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100 anni fa nasceva Fedora Barbieri: voce di velluto fra lirismo e tragedia

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Ho un ricordo di Fedora Barbieri che risale all’ultimo scorcio degli anni Ottanta. Sedevo con alcuni compagni di studi in un locale di Trieste, dove la grande cantante era nata 100 anni fa, il 4 giugno 1920. Mangiavamo una pizza quando, da dietro alle mie spalle, risuonò una risata sonora e una voce brunita, a tratti graffiante, come un velluto pesante, riempì la sala poco affollata. Ebbi la certezza immediata che si trattasse della Barbieri: sedeva con un’amica e, quando mi presentai al tavolo, mi fece accomodare con allegria contagiosa. Alle mie domande di giovane melomane e studente, rispondeva con altrettante domande sui miei gusti musicali e i miei progetti, quasi fossi io quello che poteva vantarsi di avere scritto il proprio nome nella storia del canto.

A Trieste Fedora Barbieri aveva studiato con il grande maestro Luigi Toffolo, per passare successivamente alla scuola di Giulia Tess a Firenze, dove debuttò nel 1940 nel Matrimonio segreto di Cimarosa. Fu l’inizio di una carriera lunghissima che la vide protagonista sui principali palcoscenici del mondo: dalla Scala di Milano al Metropolitan di New York, dal Covent Garden al Colon di Buenos Aires, negli anni in cui quel palcoscenico chiamava, quasi un’incubatrice, i nomi che, nel giro di pochi anni, avrebbero costituito il gotha della lirica. Dotata di una voce scura, dal timbro ben riconoscibile, la Barbieri eccelse nei ruoli di contralto e mezzosoprano, sebbene gli estremi acuti evidenziassero, talora, i limiti di una tessitura che non era quella di vocazione, come traspare, ad esempio, nella pure notevole lettura di “O don fatale” dall’edizione del Don Carlo di Verdi del 1958 (ascolto). Poteva, tuttavia, contare su una grande musicalità che le consentiva di fraseggiare con cura e adeguatezza, spaziando in un repertorio vastissimo, che andava da Gluck alla musica contemporanea, tenendo a battesimo alcune opere di Franco Alfano e Luciano Chailly. A questo proposito, non si può non ricordare la partecipazione della Barbieri a quella che può considerarsi, nella lunga e complessa genesi dell’opera, la prima esecuzione mondiale di Guerra e Pace di Prokof’ev, avvenuta nel 1953 al Maggio Musicale di Firenze sotto la direzione di Artur Rodzinski a fianco di un cast stellare che includeva, fra gli altri, Rosanna Carteri, Ettore Bastianini, Italo Tajo, Fernando Corena, Renato Capecchi, Anselmo Colzani. Fu anche protagonista di alcune importanti riprese di opere di Monteverdi e Pergolesi che le diedero vasta fama. Una menzione particolare va data all’edizione di Orfeo ed Euridice diretta da Wilhelm Furtwängler nel 1951 alla Scala di Milano, che vide la Barbieri vestire trionfalmente i panni del mitico eroe greco, incarnazione dell’artista stesso, che grazie alla sua arte e al suono della sua cetra, è in grado incantare le belve e compiere un viaggio nell’Ade, regno della morte. La rara incisione ci consente di apprezzare il grande eclettismo musicale della Barbieri, che è, come per altri cantanti coevi, merito di una tecnica perfettamente impostata sul fiato e di un’emissione costantemente in maschera, anche quando l’ampiezza e la profondità del suono nel registro medio basso potrebbero erroneamente fare pensare a un registro di petto.

Fra i ripescaggi che la videro protagonista, ancora alla Scala, Eracle di Händel nel ruolo di Deianira a fianco di Franco Corelli. Volendo citare alcuni esempi, a mio parere significativi, del canto della Barbieri ricorderei due arie dal concerto RAI del 10 dicembre 1950 che ci restituisce la sua esecuzione di “Divintà infernal” dall’Alceste di Gluck (ascolto), parzialmente intaccata da una direzione eccessivamente lenta del direttore Fighera a capo dell’Orchestra Sinfonica di Torino della Rai, in cui si apprezza tuttavia il timbro della solista, e un’accorata interpretazione di “Voi lo sapete o mamma” (ascolto) da Cavalleria rusticana, che evidenzia la sorprendente ricchezza di colori che la sua voce possedeva: i pochi minuti della romanza rendono completo e compiuto il ritratto di Santuzza, nella contrapposizione degli stati d’animo che la caratterizzano. Non a caso questa capacità di trapassare dagli accenti lirici a quelli più tragici, questa passione per i contrasti, la resero una partner ideale di Maria Callas in rappresentazioni e incisioni memorabili: La Gioconda nell’edizione Cetra del 1953 (ascolto del duetto secondo atto), Medea al Maggio Musicale Fiorentino e alla Scala, Aida del 1955 e Il trovatore del 1956 a fianco di un Di Stefano non in parte e tuttavia ancora capace di ammaliare per il timbro non ancora intaccato da scelte sbagliate. Un prezioso frammento dell’edizione di Norma, ripreso al Teatro Colon del 17 giugno 1949 (audio), è l’unica testimonianza della sua Adalgisa a fianco del giovanissimo soprano greco: il velluto delle loro voci, perfettamente amalgamate nel duetto del primo atto e la capacità di entrambe di illuminare le parole-chiave del testo, nel rispetto dell’ampia frase belliniana, sostenuta dalla bacchetta di Tullio Serafin, ne fanno un’incisione di riferimento per questo duetto.

Si è detto che la voce di Fedora Barbieri appartenne più propriamente al registro di contralto. Non a caso il suo nome è indelebilmente legato ai ruoli di Ulrica nel Ballo in maschera verdiano e a quello di Mrs. Quickly nel Falstaff, dove la celebre scena della “Reverenza” (video) difficilmente sembra potere trovare accenti più sottilmente ironici e canzonatori di quelli impressi dalla cantante triestina, in qualche misura connaturati a certe caratteristiche del suo strumento e nell’accento che, dalla lingua parlata della sua città natale, trapela talora nella sua pronuncia. Fra i capisaldi delle interpretazioni verdiane della Barbieri non si può tuttavia tralasciare Azucena nel Trovatore che incise più volte e interpretò anche in film per la Rai a fianco della Gencer e Del Monaco, conferendo al personaggio toni allucinati e dolenti: si ascolti ad esempio la versione con Jussi Björling e Zinka Milanov, in particolare la varietà di accenti esibita in “Condotta ell’era in ceppi” (audio), dal dolente incedere dell’incipit, scandito dalla marcata pronuncia delle consonanti, al sadico orrore del rapimento del figlio del Conte che si trasmuta repentinamente, fedele al dettato verdiano, nello sgomento incredulo della rievocazione del rogo materno, sino alla climax carica di folle orrore in cui rivela di avere bruciato il proprio figlio.

Fra gli autori degli oltre cento ruoli che affrontò ci furono anche Rossini con L’italiana in Algeri e Cenerentola, sebbene la sua lettura non conoscesse ancora la rivoluzionaria chiave interpretativa che al Pesarese fu data dalla prossima Renaissance rossiniana; Donizetti, (La Favorita), Cilea, nella cui Adriana Lecouvreur vestì i panni della Principessa di Bouillion, Mascagni (Santuzza in Cavalleria rusticana), Puccini (La zia Principessa in Suor Angelica). Ancora, fu La Comandante ne I cavalieri di Ekebù di Zandonai, Debora in Debora e Jaele di Pizzetti; interpretò, a inizio carriera, anche Wagner, senza scordare i grandi ruoli da mezzosoprano come Carmen e Dalila, mentre dagli anni Settanta al 2000, anno del suo addio alle scene, non disdegnò di affrontare ruoli minori, fra i quali vanno certamente ricordati la sua accorta interpretazione della Vecchia Madelon nell’Andrea Chénier di Giordano e l’Ostessa nel Boris Godunov di Musorgskij.

Parlammo a lungo, quel giorno alla fine degli anni Ottanta; una chiacchierata che mi costò quasi l’amicizia di chi avevo abbandonato al tavolo. La voce della Barbieri era un canto morbido anche quando parlava. Quel colloquio e i pochi aneddoti, che su mia insistenza, raccontava con ritrosia, fecero nascere in me la sensazione, di cui conservo ancora memoria, se non la certezza, che a quel tavolo venissero via via ad accomodarsi, accanto a me, Toscanini, che l’aveva diretta in una Messa da Requiem celeberrima, e di conseguenza poco più discosti Verdi e Puccini; la Callas, Del Monaco, Tucker, Gobbi e tutti i musicisti che per me erano miti inarrivabili e a cui lei si riferiva, con semplice naturalezza, come stimati colleghi di lavoro. Come Orfeo, mi aveva concesso un viaggio nel regno dei Grandi, accomiatandomi, infine, con una privatissima esecuzione di “Reverenza”. La più bella che abbia mai ascoltato.

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