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Voci nella storia – Alfredo Kraus: il mito del tenore romantico

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Nel panorama vocale della seconda metà del Novecento, non c’è stato forse protagonista che al pari di Alfredo Kraus – di cui il 10 settembre ricorre il ventennale della scomparsa – abbia incarnato con altrettanta forza evocatrice la figura del tenore romantico, del grande tenore all’antica. Si sa che il registro acuto della voce ha sempre esercitato un fascino costante presso il pubblico. Ma solo con il Romanticismo nasce il mito del tenore. Grazie alla suggestione del timbro chiaro, dolce, e degli acuti brillanti, a questa categoria vocale vengono affidati personaggi idealizzati, inclini alle passioni civili e all’intensità struggente di amori impossibili o contrastati. La stessa gamma delle possibilità vocali si amplia grazie a un tipo di organizzazione che consente al tenore di toccare limiti invalicati del pentagramma. L’estensione nel settore acuto diventa stratosferica – fino al mi e talvolta fino al fa sopracuti – tramite un particolare metodo di emissione, il cosiddetto falsettone. Successivamente il tenore rafforza la propria potenza espressiva con la conquista degli acuti “di petto” operata dal francese Gilbert Duprez.
Ebbene, Alfredo Kraus riportava proprio a quell’ideale tenorile perché, oltre al senso preciso dell’individuazione stilistica, poteva contare sul dominio di una fonazione perfetta, all’antica nel vero senso della parola. La sua tecnica era direttamente collegabile a quella dei maggiori tenori dei primi decenni del secolo scorso (in particolare Schipa e Pertile) e, loro tramite, a quella della grande tradizione ottocentesca.

Agli inizi, il cantante spagnolo (nato al Las Palmas nel 1927) si impone come un tipico tenore di grazia, in possesso di una voce chiara, gradevole, non particolarmente imponente nel volume, né preziosa per qualità timbriche. A questo proposito, è stato più volte tentato il parallelo con Tito Schipa, al quale lo legavano in effetti una certa affinità di mezzi vocali e qualche analogia di repertorio. Vero è che il ferreo addestramento tecnico ha via via consentito a Kraus di potenziare e affinare determinate qualità. Si pensi all’estensione, senz’altro superiore a quella di Schipa, che lo porterà non solo a emettere acuti squillantissimi, ma a spaziare anche nel registro sopracuto, toccando in qualche occasione addirittura il mi bemolle a voce piena e comunque raggiungendo sempre con facilità il do e il re bemolle sopracuti.
Kraus controllava magistralmente il motore primo della voce, il principio assoluto del canto: la respirazione. Calibrando al millesimo il dosaggio del fiato, riusciva a ottenere un legato impeccabile, reso tale anche dall’appoggio rigoroso dei suoni nella “maschera”. Con tali premesse, ha sempre potuto esibire un canto limpido, sfumato e duttile, mai forzato. L’elegante calibratura del fraseggio e la nitidezza della dizione contribuivano a rendere raffinata e nobile la linea canora. Kraus cesellava ogni ruolo con estrema precisione. Come attore si serviva di una gestualità aristocratica, da grand seigneur, di una recitazione elegante e stilizzata, anche quando sosteneva parti di mezzo carattere.

Su queste fondamenta ha edificato una carriera considerata leggendaria, ma che, a ben considerare, si è sviluppata con normalità, senza affanni, limitandosi al perfezionamento di pochi ruoli. Convinto che la quantità fosse inversamente proporzionale alla qualità, Kraus non è mai stato tentato dalle sirene dei ruoli drammatici, né ha mai inseguito il mito della versatilità. Il suo repertorio operistico si divideva grosso modo fra il primo Ottocento italiano e il genere lyrique di Gounod, Massenet e Bizet. L’interprete dava il meglio di sé nella pittura della tenerezza estatica e della malinconia. Esemplari, in questo senso, i suoi cantabili donizettiani, dove la vocalità si piegava all’espressione elegiaca di personaggi idealizzati attraverso il gioco sapiente delle sfumature coloristiche e dinamiche. Per lo stesso motivo gli erano particolarmente congeniali i ruoli del genere lyrique francese, che presentano un tipo di canto abbastanza simile a quello del tenore di grazia romantico, sia nell’espressione che in certi aspetti della scrittura vocale.
Il rigoroso rispetto dei principi della tecnica di emissione e la parsimonia nella gestione del repertorio gli hanno assicurato, a partire dal debutto nel 1956, una miracolosa longevità vocale, con oltre quarant’anni di presenza attiva, in opera e in concerto, sui palcoscenici internazionali. Considerato a lungo un cantante per intenditori, Kraus ha fatto poi breccia su strati più vasti di appassionati, senza tuttavia cedere una stilla dell’aristocrazia vocale che lo aveva reso famoso. In tempi sempre più grami per la vocalità tenorile, l’ascolto delle sue incisioni discografiche, soprattutto dei recital Carillon degli anni Sessanta, evoca il ricordo di una civiltà musicale gloriosa: una lezione di canto e interpretazione del melodramma ottocentesco di cui non si vede purtroppo alcun continuatore fra le sguarnite schiere del tenorismo odierno.

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