 2005, al Teatro dell’Opera di Roma, diretto da Gianluigi Gelmetti e con, fra gli altri, Alex Esposito, Laura Cherici, Marco Vinco, Laura Polverelli e Bruno Praticò: grazie anche alle scene neoclassiche, di gusto vanvitelliano, e ai costumi dalle tinte pastello, entrambi a firma di Quirino Conti, Proietti confeziona uno spettacolo disinvolto e di estrema efficacia, pervaso da una malinconica atmosfera autunnale, lavorando di cesello sulla recitazione dei personaggi.

Sempre al Costanzi di Roma, in apertura della stagione 1995/1996, si cimenta con successo in un’opera abbastanza rara, Benvenuto Cellini di Hector Berlioz, produzione monumentale e fastosa con oltre 370 differenti costumi e repliche tutte sold out: un’edizione elegante, ambientata nell’Urbe rinascimentale di papa Clemente VII, con la riproduzione fedele e accurata di ambienti quali piazza Colonna e i Palazzi Apostolici. Nel 2002 è la volta di un’altra composizione del Salisburghese, Don Giovanni, allestito all’Opera di Roma, nelle intenzioni di Conti un trionfo di citazioni pittoriche e richiami al rutilante universo settecentesco, una lettura coesa, chiara e nitida, a tratti ingenua e decantata; nella compagnia di canto, accanto a Roberto Scandiuzzi, si esibiscono Natale De Carolis (Leporello), Mariella Devia (Donna Anna), Anna Caterina Antonacci (Donna Elvira), Raul Gimenez (Don Ottavio), diretti da Gianluigi Gelmetti. Lo spettacolo è stato riproposto, in una versione ridotta e rimodulata per l’occasione, anche all’aperto, in Piazza del Popolo, sempre nell’estate del 2002. Nel 2009 Proietti, assieme al fedele Quirino Conti, debutta al Teatro Verdi di Salerno con la sua seconda e ultima opera del Cigno di Busseto, Nabucco (ripresentato nel 2010 al Politeama di Catanzaro): un allestimento sobrio ed essenziale, stilizzato e privo di orpelli folkloristici, estremamente elegante e lineare. Sul podio troviamo Daniel Oren, in palcoscenico l’inossidabile Leo Nucci e Dimitra Theodossiou. L’ultima sua regia operistica, Gigi Proietti la firma nuovamente al Verdi di Salerno, nel novembre 2010, ancora con la direzione di Oren: Carmen di Bizet, protagonisti Anita Rachvelishvili, Marco Berti, Irina Lungu e Mark Steven Doss. La sua è una rilettura raffinata ed efficace, con interessanti reminiscenze picassiane, apprezzata dal pubblico presente in sala.
Con Proietti se ne va, sicuramente col sorriso, un artista multiforme e molto amato, che ha lasciato con garbo il segno anche nel mondo dell’opera lirica.

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