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Romilda e Costanza: il Festival di Wildbad riscopre la prima opera italiana di Meyerbeer

Giacomo Meyerbeer nasce in una ricca famiglia ebrea di Berlino il 5 settembre 1791 e viene battezzato con il nome Jakob Liebmann Beer. Il padre è un facoltoso uomo d’affari ma a rivestire il ruolo cardine nella vita di Jakob è la madre, donna dal carattere “eroico” e figlia di un banchiere influente alla corte del Gran Elettore: è lei a trasmettere al figlio la passione per le arti. Fin da bambino Meyerbeer ha una forte predisposizione per la musica: a sette anni si avvicina al pianoforte, a undici viene ascoltato da Muzio Clementi e poco dopo entra alla Singakademie di Berlino, dove inizia ad approfondire la composizione con Carl Zelter. Seppur giovane, il grande talento e l’innata predisposizione lo portano a perfezionare gli studi con Bernhard Anselm Weber nel 1807 e, nel 1810 a Darmstadt, con il noto didatta tedesco abate Georg Vogler che vanta, tra gli allievi, Carl Maria von Weber del quale Meyerbeer diviene amico.

In quel periodo di crescita culturale vengono elaborate le prime partiture di una certa ampiezza, ma la fama gli deriva dalle incredibili doti pianistiche, elogiate anche dai colleghi. La svolta arriva nel 1814: su consiglio di Salieri, impegnato a Vienna come maestro di canto e prosodia italiana, Meyerbeer decide di tentare la sorte nel bel paese, luogo in cui i musicisti si dirigono per conoscere a fondo i segreti del teatro musicale. Non senza rimpianti per la carriera pianistica ma cosciente delle proprie doti compositive, decide di approfondire l’opera lirica studiando in Italia dove si trattiene dal 1816 al 1826. Il periodo che Meyerbeer vi trascorre si rivela fondamentale per la carriera futura, una delle più fulgide nell’Ottocento lirico europeo. Dopo una serie di spostamenti lungo la penisola, verso il termine del 1816 raggiunge Venezia dove trova i familiari, che non vede da più di cinque anni, e l’amico dei Beer, Ludwig Spohr, il quale soggiorna nella città lagunare con la moglie e le due figlie. Qui Meyerbeer tornerà di frequente negli anni seguenti, alloggiando presso un amico del padre, il banchiere Johann Georg Hartmann, e cercando di estendere le proprie conoscenze nell’ambiente musicale. E sempre qui sono poste le basi per la produzione del suo primo melodramma italiano Romilda e Costanza, che sarà proposto in prima esecuzione in tempi moderni al Rossini Festival di Wildbad, in Germania, il prossimo 19 luglio.

Meyerbeer incarna il prototipo del musicista, esente da angustie economiche, che scrive senza reclamare riconoscimenti finanziari (almeno per le iniziali esperienze), e vive in Italia potendo contare sul patrimonio familiare. Nonostante ciò, qualsiasi impresario avrebbe accettato difficilmente di dare carta bianca a un musicista ancora inesperto e praticamente sconosciuto che oltretutto reclamava un certo numero di prove per preparare con attenzione lo spettacolo. Nell’estate del 1817, in occasione della produzione di Romilda e Costanza, inizialmente pianificata per il Teatro San Benedetto di Venezia, anche al benestante giovane sembra un po’ eccessiva la richiesta di far fronte, oltre ai costi di produzione, anche alle spese vive di costumi e scene. Viste le esose pretese del palcoscenico veneziano, Meyerbeer, in comune accordo con Girolamo Mazzucato, impresario del San Benedetto e del Nuovo di Padova, decide di spostare il debutto nel teatro patavino, in occasione della Stagione della Fiera di Sant’Antonio. Questa manifestazione, la cui origine viene fatta risalire al XIII secolo, in corrispondenza della solenne traslazione della salma del Santo nella Basilica eretta in suo onore, porta in città numerosi forestieri a partire dalla seconda settimana di giugno, in concomitanza con il giorno di Sant’Antonio (13 giugno), protraendosi fino alla fine di luglio.

Per la stesura del libretto Mazzucato inizialmente indica alla direzione del Teatro Antonio Simeone Sografi. Le precarie condizioni di salute del poeta fanno entrare in scena un amico italiano di Meyerbeer, recentemente conosciuto a Verona: si tratta di Gaetano Rossi, autore prolifico e noto in quel periodo, che probabilmente già conosce il progetto veneziano, come si arguisce dalla corrispondenza. Non è sicuro in quale delle due città, Venezia o Padova, il compositore abbia firmato il contratto, datato 14 giugno 1817, e non è temporalmente collocabile il suo spostamento nella città del Santo, raggiunta nel frattempo dalla compagnia di canto impegnata nell’esecuzione della prima opera programmata (Clotilde di Carlo Coccia). Quando ormai sono in atto le prove e in città impazza la fiera, Meyerbeer si ammala obbligando l’impresario a ritardare l’andata in scena di circa una settimana e a prolungare le rappresentazioni della partitura di Coccia.
Ci sono anche altri piccoli incidenti di percorso: il basso Bianchi si ammala due giorni prima del debutto, inoltre prima e seconda donna procurano varie seccature con i loro comportamenti. Sappiamo, a titolo esemplificativo, che «aveva dato parecchio da fare alla polizia e alla Delegazione provinciale la seconda donna, Caterina Lipparini, per le pazzie commesse col giovane conte Giacomo Negri, guardia nobile di S.M., il quale si era invaghito di lei e profondeva parecchi quattrini, ostentando la sua relazione nei pubblici passeggi, nei ritrovi, e che ebbe provato come allora non fosse concesso fare quanto meglio piacesse». Un aneddoto curioso, ma non adeguatamente documentato, narra dell’innamoramento della primadonna, la celebre Rosmunda Pisaroni, per Meyerbeer. Stando a questo curioso racconto pare che la cantante, rifiutata dal compositore, abbia più o meno corrotto i colleghi per danneggiare l’esecuzione nei modi più disparati. Le cronache però non menzionano questi fatti e anzi dedicano qualche spazio al promettente debutto operistico italiano del giovane “tedesco” avvenuto a Padova sabato 19 luglio 1817.
L’imperante stile rossiniano è la traccia ideale per Meyerbeer che concepisce una partitura in cui vengono messe in risalto le caratteristiche vocali degli interpreti. La suddivisione in due atti, con una precisa scansione, perfettamente in linea con le strutture dell’epoca, rende evidente l’impegno del compositore nell’acquisizione dello stile italiano che verrà ampiamente sperimentato, in seguito, nel Crociato in Egitto e, soprattutto, risulterà indispensabile all’elaborazione dei monumentali organismi grandoperistici che lo consacreranno a livello internazionale. L’imminente esecuzione tedesca andrà a colmare un vuoto nel periodo italiano di Meyerbeer, di cui si conoscono gli esiti più maturi ma non ancora questa iniziale prova che potrà ora essere contestualizzata nel panorama musicale del primo Ottocento.

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